La filosofia a scuola nel 2026 e oltre

 

Una materia ultracentenaria

--- Nei licei italiani dalla Riforma Gentile (1923) a oggi sono state impartite tre ore settimanali di Filosofia, complessivamente circa trecento. Per qualche ragione, in alcuni indirizzi (artistici, tecnici, economici – cioè dove forse ve ne sarebbe più bisogno) sono non tre ma due, in totale circa duecento. Quali le motivazioni di un impegno così sostenuto? Prescindiamo da quanto v’era allora di antidemocratico (di elitista, classista e maschilista) nelle premesse della Riforma dell’istruzione superiore (“la più fascista delle riforme” secondo Benito Mussolini). Vediamo nello specifico a che doveva servire la materia filosofica. Due gli obiettivi di massima, rispondenti a due convinzioni ritenute all’epoca autorevoli, di fatto alquanto autoritarie. L’una generica: la storia del pensiero insegna a pensare come si deve; l’altra specifica (ideologica): la filosofia si risolve nella sua storia coincidente con la progressiva liberazione dello spirito. Il programma dei tre anni obbedisce ancor oggi, con pochi aggiustamenti, alla medesima dogmatica approssimativa.  Filosofare (a scuola) nel 2025 richiede dunque la messa in discussione della Riforma Gentile? Sarebbe già tanto, in effetti, ma al tempo stesso davvero troppo poco. Ben altra riforma è necessaria e urgente. Lo si sostiene da tempo, ci si preoccupa del grave ritardo, dei tempi che corrono, della barbarie tecnologica ecc. Si insiste giustamente sul dovere di preparare le giovani menti a pensare rettamente, se possibile fino al 2100 e oltre. Non è dunque sbagliato guardare alla riforma della Riforma come a un’occasione di ripensamento radicale non solo della materia Filosofia ma del filosofare stesso. Proviamo quindi a rovesciare, à la Derrida, i significati attesi: la ‘filosofia a scuola’ da intendere non come presenza ingombrante, imposizione della materia su allieve e allievi, ma come un rinvio della materia stessa a scuola di ripensamento.

Oggi come ieri

La critica dello storicismo idealista (dogmatico e occidentalista) che ancora impregna il fondo, se non la superficie, dei programmi ministeriali e dei manuali che ne dipendono, non implica affatto né una rinuncia alla prospettiva storica né un rovesciamento della stessa à la Michel Foucault, come se l’ordine del discorso potesse essere rivoluzionato da un gesto intellettuale. Il rischio a cui si espone ogni critica distruttiva o decostruttiva è di lasciare, come temeva Descartes, un cumulo di macerie o un vuoto presto riempito dalla prima novità persuasiva. Com’è infatti accaduto al movimento post-moderno, in Francia presto contestato dai nouveaux philosophes, negli States divenuto col tempo pretesto agli opposti fondamentalismi, woke e suprematista. Sarebbe più utile, di questi tempi, una critica ricostruttiva, qualcosa di kantiano. Non di neokantiano, perché c’è troppo di nuovo di cui dar conto, ma nello spirito di Kant. Il suo suggerimento di rinunciare a raccontarsi favole è sempre valido. Che lo studio della storia del pensiero sia automaticamente formativo è una bella favola scolastica. Può ben riuscire, al contrario, dis-educativo, inducendo a subire il pensiero altrui, a innamorarsi di un ‘grande maestro’, a ritenere il filosofare un improbo esercizio destinato a pochi, e cosa peggiore di tutte a sentirsi, alla fine degli studi superiori, maturi ma deboli, persi in un mare di fake news e tecnologia, privi di quella facile ignoranza che altri propalano con successo sul Web. Se Hegel e/o Marx avessero visto giusto non avremmo di questi problemi. La dialettica della storia ci porterebbe direttamente ai piedi del futuro. Ma se guardiamo indietro non scorgiamo che great expectations e illusions perdues. Il più alto insegnamento di Platone non è il platonismo. È il dialogo ragionante in cui le risorse della tradizione sono perlustrate ma il cui fine è l’elaborazione di un pensiero che regga il confronto col presente e, per quanto possibile, costruisca il futuro. Oggi come ieri la filosofia non sarebbe da studiare. Sarebbe da fare. In questo il nostro tempo si sta rivelando rinunciatario. Mai prima d’ora dall’antica Grecia a noi, neppure nei secoli detti ‘barbarici’, l’Occidente è stato così indifferente alla sapienza, così proclive all’informazione come alla disinformazione purché monetarizzabili. Il confronto con la vivacità intellettuale della seconda metà del secolo XX è sconfortante. Come si è giunti al pensiero basso, degradato, contro cui il sistema scuola-famiglia-società fatica a opporre resistenza? Che fare per alzare l’asticella della conversazione e della progettazione collettive?

