Paradossi della filosofia
➤ Il termine filosofia è attualmente impiegato a proposito di quasi qualsiasi punto o spunto di vista su qualunque argomento. Qui l’intendo invece come designatore del pensiero dell’Occidente, consapevolmente elaborato lungo venticinque secoli dall’antica Grecia a tempi recenti con una preoccupazione di continuità che gli stessi filosofi, per quanto diverse e opposte le loro concezioni, hanno rivendicato. Cosa d’altronde inevitabile dati i grandi temi del filosofare – l’origine, il divenire, l’idea, l’essere, le cause, la conoscenza – in una parola l’universale a cui nulla se non il nulla pare sottrarsi.
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1.
L’universale accomodato
al particolare, il tutto alla parte.
A dispetto di tale vocazione
universalistica la filosofia lungo tutta la sua storia non ha prodotto che visioni
delle cose, ossia modi di vedere partigiani più o meno convincenti
all’epoca della loro fioritura e poi però presto sopraffatti da altre letture e
interpretazioni in una girandola di teorie, un rosario sgranato di risposte compromesse
tra rigore intellettuale e condizionamenti socioculturali, questi ultimi
percepiti non come limite inficiante ma come motivazione e giustificazione. L’erranza
nasce con l’idea stessa di filosofia che implica la possibilità di separare il
pensato (il mondo) dal pensante (la mente) e questi dai modi del pensiero (il
ragionamento) come se costituissero tre sfere di realtà funzionanti
indipendentemente, compito del filosofo essendo far sì che esse si
corrispondano in un tutt’uno. Di qui l’escogitazione di soluzioni particolari alcune
delle quali – penso alle idee di idea essere natura sostanza elemento materia anima
io progresso segno infinito ecc. – sono presto passate per universali e
necessarie come se nulla fosse concepibile senza quelle. In breve il processo
di reificazione dei massimi riferimenti del pensiero occidentale non è stato
diverso da quello tipico delle religioni del Libro che hanno ingenuamente
generalizzato figure particolari come quelle di padre figlio signore pastore gregge
peccato popolo angelo cielo ecc. Di differente v’era solo il mito sottostante, la
ragione risolutrice da un lato, la fede consolatrice dall’altro, peraltro con freqeunti
interscambi e sovrapposizioni (fede risolutrice e ragione consolatoria).
2.
La ricerca
condizionata dal bisogno, la soluzione indirizzata dalla richiesta.
Solo occasionalmente l’Occidente si è occupato delle
premesse dei propri riferimenti ideali. Si è discusso per secoli di idee e
realtà, materia e spirito, ragione e intuizione ecc., raramente ci si è
occupati di radicalizzare la riflessione indagando l’originario, ciò che
permette qualsiasi risultanza e pertanto non dà spiegazioni, non rassicura,
né soddisfa esigenze. Chi si occupa dell’universale dovrebbe anzitutto
liberarsi da ogni condizionamento. La ricerca della risposta non può rispondere
ad alcun bisogno perché qualsiasi bisogno, fosse anche la più spirituale delle motivazioni,
è evidentemente relativo a una condizione, cioè a un vissuto, sia esso
teoretico o pratico. L’ossimoro di una appassionata ricerca del tutto
disinteressata ha prodotto fin dall’antichità perplessità e, da un lato,
risposte poco convincenti, come quella platonica prospettante una sorta di
super-eros ideale capace di sublimare il desiderio e quella aristotelica di un
sapere teoretico simil-divino; dal lato opposto, un rinunciatario accontentarsi
o lasciar perdere diversamente declinato da cinici, stoici, epicurei e
accademici.
3.
Per sfuggire a ciò che le sfugge la ragione si
imprigiona nei suoi processi.
