P4C - La sensibilizzazione precoce al pensiero riflessivo. Teorie e pratiche correnti

 


Premessa

La diatriba relativa alla divulgazione (diffusione o dispersione?) della filosofia risale al ‘700 con reciproche accuse di ciarlatanismo tra volgarizzatori e rigoristi (Antoine Lilti, Charlatans! Savoirs, médias et politique – 11, Histoire et archéologie, Collège de France, 4/2026). Nessuno però all’epoca immaginò di anticipare la riflessione filosofica all’età dei ragazzini. Rousseau, fautore dell’educazione naturale (nature/mature), si spinse anzi a consigliare di attendere l’adolescenza per introdurre il giovane Émile a conoscenze men che concrete. Con l’Ottocento l’accento educativo si spostò sull’apprendimento storico-erudito, destinato a pochi, o pratico-professionale, per i più. Fino alla seconda metà del ‘900 la filosofia ha coronato gli studi di una percentuale a una cifra di privilegiati culturali. Sull’introduzione precoce e facilitata alla riflessione filosofica si ragiona da circa mezzo secolo. Tra i primi a occuparsene, Matthew Lipman (1923-2010) pubblicò Harry Stottlemeier’s Discovery nel 1974, un racconto dimostrativo di come si potesse acuire il pensiero logico in un gruppo di ragazzini/e. In seguito Lipman propose altri racconti di apprendistato filosofico destinati ad età differenti da 9-11 a 14-16 anni: Lisa (1983) su etica e responsabilità; Mark (1988) su epistemologia e conoscenza; Kio and Gus (1989) su percezione e linguaggio; Pixie (1991) su identità e coscienza; Elfie (1995) su etica e giustizia; Suki (1995) su estetica e immaginazione; Nous (1996) sulla natura del pensare. Lipman e Ann Margaret Sharp sono stati pionieri della Philosophy for Children (P4C). Per una sintesi del loro lavoro vedi Roberto Franzini Tibaldeo, Matthew Lipman and Ann Margaret Sharp. Philosophy for Children’s Educational Revolution, Springer, 2023. Dopo di loro le pratiche e gli scritti sull’argomento sono dilagati. In Italia l’interesse per la sensibilizzazione precoce al pensiero riflessivo, già presente negli anni ’80, ha portato alla fondazione di centri di studio dedicati, tra cui CRIF-P4C, dove C sta per Children Community e Company, e Propositi di filosofia, e mosso il Ministero alla Pubblica Istruzione (ora MIUR) a indicare linee di progetto e a favorire sperimentazioni. A dispetto di tante iniziative, tuttavia, i risultati sperati sono ancora di là da venire, sia perché le sperimentazioni sono rimaste tali, sopraffatte da altre esigenze (si è temuta addirittura una riduzione dell’insegnamento della filosofia anche nei licei, come testimonia questo Appello del 18 febbraio 2014), sia per il travolgente impatto della rivoluzione informatica che ha letteralmente cambiato le carte in tavola.

