Paradossi della filosofia

 


La domanda sul fine della filosofia ha trovato risposta, definitiva e insieme insoddisfacente, nella sua fine. La buona risposta è sepolta alla fine, nell’esaurimento delle risposte, nel suo non saper più che dire se non ripetersi. La filosofia è finita perché non ha dato la risposta definitiva alla domanda originaria. Ha frainteso la domanda come bisogno di soluzione. Il pensiero che cede al bisogno è un pensiero occasionale, vittima della contingenza storica, del sapere disponibile, della logica creduta, dei principi scontati, delle speranze incaute e delle illusioni. La filosofia in Occidente è stata una forma di religione rifuggente come tutte le religioni dal mettere radicalmente in discussione le proprie premesse. Ha tuttavia compiuto un buon lavoro nell’esplorare, dandole di volta in volta per buone, risposte devianti e insufficienti. Ne ha lasciato una rassegna pressoché completa che funge oggi da messa in guardia per chiunque s’appresti a ri-pensare i temi che la filosofia ha abbandonato: la genetica dell’accadere, la natura della conoscenza, gli elementi di biografia generale, la condizione umana, la confusione tra licenza e libertà, il rapporto tra tecnica e anima. A tale ri-pensamento s’addice il nome di prosofia che ricorda sia il fine della filosofia, favorire per quanto possibile il sapere contro banalizzazione e alienazione, sia la fine della sua missione storica, l’esplorazione delle risposte provvisorie che ha rinchiuso lo storico filosofare dell'Occidente nei suoi paradossi.

➤ Il termine filosofia è attualmente impiegato a proposito di quasi qualsiasi punto o spunto di vista su qualunque argomento. Qui l’intendo invece come designatore del pensiero dell’Occidente, consapevolmente elaborato lungo venticinque secoli dall’antica Grecia a tempi recenti con una preoccupazione di continuità che gli stessi filosofi, per quanto diverse e opposte le loro concezioni, hanno rivendicato. Cosa d’altronde inevitabile dati i grandi temi del filosofare – l’origine, il divenire, l’idea, l’essere, le cause, la conoscenza – in una parola l’universale a cui nulla se non il nulla pare sottrarsi.

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1.     L’universale accomodato al particolare, il tutto alla parte.

A dispetto di tale vocazione universalistica la filosofia lungo tutta la sua storia non ha prodotto che visioni delle cose, ossia modi di vedere partigiani più o meno convincenti all’epoca della loro fioritura e poi però presto sopraffatti da altre letture e interpretazioni in una girandola di teorie, un rosario sgranato di risposte compromesse tra rigore intellettuale e condizionamenti socioculturali, questi ultimi percepiti non come limite inficiante ma come motivazione e giustificazione. L’erranza nasce con l’idea stessa di filosofia che implica la possibilità di separare il pensato (il mondo) dal pensante (la mente) e questi dai modi del pensiero (il ragionamento) come se costituissero tre sfere di realtà funzionanti indipendentemente, compito del filosofo essendo far sì che esse si corrispondano in un tutt’uno. Di qui l’escogitazione di soluzioni particolari alcune delle quali – penso alle idee di idea essere natura sostanza elemento materia anima io progresso segno infinito ecc. – sono presto passate per universali e necessarie come se nulla fosse concepibile senza quelle. In breve il processo di reificazione dei massimi riferimenti del pensiero occidentale non è stato diverso da quello tipico delle religioni del Libro che hanno ingenuamente generalizzato figure particolari come quelle di padre figlio signore pastore gregge peccato popolo angelo cielo ecc. Di differente v’era solo il mito sottostante, la ragione risolutrice da un lato, la fede consolatrice dall’altro, peraltro con freqeunti interscambi e sovrapposizioni (fede risolutrice e ragione consolatoria).