La ragione umana ha due movimenti a disposizione. Il
movimento a derivare o ricavare da cause e principi certe conseguenze (effetti,
stati di cose, dinamiche ecc.). Questo movimento deduttivo può essere facilmente
invertito, quando si disponga di basi di dati, dagli effetti alle cause
(induzione). S’aggiungano l’utilità pratica dell’estrapolazione prudente e
soprattutto la circolarità metodica della ricerca tra intuizione, induzione,
ipotizzazione e deduzione. Tutto ciò sempre a partire da un che di premesso, un
che è senza il quale non v’è deduzione o induzione possibile. Come dire
che, per procedere e conseguire qualche risultato, una ragione che si muova in
tal modo deve credere di avere sott’occhio un oggetto analizzabile (il mondo o
qualcosa di esso) e che con ciò stesso in quel suo mondo-come-lo-vede essa si confina.
Il movimento a derivare non è affatto improduttivo, al contrario, è quello che
alla lunga ha prodotto le tecnologie di cui oggi siamo signori e schiavi.
L’altro movimento è a risalire o arretrare dalla condizione e dagli elementi
che la ragione tende a considerare pre-dati (mente mondo metodo verità ordine ecc.)
nella direzione del loro darsi. Si tratta qui di cogliere l’origine
dell’accadere non mediante una facile ipostasi (un dio creatore, un logos
primigenio, un metafisico essere), un che è ad hoc a cui tutto riferire
in prima ed ultima istanza, ma di
spiegare come il tutto e il nulla, l’essere e il non essere, la volontà e la
necessità, il tempo e l’eternità, il punto e lo spazio, il movimento e la
quiete, il divenire e il persistere siano del tutto indistinguibili finché non
accade qualcosa che li distingua, anzi che li generi. La ragione ha qui da
indagare sulla genesi di tutto ciò che accade, genesi che agisce prima
che venga a prodursi qualcosa su cui ragionare e prima che la ragione stessa
sia posta e operativa. La genetica dell’accadere ha sempre profondamente
disturbato i filosofi, non esclusi i maggiori del Novecento, che l’hanno
aggirata perché se presa di petto avrebbe tolto loro qualsivoglia ubi
consistam su cui declinare il proprio bisogno di pensiero soddisfacente. Anche
Kant aveva ritenuto inevitabile postulare una ragione operativa ed efficiente a
cui sottoporre la domanda sui limiti della ragione. Ha dato per scontato che
anche la più severa critica della ragione non potesse far altro che
prestabilirla ed affidarsi ad essa. Perciò non è riuscito a disfarsi del
fenomeno, della cosa in sé, del regno dei fini, dell’io penso e della ragione
stessa come legislatrice della natura.
4.
Radicale impotenza e ambigua produttività della
filosofia.
Fino a tempi recentissimi la filosofia occidentale non è
stata in grado di affrontare analiticamente il pensiero della totalità mentre
vi si è incaparbita, laddove il pensiero orientale (indiano, cinese) ha
preferito rifugiarsi nelle ipotesi del velo impenetrabile, della composizione
dei contrari e dell’illuminazione. È successo, di conseguenza, che in Occidente
il pensiero abbia esperito ogni mezzo e sondato ogni possibilità di abbracciare
la complessità afferrandola da qualche parte. L’esito di tanto indaffararsi,
progressivo in apparenza e a tratti rivoluzionario, non è stata e non poteva
essere la sperata comprensione dell’intero, meno ancora la pienezza
dell’umanismo, quanto invece lo sviluppo di un’ampia competenza tecnologica, settoriale,
abbacinante nei risultati, efficiente per la soluzione di problemi particolari
senza alcun rapporto strutturale con la totalità dell’esistenza umana,
individui e società. Quindi caotica negli effetti, a disposizione per ogni
abuso e tale da richiedere sempre più controlli e vincoli e sorveglianza. Finché
da ultimo non si è arrivati, com’era inevitabile, all’assurdo di una tecnologia
che dovrebbe sorvegliarsi da sé escludendo del tutto dalle sue operazioni il
fattore umano. L’impotenza della filosofia a dominare concettualmente l’intero ha
favorito concettualmente la produttività di non importa che cosa, sconnessa dai
valori (a parte il denaro e il successo) o fomentatrice di valori ammalorati
(la libertà come licenza, l’io come referente massimo, l’altro come diverso e
inferiore, il progresso come utopia, l’Occidente stesso come esempio e guida
dell’umanità intera). Produttività pressoché acefala eppure dettatrice di
pseudobisogni e pseudoservizi destinati a imporsi, anzi a diventare
indispensabili e perfino vitali indipendentemente dal loro impatto, in qualche
caso disastroso, sul presente e sul futuro degli esseri umani (e non) e del
pianeta.