Destinatari

‘Children’, nella locuzione Philosophy for Children, va tradotto con ragazzi/e o al più ragazzini/e, non bambini/e. Pochi si spingono a sollecitare una formazione al pensiero critico dei bambini (prima dei 9-10 anni). Nondimeno sarebbe bene che il pensiero critico non comparisse ex abrupto a dieci, tredici o sedici anni, ma fosse vissuto fin dall’infanzia, riflesso nei modi di comportarsi e di ragionare degli adulti, genitori ed educatori ma non solo. In breve, il sapere del sapere dovrebbe diventare un obiettivo sociale e politico nel senso più alto. Il sapere preformato e conformista è un grosso ostacolo a causa del circolo autovalidante che s’instaura. Giustamente pertanto la sensibilizzazione precoce dei piccoli andrebbe abbinata a una pratica permanente del pensiero critico nei grandi, cosa spesso raccomandata ma tutt’altro che semplice. Genitori e insegnanti tendono a trasmettere quel che hanno a loro volta appreso, quindi tipicamente, secondo la vecchia scuola, pratiche e teorie più o meno o valide con poco metasapere aggiunto. Quest’ultimo infatti esige anzitutto di liberare la mente dall’autovalidazione ingenua e di scrutinare le ‘convinzioni radicate’, ciò che indubbiamente disturba. Di conseguenza risulta più pratico, per l’alfabetizzazione critica, attendere che i/le ragazzi/e raggiungano almeno i 10-12 anni (ma più spesso i 15-17) e un minimo di indipendenza di giudizio. A quel punto c’è però il rischio che la famiglia, tagliata fuori dal processo di apertura al ‘diversamente pensabile’, si opponga. Rischio raro un tempo, ora invece frequente perché la tecnologia, mettendo a disposizione di chiunque un’enormità di informazioni e di contatti, favorisce l’illusione generalizzata di saperne più che abbastanza per giudicare con la propria testa senza educarsi a farlo. Al tempo stesso s’è largamente diffusa l’idea che ‘chiedere alla scuola’ sia un diritto molto ampio: comprende pretendere che insegni ‘quel che serve’ (o anche solo che diplomi), opporsi quando insegna ‘troppo’, sorvegliare cosa insegna, e se non s’adegua punirla. L’ideale è che disturbi il meno possibile l’adolescente che già dà tanto pensiero in quanto tale. Il vecchio auspicio kantiano – sapere aude – è fin troppo esaudito, rovesciato nel suo opposto, il pensiero acritico sfociante nell’avventurismo di massa e nell’autolesionismo culturale. In effetti l’istituzione ci mette molto di suo nell’appesantire gli apprendimenti con regole, obblighi e scadenze. Queste e altre difficoltà riducono l’ampiezza e l’impatto dei tentativi di cambiare registro. La proposta del Corso, che non a caso definisco inattuale, si spinge ai limiti estremi del ragionevolmente attuabile senza stravolgere gli equilibri correnti: anticipare la propedeutica al pensiero critico alla scuola secondaria di I grado, trattando taluni concetti di fondo e processi di discussione/riflessione come obiettivi interdisciplinari. Senza esonerare le altre discipline, introdurre poi nel biennio un insegnamento ad hoc (denominato Biografia , v. nota 2) e continuarlo nel triennio sottraendo due ore su due o due su tre a Filosofia. Estendere tale insegnamento a tutti gli indirizzi della scuola superiore. E dove Filosofia non compare nel corso di studi? Ragione di più per introdurre Biografia almeno nell’ultimo anno, preceduti da un tracciato interdisciplinare che prosegua quanto iniziato nella scuola media. Infine, sull’esempio della Francia, stabilire una prova d’esame che valorizzi il pensiero critico come obiettivo chiave della ‘maturità’.

Contenuti

Sui contenuti la disparità delle proposte avanzate nella letteratura è minima. La quasi totalità dei ricercatori considera la storia della filosofia occidentale uno strabocchevole contenitore di stimoli ottimali per lo sviluppo del pensiero critico. Serve certo spiegare, esemplificare, attualizzare i concetti ma cambiarli radicalmente proprio no. I limiti della tradizione, la sua ‘arretratezza’ rispetto al presente non sono né presi in considerazione né invero sono ammessi. Al contrario, il passato passa per essere un baluardo contro la superficialità dei tempi e la degenerazione che sembra incombere. Indubbiamente, più il passato s’allontana e diventa altro, più diventa quasi automaticamente critico del nostro presente. Più, ad es., si diventa consumisti atei, più l’ascetismo mistico assume un’inedita forza critica. Ma il passato non è la chiave del futuro. Servono contenuti radicalmente nuovi perché le conoscenze capitalizzabili, l’irruzione tecnologica, la fabbrica dell’artificio, la vastità della manipolazione, la rete delle disintegrazioni, le forme di dominazione e le stesse debolezze psichiche di base dell’essere umano a cui il pensiero critico è chiamato a far fronte non hanno niente in comune col passato, a parte la nuda e cruda vita. È da questa base comune di riferimento, l’esperienza dell’esistenza, la biografia elementale, che occorre ripensare l’intero come differenza innumerevole ma non inevitabilmente sfuggente, anzi governabile con strumenti concettuali aggiornati. Questo il contenuto che drammaticamente manca, a mio avviso, negli insegnamenti umanistici, modalità tradizionale e versioni sperimentali. Non basta cambiare metodo, invocare la compartecipazione, stimolare con agganci all’attualità, se la meta è un metapensiero obsoleto, emanazione di un passato che non fa più testo. Il pensiero occidentale è stato ontolatrico, ha idoleggiato l’essere. Dell’essere ha fatto un dio in cielo e in terra, oggettivo e soggettivo, esplicabile e ineffabile. La venerazione dell’essere non ha più ragion d’essere. Non è da ripetere il grande errore di Martin Heidegger in Essere e tempo. Comprensibile un secolo fa, oggi assurdamente datato. Ma per non ripeterlo c’è un gran lavoro da fare sui contenuti.