2.     La ricerca condizionata dal bisogno, la soluzione indirizzata dalla richiesta.

Solo occasionalmente l’Occidente si è occupato delle premesse dei propri riferimenti ideali. Si è discusso per secoli di idee e realtà, materia e spirito, ragione e intuizione ecc., raramente ci si è occupati di radicalizzare la riflessione indagando l’originario, ciò che permette qualsiasi risultanza e pertanto non dà spiegazioni, non rassicura, né soddisfa esigenze. Chi si occupa dell’universale dovrebbe anzitutto liberarsi da ogni condizionamento. La ricerca della risposta non può rispondere ad alcun bisogno perché qualsiasi bisogno, fosse anche la più spirituale delle motivazioni, è evidentemente relativo a una condizione, cioè a un vissuto, sia esso teoretico o pratico. L’ossimoro di una appassionata ricerca del tutto disinteressata ha prodotto fin dall’antichità perplessità e, da un lato, risposte poco convincenti, come quella platonica prospettante una sorta di super-eros ideale capace di sublimare il desiderio e quella aristotelica di un sapere teoretico simil-divino; dal lato opposto, un rinunciatario accontentarsi o lasciar perdere diversamente declinato da cinici, stoici, epicurei e accademici.

3.     Per sfuggire a ciò che le sfugge la ragione si imprigiona nei suoi processi.

La ragione umana ha due movimenti a disposizione. Il movimento a derivare o ricavare da cause e principi certe conseguenze (effetti, stati di cose, dinamiche ecc.). Questo movimento deduttivo può essere facilmente invertito, quando si disponga di basi di dati, dagli effetti alle cause (induzione). S’aggiungano l’utilità pratica dell’estrapolazione prudente e soprattutto la circolarità metodica della ricerca tra intuizione, induzione, ipotizzazione e deduzione. Tutto ciò sempre a partire da un che di premesso, un che è senza il quale non v’è deduzione o induzione possibile. Come dire che, per procedere e conseguire qualche risultato, una ragione che si muova in tal modo deve credere di avere sott’occhio un oggetto analizzabile (il mondo o qualcosa di esso) e che con ciò stesso in quel suo mondo-come-lo-vede essa si confina. Il movimento a derivare non è affatto improduttivo, al contrario, è quello che alla lunga ha prodotto le tecnologie di cui oggi siamo signori e schiavi. L’altro movimento è a risalire o arretrare dalla condizione e dagli elementi che la ragione tende a considerare pre-dati (mente mondo metodo verità ordine ecc.) nella direzione del loro darsi. Si tratta qui di cogliere l’origine dell’accadere non mediante una facile ipostasi (un dio creatore, un logos primigenio, un metafisico essere), un che è ad hoc a cui tutto riferire in prima ed  ultima istanza, ma di spiegare come il tutto e il nulla, l’essere e il non essere, la volontà e la necessità, il tempo e l’eternità, il punto e lo spazio, il movimento e la quiete, il divenire e il persistere siano del tutto indistinguibili finché non accade qualcosa che li distingua, anzi che li generi. La ragione ha qui da indagare sulla genesi di tutto ciò che accade, genesi che agisce prima che venga a prodursi qualcosa su cui ragionare e prima che la ragione stessa sia posta e operativa. La genetica dell’accadere ha sempre profondamente disturbato i filosofi, non esclusi i maggiori del Novecento, che l’hanno aggirata perché se presa di petto avrebbe tolto loro qualsivoglia ubi consistam su cui declinare il proprio bisogno di pensiero soddisfacente. Anche Kant aveva ritenuto inevitabile postulare una ragione operativa ed efficiente a cui sottoporre la domanda sui limiti della ragione. Ha dato per scontato che anche la più severa critica della ragione non potesse far altro che prestabilirla ed affidarsi ad essa. Perciò non è riuscito a disfarsi del fenomeno, della cosa in sé, del regno dei fini, dell’io penso e della ragione stessa come legislatrice della natura.