5.
La filosofia ha esplorato tutte le non-soluzioni
né poteva far altro. Il desiderio di sapere l’ha tradita.
Mentre all’atto pratico il pensiero occidentale favoriva la
falsa imparzialità della scienza e il progresso disparato delle tecniche finalizzato
alla competizione e al profitto, dal lato teorico proseguiva l’esplorazione del
dato esistenziale sulla base di due presupposti ritenuti inderogabili: l’essere
e il divenire. Qualcosa doveva senza dubbio essere e di questo gran
contenitore di tutte le essenze e di tutti gli essenti doveva senza dubbio
potersi analizzare o comunque spiegare in qualche modo il divenire di causa in
causa o di teorema in teorema fino a incontrare il puro e semplice caso o, in
alcuni filosofi, fino ad eliminare anche quest’ultimo in nome della logica o
della fisica o della universale necessità. Tuttavia fin dalla fondazione del
pensiero occidentale non era apparsa descrizione di tale essere e del suo permanere
o divenire che non sembrasse convincente prima di scoprirvi contraddizioni
irrimediabili e nonsensi. La soluzione, presto adottata, di includere la
contraddizione introducendo una dialettica conduceva a risultati che comunque
contraddicevano a loro volta l’esperienza o sopprimevano la domanda. In
contrasto con l’avanzamento delle conoscenze disciplinari la filosofia si
confermava impotente. Il motivo per cui prima del XX secolo il pensiero
dell’essere come sostanza del reale non poteva che esplorare vicoli ciechi ci è
ora evidente, la fisica ci ha illuminato: il reale è e non è. L’esistenza
è propria soltanto dell’energia la quale in sé non è nulla potendo diventare
qualsiasi cosa. La materia è energia momentaneamente congelata. Lo stesso vale
per qualsivoglia prodotto dello spirito ossia di processi neuronali e correnti
elettrochimiche. Un tale dato di fatto – l’assoluta inconsistenza dell’essere –
apparentemente contraddetto dall’esperienza comune non poteva in alcun modo
soddisfare quel bisogno di sapere proprietario e spendibile che il pensiero
occidentale perseguiva.
6.
La storia della filosofia occidentale è il
romanzo del pensiero impreparato.
La debolezza del pensiero orientale si coglie nella sua
secolare paralisi al cospetto della doppiezza del reale, visto come veridico e
ingannevole ma senza spiegazione se non di ordine mistico. In Occidente la
debolezza del pensiero si è mostrata invece in un susseguirsi di scuole incapaci
di reggere l’urto della storia, disponibili all’usa e getta dei poteri
religioso, politico, militare ed economico. Un pensiero ideologizzabile e di
fatto ideologizzato lungo tutta la sua storia. Posto l’essere come fondamento,
principio e sostanza di tutte le cose diventa una necessità della mente definirlo,
precisarne i tratti, le manifestazioni, la presenza e l’assenza nella
fattualità del divenire. Finché di fisica, chimica e biologia si conosceva ben
poco, e quel poco frammisto a ogni sorta di favole, era paradossalmente facile
per il filosofo oggettivare l’essere vestendolo di un mondo ad hoc congruente
con la propria logica e psicologia. Col tempo le tecniche hanno però sottratto
alla filosofia la licenza di oggettivare. Non per caso la rivoluzione
scientifica, introdotta dalla navigazione oceanica, dal cannocchiale, dal microscopio
e dallo spettrometro nei secoli XVI e XVII, coincise con il volgersi della
filosofia dall’oggetto, non più disponibile, al soggetto ancora configurabile a
piacere per l’ignoranza in cui giaceva l’operare dell’intelletto. Analogamente,
da quando tra fine Ottocento e primo Novecento la scienza ha cominciato a penetrare
la mente e i suoi processi alla filosofia non è rimasto che rifugiarsi in sé
stessa ovvero nella riflessione sul linguaggio e sulla propria storia. Con ciò
ha portato a termine la sua millenaria narrazione correlata alla perlustrazione
dei tre ordini di risposte sollevate dalla pseudo-questione dell’essere e
contemporaneamente si è data per vinta, inevitabilmente, perché la tecnica si è
rapidamente appropriata con l’informatica e ora con la cIA (la cosiddetta Intelligenza
Artificiale) anche di linguaggi e simboli svuotandoli di ogni residua
essenzialità.