Metodi

Quanto ai metodi, invece, le iniziative lanciate negli ultimi decenni hanno posto giustamente l’accento su motivazione ad apprendere, personalizzazione, partecipazione attiva, affioramento spontaneo delle tematiche, attualizzazione delle problematiche, creatività individuale e di gruppo, sperimentazione, dialogo e dibattito, racconto di vissuti, assunzione di ruoli e responsabilità, collaborazione e assistenza reciproca, espressione delle ragioni e delle emozioni… insomma tutto quanto s’oppone all’insegnamento impartito frontalmente e perlopiù malvissuto. Metodi alternativi non facili da rendere operativi, come sanno gli insegnanti che li hanno provati, e non immediatamente risolutivi. La sperata efficienza ed efficacia non dipende unicamente dalla buona volontà di docenti e discenti. L’‘apparato’ scolastico – dalla collocazione urbana all’architettura interna, dalla frammentazione oraria alla disciplinarizzazione degli insegnamenti – è costruito per servire a tutt’altro scopo, in due parole al disbrigo delle pratiche. Di fatto l’apprendimento dei saperi istituiti è un’esigenza tra numerose altre che si contendono la priorità. La lezione frontale, l’orario, le ‘verifiche’, le interrogazioni ecc. sono la prima causa e la diretta conseguenza di una struttura che andrebbe coraggiosamente rivista. È questa senza dubbio la più inattuale delle richieste e al tempo stesso quella su cui – ma non è questa la sede – si dovrebbe insistere non solo perché i metodi alternativi di cui sopra sono pressoché improponibili e comunque poco incisivi se costretti nella camicia di forza dell’apparato tradizionale, ma anche e soprattutto perché quest’ultimo è piuttosto funzionale all’assuefazione e all’asservimento del/la giovane al dominio aggressivo delle nuove tecnologie i cui algoritmi pretendono obbedienza.

Finalità

Quanto alle finalità, la prima osservazione già fatta riguarda la trasversalità di questo insegnamento/apprendimento che dovrebbe porre le basi del sapere del sapere quale che sia il sapere in questione e dovrebbe farlo, si noti bene, dopo che gli altri saperi pratici e teorici hanno già cominciato a insediarsi, ciascuno con le sue pretese di verità, nella mente dell’allievo/a. La trasversalità preliminare viene a scontrarsi con la suddivisione disciplinare e il ‘ritardo cognitivo’ istituzionalizzato. È vero che non si può allenare il pensiero critico sul nulla e che dunque qualcosa bisogna pur aver appreso per poterne esaminare metacognitivamente il significato e il senso; è altrettanto vero, tuttavia, che nelle società cosiddette ‘primitive’ il rapporto cultura/natura, il senso delle cose, i significati delle pratiche, la coerenza dei discorsi e le responsabilità di ruolo erano appresi insieme, progressivamente, fin dai primi giorni di vita. Per quanto fittamente strutturata per reazione, la postmodernità è, al fondo, destrutturata, la società è in briciole e gli individui sono lasciati a sé stessi. Tra le finalità urgenti di un corso introduttivo al pensiero critico vi sono dunque la decostruzione del postmoderno e la costruzione di un nuovo umanesimo. È questa la preoccupazione sottesa all’abbinamento tra metapensiero ed educazione civica, che si ritrova, diversamente formulato, in tutte le proposte. Porto ad esempio (v. sopra) i due diagrammi di Venn riportati da Franzini Tibaldeo (op.cit.) relativi alle finalità prospettate da M. Lipman e da A. M. Sharp. In Lipman la dimensione etico-civica è associata al concetto di ‘prendersi cura’ (caring) ed è una componente del pensiero multi-dimensionale, insieme alla critica e alla creativa; più incisivamente, in Sharp la ricerca filosofica diventa un impegno comunitario volto anzitutto al ‘prendersi cura’ di sé stessi (educazione delle emozioni), degli altri e dell’ambiente. A tal fine sono subordinati il pensiero critico e la creatività. Detto altrimenti, per Lipman l’obiettivo ultimo sembra essere il saper pensare, per Sharp il saper agire. Similmente tra i due poli del meta-sapere e del meta-agire si muovono altre proposte (‘meta-agire’ nel senso che il ‘prendersi cura’ non è un semplice ‘far bene’ e ‘far del bene’ ma vi aggiunge un ‘darsi pensiero’ di quale bene si fa, di quali ne sono gli effetti e controeffetti). Segnalo, una per tutte, l’ottima sintesi di Keith J. Topping, Steve Trickey e Paul Cleghorn, Philosophy for Children, 2020, n.32 della ‘Educational Practices Series’ a cura della International Academy of Education (IAE) e dell’International Bureau of Education (IBE), sotto l’egida dell’UNESCO.[1]