4.     Radicale impotenza e ambigua produttività della filosofia.

Fino a tempi recentissimi la filosofia occidentale non è stata in grado di affrontare analiticamente il pensiero della totalità mentre vi si è incaparbita, laddove il pensiero orientale (indiano, cinese) ha preferito rifugiarsi nelle ipotesi del velo impenetrabile, della composizione dei contrari e dell’illuminazione. È successo, di conseguenza, che in Occidente il pensiero abbia esperito ogni mezzo e sondato ogni possibilità di abbracciare la complessità afferrandola da qualche parte. L’esito di tanto indaffararsi, progressivo in apparenza e a tratti rivoluzionario, non è stata e non poteva essere la sperata comprensione dell’intero, meno ancora la pienezza dell’umanismo, quanto invece lo sviluppo di un’ampia competenza tecnologica, settoriale, abbacinante nei risultati, efficiente per la soluzione di problemi particolari senza alcun rapporto strutturale con la totalità dell’esistenza umana, individui e società. Quindi caotica negli effetti, a disposizione per ogni abuso e tale da richiedere sempre più controlli e vincoli e sorveglianza. Finché da ultimo non si è arrivati, com’era inevitabile, all’assurdo di una tecnologia che dovrebbe sorvegliarsi da sé escludendo del tutto dalle sue operazioni il fattore umano. L’impotenza della filosofia a dominare concettualmente l’intero ha favorito concettualmente la produttività di non importa che cosa, sconnessa dai valori (a parte il denaro e il successo) o fomentatrice di valori ammalorati (la libertà come licenza, l’io come referente massimo, l’altro come diverso e inferiore, il progresso come utopia, l’Occidente stesso come esempio e guida dell’umanità intera). Produttività pressoché acefala eppure dettatrice di pseudobisogni e pseudoservizi destinati a imporsi, anzi a diventare indispensabili e perfino vitali indipendentemente dal loro impatto, in qualche caso disastroso, sul presente e sul futuro degli esseri umani (e non) e del pianeta.

5.     La filosofia ha esplorato tutte le non-soluzioni né poteva far altro. Il desiderio di sapere l’ha tradita.

Mentre all’atto pratico il pensiero occidentale favoriva la falsa imparzialità della scienza e il progresso disparato delle tecniche finalizzato alla competizione e al profitto, dal lato teorico proseguiva l’esplorazione del dato esistenziale sulla base di due presupposti ritenuti inderogabili: l’essere e il divenire. Qualcosa doveva senza dubbio essere e di questo gran contenitore di tutte le essenze e di tutti gli essenti doveva senza dubbio potersi analizzare o comunque spiegare in qualche modo il divenire di causa in causa o di teorema in teorema fino a incontrare il puro e semplice caso o, in alcuni filosofi, fino ad eliminare anche quest’ultimo in nome della logica o della fisica o della universale necessità. Tuttavia fin dalla fondazione del pensiero occidentale non era apparsa descrizione di tale essere e del suo permanere o divenire che non sembrasse convincente prima di scoprirvi contraddizioni irrimediabili e nonsensi. La soluzione, presto adottata, di includere la contraddizione introducendo una dialettica conduceva a risultati che comunque contraddicevano a loro volta l’esperienza o sopprimevano la domanda. In contrasto con l’avanzamento delle conoscenze disciplinari la filosofia si confermava impotente. Il motivo per cui prima del XX secolo il pensiero dell’essere come sostanza del reale non poteva che esplorare vicoli ciechi ci è ora evidente, la fisica ci ha illuminato: il reale è e non è. L’esistenza è propria soltanto dell’energia la quale in sé non è nulla potendo diventare qualsiasi cosa. La materia è energia momentaneamente congelata. Lo stesso vale per qualsivoglia prodotto dello spirito ossia di processi neuronali e correnti elettrochimiche. Un tale dato di fatto – l’assoluta inconsistenza dell’essere – apparentemente contraddetto dall’esperienza comune non poteva in alcun modo soddisfare quel bisogno di sapere proprietario e spendibile che il pensiero occidentale perseguiva.