7.
La tecnologia ha risolto dove la filosofia non
poteva che fantasticare.
La risposta inconfutabile all’antica domanda sul che cos’è
delle cose è infine arrivata dalla scienza mentre la filosofia continentale ancora
s’attardava in elucubrazioni sull’essere metafisico. Posti come ovviamente equipollenti
gli ingegni di filosofi e scienziati, a fare la differenza da ultimo sono state
le tecniche, ossia la potenza degli strumenti di osservazione, sperimentazione
e calcolo. La filosofia avrebbe potuto immaginare la risposta alla
questione dell’essere che le tecniche hanno permesso di acquisire, ma la sua
risposta non supportata da strumenti sarebbe rimasta una fantasia poco
credibile stante il fatto che i sensi e la ragione di un qualsiasi organismo sono
evoluti per informarlo e insieme illuderlo circa il che cos’è delle cose presentandogliene
soltanto forme ed aspetti utili alla sopravvivenza della specie nel suo ambiente
primitivo. Detto questo, resta il fatto che il pensiero occidentale si è opposto
con tutte le sue forze e risorse all’ipotesi che l’essere, concepito come ciò
che non può non essere, fosse inconsistente rispetto all’idea idoleggiante di
un che di assoluto e originario.
8.
La storia della filosofia e la filosofia della
storia terminano, ma la storia continua indifferente rivelando infine l’inadeguatezza
storica della filosofia.
La fisica del ‘900, relativistica e quantistica, ha
capovolto il concetto di essere. Essere è il nome che i filosofi hanno dato a
come banalmente percepivano alcune tra le infinite forme che l’energia assume. Ma
l’energia non è costretta a essere qualcosa. Può anche trovarsi interamente
confinata, come nell’istante che precedette il big bang, in un punto
infinitesimo e in seguito dar luogo a un plasma impervio alla luce, pressoché indifferenziato.
In principio è l’energia, ossia non l’essere ma la licenza di divenire
qualsiasi cosa. L’energia è e non è, è qui qualcosa che altrove è tutt’altra
cosa. Il vecchio essere della filosofia è una nozione riduttiva, costruita su apparenze,
cioè su conoscenze ridotte, così come lo sono un qualsiasi dio o demone. La
fisica non ci dice che l’essere non è, nel qual caso resterebbe spazio per
ulteriori elucubrazioni ontologiche (negontologiche), bensì che appare consistere
nelle forme che un organismo vi percepisce. È dunque un sottoprodotto dell’esistere,
così come l’esistere è un sottoprodotto dell’energia. Con la morte dell’essere scompaiono
anche il mondo, il nulla, il divenire, il porre, il contrapporre, la dialettica
e più o meno l’intero armamentario del pensiero. Cessa la storia della filosofia
perché la filosofia (occidentale) non è che la storia della convinzione dell’essere
come principio necessario ed assoluto. Che il reale prima di essere compreso non
sia ma sia e non sia è un concetto che ripugna al filosofo perché gli
impedisce di prestabilire una logica, una storia, un’antropologia, una
terminologia ecc. con le quali superare le apparenze e pervenire alla sostanza
delle cose. Ma le cose non hanno se non quella sostanza che ad esse
attribuiamo. Con la dissoluzione dell’essere termina anche la filosofia della
storia. La premessa era infatti che senza l’essere e il suo storico divenire il
vero e l’intero sarebbero crollati. Invece la storia continua con le sue
bizzarie e tirnnie mietendo vittorie e vittime senza alcun principio o fine
ultimo, come sempre ha fatto.