Differenza del Corso inattuale

Le finalità di chi si è occupato e si occupa di sensibilizzazione precoce al pensiero critico sono grosso modo le stesse. In breve, una personalità cognitivamente, creativamente ed emozionalmente matura, un cittadino consapevole del suo pensare e responsabile del suo agire. Non sembra esserci molto da ridire se non per un aspetto, a mio parere, decisivo. Nelle varie proposte che si incontrano manca un po’ tanto il pensiero critico-negativo, la decostruzione, la rottura epistemologica, la messa in guardia contro l’autoriferimento e l’autovalidazione. Come se questa parete, indubbiamente la più ardua, del metapensiero fosse consigliabile scalarla più tardi. Il problema è, più tardi quando? Mi spiego con un facile esempio. Quando George Stephenson (1781-1848) progettò la locomotiva a vapore Rocket fu senza dubbio, agli occhi suoi e dei suoi contemporanei, creativo, cognitivamente solido e socialmente responsabile. Non si diede tuttavia alcun pensiero di quanto la sua creatura avrebbe cambiato il creato. Né, secondo lo spirito del tempo, nessuno gliene chiese ragione né ne lo rimproverò. Lo stesso vale, ai tempi nostri, per i grandi collettori di data personali e collettivi, i creatori di chatbot, di cyborg e quant’altro. Non v’è dubbio che Steve Jobs si sia sentito lucidamente critico, altamente creativo e benemerente della collettività, e come tale pare sia passato alla storia. I problemi educativi che abbiamo oggi con gli smartphone non erano anche affar suo? Potranno mai la creatività e la carità essere autocritiche? Altrimenti detto, la decostruzione delle proprie azioni e delle proprie ‘benemerenze’ spetta ad altri? È un problema di chi viene dopo? Bisogna attendere che “la giustizia faccia il suo corso” per condannare la creatività incurante, espiantante e cupidamente profittatrice dei vari Altman, Amodei, Bezos, Brin, Jobs, Musk, Page, Thiel, Zuckerberg? O la decostruzione, va messa in conto e presa in carico, nei limiti del possibile, contestualmente alla costruzione, non solo da creativi e inventivi, ma dalla collettività e v’è perciò bisogno di introdurre anch’essa nella formazione di base del cittadino? Si celebra giustamente l’inventività, che è perlopiù il risultato di intuizione e fortuna, mentre non si fa gran conto della visione complessa delle cose, ben più ardua da mettere insieme, senza dire che il pensiero decostruttivo perlopiù infastidisce, quasi guastasse la fiera delle novità dove piovono affari e ‘grandi soddisfazioni’. Una delle tesi a cui il Corso inattuale s’ispira è che il negativo sia decisivo nella formazione e che, quando manchi l’abitudine alla decostruzione radicale e metodica, il sapere del sapere quasi non faccia che trovare conferme alle care convinzioni che sarebbe suo compito smontare. La biografia elementale e la fenomenologia dell’evenienza, su cui il Corso è impostato, puntano al doppio movimento di costruzione-decostruzione del dato esistenziale e di conseguenza sociale e politico. A tal fine, a ogni altro benintenzionato schema educativo andrebbe premesso uno pseudo-diagramma di Venn (v. sopra, pseudo- perché gli elementi appartenenti ai tre insiemi restano indeterminati al di fuori dell’area centrale ove concomitando si codeter­minano) in cui le iperboli rinviino a tre insiemi di fattori elementari che solo nel congiungersi si rivelano, proiettandosi nell’esistenza (ε) come fattuali, immaginari, fantasticati, spiacevoli, desiderabili, ipotizzabili ecc. (v. Genesi, pp.33-44; Essere al mondo, p.372). In altre parole, prima di asserire (o negare) qualsiasi che è (quid), inclusi il pensiero critico, l’assoluto, il relativo, il fattuale, il materiale, lo spirituale, il dogmatico, lo scettico, il fenomenologico, l’ermeneutico ecc., è importante tornare a ragionare su ciò che è in ogni caso (in tutto ciò che accade) originario e originante. Questo ci riporta all’arché e agli inizi della filosofia, ora però con tutt’altro sguardo sul ‘mondo reale’, le ‘costruzioni mentali’ e i ‘significati convenuti’ che determinano l’esperienza non meno di quanto ne sono l’effetto.




[1] Eccone le finalità: [a] agire sulla socializzazione e le emozioni; [b] costruire una comunità di interessi e ricerche; [c] incoraggiare la metacognizione; [d] assicurare che gli effetti perdurino nel tempo oltre l’esperienza scolastica, fino alla vita da cittadini adulti. Quest’ultima particolarmente impegnativa, ma è perlomeno importante metterla sul tavolo.

 

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