6.     La storia della filosofia occidentale è il romanzo del pensiero impreparato.

La debolezza del pensiero orientale si coglie nella sua secolare paralisi al cospetto della doppiezza del reale, visto come veridico e ingannevole ma senza spiegazione se non di ordine mistico. In Occidente la debolezza del pensiero si è mostrata invece in un susseguirsi di scuole incapaci di reggere l’urto della storia, disponibili all’usa e getta dei poteri religioso, politico, militare ed economico. Un pensiero ideologizzabile e di fatto ideologizzato lungo tutta la sua storia. Posto l’essere come fondamento, principio e sostanza di tutte le cose diventa una necessità della mente definirlo, precisarne i tratti, le manifestazioni, la presenza e l’assenza nella fattualità del divenire. Finché di fisica, chimica e biologia si conosceva ben poco, e quel poco frammisto a ogni sorta di favole, era paradossalmente facile per il filosofo oggettivare l’essere vestendolo di un mondo ad hoc congruente con la propria logica e psicologia. Col tempo le tecniche hanno però sottratto alla filosofia la licenza di oggettivare. Non per caso la rivoluzione scientifica, introdotta dalla navigazione oceanica, dal cannocchiale, dal microscopio e dallo spettrometro nei secoli XVI e XVII, coincise con il volgersi della filosofia dall’oggetto, non più disponibile, al soggetto ancora configurabile a piacere per l’ignoranza in cui giaceva l’operare dell’intelletto. Analogamente, da quando tra fine Ottocento e primo Novecento la scienza ha cominciato a penetrare la mente e i suoi processi alla filosofia non è rimasto che rifugiarsi in sé stessa ovvero nella riflessione sul linguaggio e sulla propria storia. Con ciò ha portato a termine la sua millenaria narrazione correlata alla perlustrazione dei tre ordini di risposte sollevate dalla pseudo-questione dell’essere e contemporaneamente si è data per vinta, inevitabilmente, perché la tecnica si è rapidamente appropriata con l’informatica e ora con la cIA (la cosiddetta Intelligenza Artificiale) anche di linguaggi e simboli svuotandoli di ogni residua essenzialità.

7.     La tecnologia ha risolto dove la filosofia non poteva che fantasticare. 

La risposta inconfutabile all’antica domanda sul che cos’è delle cose è infine arrivata dalla scienza mentre la filosofia continentale ancora s’attardava in elucubrazioni sull’essere metafisico. Posti come ovviamente equipollenti gli ingegni di filosofi e scienziati, a fare la differenza da ultimo sono state le tecniche, ossia la potenza degli strumenti di osservazione, sperimentazione e calcolo. La filosofia avrebbe potuto immaginare la risposta alla questione dell’essere che le tecniche hanno permesso di acquisire, ma la sua risposta non supportata da strumenti sarebbe rimasta una fantasia poco credibile stante il fatto che i sensi e la ragione di un qualsiasi organismo sono evoluti per informarlo e insieme illuderlo circa il che cos’è delle cose presentandogliene soltanto forme ed aspetti utili alla sopravvivenza della specie nel suo ambiente primitivo. Detto questo, resta il fatto che il pensiero occidentale si è opposto con tutte le sue forze e risorse all’ipotesi che l’essere, concepito come ciò che non può non essere, fosse inconsistente rispetto all’idea idoleggiante di un che di assoluto e originario.

8.     La storia della filosofia e la filosofia della storia terminano, ma la storia continua indifferente rivelando infine l’inadeguatezza storica della filosofia.

La fisica del ‘900, relativistica e quantistica, ha capovolto il concetto di essere. Essere è il nome che i filosofi hanno dato a come banalmente percepivano alcune tra le infinite forme che l’energia assume. Ma l’energia non è costretta a essere qualcosa. Può anche trovarsi interamente confinata, come nell’istante che precedette il big bang, in un punto infinitesimo e in seguito dar luogo a un plasma impervio alla luce, pressoché indifferenziato. In principio è l’energia, ossia non l’essere ma la licenza di divenire qualsiasi cosa. L’energia è e non è, è qui qualcosa che altrove è tutt’altra cosa. Il vecchio essere della filosofia è una nozione riduttiva, costruita su apparenze, cioè su conoscenze ridotte, così come lo sono un qualsiasi dio o demone. La fisica non ci dice che l’essere non è, nel qual caso resterebbe spazio per ulteriori elucubrazioni ontologiche (negontologiche), bensì che appare consistere nelle forme che un organismo vi percepisce. È dunque un sottoprodotto dell’esistere, così come l’esistere è un sottoprodotto dell’energia. Con la morte dell’essere scompaiono anche il mondo, il nulla, il divenire, il porre, il contrapporre, la dialettica e più o meno l’intero armamentario del pensiero. Cessa la storia della filosofia perché la filosofia (occidentale) non è che la storia della convinzione dell’essere come principio necessario ed assoluto. Che il reale prima di essere compreso non sia ma sia e non sia è un concetto che ripugna al filosofo perché gli impedisce di prestabilire una logica, una storia, un’antropologia, una terminologia ecc. con le quali superare le apparenze e pervenire alla sostanza delle cose. Ma le cose non hanno se non quella sostanza che ad esse attribuiamo. Con la dissoluzione dell’essere termina anche la filosofia della storia. La premessa era infatti che senza l’essere e il suo storico divenire il vero e l’intero sarebbero crollati. Invece la storia continua con le sue bizzarie e tirnnie mietendo vittorie e vittime senza alcun principio o fine ultimo, come sempre ha fatto.