9.
La filosofia termina quando più serve e meno oscuro
è il capire.
L’ignoranza della filosofia è stata causa in passato di emozioni
e illusioni, visioni ed errori. Per non rischiare di diventare un cattivo
maestro il sapiente non aveva che far ricorso all’insipienza del saggio.
Ma se azzardava una teoria, quale che fosse, questa si prestava facilmente a
diventare dottrina perché era universalmente condiviso il preconcetto che esistesse
una sostanza delle cose, un in sé anteposto al pensiero, un mondo da
comprendere univocamente e sulle cui regole regolarsi. Le scienze col loro
differenziarsi e moltiplicarsi a dispetto dell’unità sognata dalla filosofia
hanno invece mostrato che le idee di sostanza e di apparenza sono entrambe superficiali.
La sostanza delle cose è apparente tanto quanto la loro apparenza è
sostanziale. Le cose sono infatti risultanze di correlazioni tra organismo,
ambiente e informazione, senza le quali l’universo non può essere pensato se
non come un pieno/vuoto, un tutto/nulla impenetrabile, indescrivibile e
insignificante. Le tecniche hanno dimostrato che non v'è limite all'artificio perché tutto è artificio. Le cose sono costruzioni, risultano da interrelazioni tra entità fittizie (mondo, mente e medium) dipendenti anch'esse dal loro interrelarsi. L'autoctisi è la matrice del reale. Le tecniche hanno mostrato l'onnipotenza e l'inconsistenza dell'artificio. Grazie alle tecniche oggi è meno oscuro il capire a patto di
rinunciare alle premesse che hanno giustificato il filosofare lungo tutta la
sua storia. Le tecniche tuttavia sono indifferenti alla riflessione matura, al
pensiero critico e ai valori. Non è neanche pensabile una metatecnica che prenda
il posto della defunta metafisica. Ma di un pensiero post-filosofico v’è
assoluto bisogno. I più tecnici tra i viventi sono i virus. L’umanità che non
sa pensarsi diventa virale e infettante. Invece di cogliere le mutevoli
correlazioni tra mondo, mente e medium reifica separatamente oggetti, soggetti
e simboli senza alcun discernimento. Come un virus essa può raggiungere un obiettivo
nella più completa oscurità intellettuale e senza alcuna provvedutezza etica.
Che la filosofia terminasse era necessario e inevitabile quanto che una pro-filosofia
(o prosofia) riprenda daccapo la riflessione sull’originario, sulla universalità
non dell’uguale ma del diverso, sulla costruzione del senso e sulla dignità
dell’umano.
10. La
mancata risposta è la risposta.
La filosofia ha compiuto la sua missione. Consisteva nell’esplorare
tutte le ipotesi conciliabili con l’integrità dell’essere. Ha perlustrato le
vie dell’oggetto, del soggetto e del segno finendo ogni volta in vicoli ciechi.
Ha fatto anche troppo, ha tentato di rovesciare l’ordine del discorso attribuendo
al proprio limitato e mutevole afferrare l’etichetta di risultato progressivo
del divenire dello spirito. Paradossalmente ha tanto più contribuito, sotto
forma di ideologia, a fare la storia, quanto meno ha tenuto fede al suo
progetto iniziale. Così è accaduto che la risposta mancata e la conseguente fine
della filosofia fornissero esse la risposta alla domanda sull’origine e sull’essere
in quanto essere. L’essere né è né non è bensì è e non è infinitamente. Non è
né determinato né indeterminato, né descrivibile né indescrivibile ecc, ma
entrambe le cose senza contraddizione e senza soluzione della contraddizione.
La mancanza di una risposta circa il che cos’è delle cose è la risposta cercata
a lungo negata. Il pensiero dell’Occidente è da ricostruire su queste nuove
fluide fondamenta.

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