9.     La filosofia termina quando più serve e meno oscuro è il capire.

L’ignoranza della filosofia è stata causa in passato di emozioni e illusioni, visioni ed errori. Per non rischiare di diventare un cattivo maestro il sapiente non aveva che far ricorso all’insipienza del saggio. Ma se azzardava una teoria, quale che fosse, questa si prestava facilmente a diventare dottrina perché era universalmente condiviso il preconcetto che esistesse una sostanza delle cose, un in sé anteposto al pensiero, un mondo da comprendere univocamente e sulle cui regole regolarsi. Le scienze col loro differenziarsi e moltiplicarsi a dispetto dell’unità sognata dalla filosofia hanno invece mostrato che le idee di sostanza e di apparenza sono entrambe superficiali. La sostanza delle cose è apparente tanto quanto la loro apparenza è sostanziale. Le cose sono infatti risultanze di correlazioni tra organismo, ambiente e informazione, senza le quali l’universo non può essere pensato se non come un pieno/vuoto, un tutto/nulla impenetrabile, indescrivibile e insignificante. Le tecniche hanno dimostrato che non v'è limite all'artificio perché tutto è artificio. Le cose sono costruzioni, risultano da interrelazioni tra entità fittizie (mondo, mente e medium) dipendenti anch'esse dal loro interrelarsi. L'autoctisi è la matrice del reale. Le tecniche hanno mostrato l'onnipotenza e l'inconsistenza dell'artificio. Grazie alle tecniche oggi è meno oscuro il capire a patto di rinunciare alle premesse che hanno giustificato il filosofare lungo tutta la sua storia. Le tecniche tuttavia sono indifferenti alla riflessione matura, al pensiero critico e ai valori. Non è neanche pensabile una metatecnica che prenda il posto della defunta metafisica. Ma di un pensiero post-filosofico v’è assoluto bisogno. I più tecnici tra i viventi sono i virus. L’umanità che non sa pensarsi diventa virale e infettante. Invece di cogliere le mutevoli correlazioni tra mondo, mente e medium reifica separatamente oggetti, soggetti e simboli senza alcun discernimento. Come un virus essa può raggiungere un obiettivo nella più completa oscurità intellettuale e senza alcuna provvedutezza etica. Che la filosofia terminasse era necessario e inevitabile quanto che una pro-filosofia (o prosofia) riprenda daccapo la riflessione sull’originario, sulla universalità non dell’uguale ma del diverso, sulla costruzione del senso e sulla dignità dell’umano.

10.  La mancata risposta è la risposta.

La filosofia ha compiuto la sua missione. Consisteva nell’esplorare tutte le ipotesi conciliabili con l’integrità dell’essere. Ha perlustrato le vie dell’oggetto, del soggetto e del segno finendo ogni volta in vicoli ciechi. Ha fatto anche troppo, ha tentato di rovesciare l’ordine del discorso attribuendo al proprio limitato e mutevole afferrare l’etichetta di risultato progressivo del divenire dello spirito. Paradossalmente ha tanto più contribuito, sotto forma di ideologia, a fare la storia, quanto meno ha tenuto fede al suo progetto iniziale. Così è accaduto che la risposta mancata e la conseguente fine della filosofia fornissero esse la risposta alla domanda sull’origine e sull’essere in quanto essere. L’essere né è né non è bensì è e non è infinitamente. Non è né determinato né indeterminato, né descrivibile né indescrivibile ecc, ma entrambe le cose senza contraddizione e senza soluzione della contraddizione. La mancanza di una risposta circa il che cos’è delle cose è la risposta cercata a lungo negata. Il pensiero dell’Occidente è da ricostruire su queste nuove fluide fondamenta.

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