A margine

Più ampio svolgimento intorno agli stessi temi ho dato, per chi fosse interessato a discuterne, in Genesi. L’origine qui e ora e altri saggi.[1] Qui propongo giusto qualche tessera da aggiungere al mosaico di riflessioni che l’argomento suscita. Tanto più se, al di là dell’insegnamento di Filosofia, si vuole riflettere sullo stato della filosofia nel secolo XXI, ossia sulla sua scomparsa e (forse) riapparizione. In questo nostro tempo disorientato e ammorbato, non solo gli educatori ma tutte le persone di buon senso sono pro-vocate, chiamate a farsi avanti e a dare il proprio contributo alla riforma dell’umanesimo. Che quest’ultimo sia in pericolo non v’è dubbio. Con ‘umanesimo’ dovrebbe intendersi la più saggia economia dell’umano, ma il termine 'economia' che Aristotele coniò per significare la prudenza, l’accortezza e la giusta misura indispensabili al buon governo della casa è ormai sopraffatto da ‘capitale’ nel senso di estrazione di guadagno, spremitura di risorse, rapina strutturale al sistema, saccheggio della diversità ambientale, sociale, politica e culturale per accumulare potere nelle mani di un’infima minoranza. È possibile contrastare l’estrema degenerazione del capitalismo dall’interno del sistema? No, perché accumula enormi ricchezze nelle mani di nuovi satrapi che se ne servono per tecnologie strapotenti e debordanti.[2] A costoro perfino le periodiche bolle che gettano nel panico la classe media servono per concentrare altro potere. Un’economia depravata e depravante non può rigenerarsi moralmente dall’interno. Occorre uscirne e riparlare di civiltà, di umanità. Senza però ricadere nelle vecchie formule perché ogni tempo è unico e perfino il Rinascimento non è stato una riedizione dell’antico ma un’invenzione dell’Ottocento. “Dobbiamo impegnarci per la costruzione di una civiltà diversa e per una diversa comunità, senza mai smettere di credere nella democrazia e nel confronto” (D. Olivero, vescovo di Pinerolo, la Repubblica, 17/12/2025 p. 22). D’altra parte gli stessi plutocrati dei nostri giorni come procedono? Sanno bene che i soldi in quanto tali non bastano e neppure le lobbies. Puntano perciò a dominare l’informazione e di conseguenza le menti. Non contenti, fabbricano filosofie e le propalano come nuovi evangeli. Bisogna prendere esempio da loro, ma con intento opposto. Assumersi, tutti quanti, la responsabilità di una grande riforma delle coscienze. Il termine è abusato ma non ne trovo un altro. Va dunque ripensato, rigenerato. A dispetto della buona volontà di tanti, le democrazie tremano e i popoli impoveriti votano contro i propri interessi immediati e futuri. Alla filosofia si chiede di contribuire a invertire la rotta. Ma l’ha fatto in passato quando emergenze simili si sono presentate? E ne resta qualcosa di attuale? Qualcosa, intendo, di radicale, su cui rifondare la Weltansicht democratica, non una fuga dalla realtà o qualche consolante aforisma. Prima però è bene soffermarsi sulla gravità della situazione perché, all’incirca come cent’anni fa, la si sottovaluta. 

Retrofezia: troppo facile

Ma no, si dirà, la scuola resiste. In particolare tramite i vecchi insegnamenti umanistici come Lingua e letteratura, Storia, Storia dell’arte e appunto Filosofia la scuola pubblica fa il possibile per sottrarre i giovani alla diseducazione di massa, ai qualunquismi contemporanei del tipo io-posso-dire-dunque-so e io-sono-cliccato-dunque-esisto. È vero, la scuola prova a contrastare il degrado ma, con tutto l’impegno, non riesce a farvi fronte. In passato l’alunno entrava in istituto, come la parola stessa sottolineava, sottoalimentato. Gli insegnamenti, benché  pochissimo personalizzati, erano un nutrimento indispensabile, proteine sociali. Tutto o quasi il sapere formalizzato era nelle mani dell’istituzione scolastica che decideva (fu questo il senso della Riforma Gentile) quale fosse il sapere da sapere e come distribuirlo tra le classi sociali. La scuola dunque profetizzava sé stessa ma, grosso modo, in sintonia con i bisogni di alfabetizzazione e pubblica istruzione. Toccava all’allievo districarsi tra l’utile, il dilettevole, il formativo, il noioso, il pleonastico, l’antiquato ecc. che incontrava a lezione. I figli della borghesia agiata, che avevano il futuro spianato, prendevano su quel che poteva servire e per il resto se la spassavano. Abbiamo il loro ritratto in Amarcord. I figli degli operai e dei contadini erano consapevoli che, per loro, il riscatto sociale passava per la scuola di base. In famiglia erano trasmesse ancestrali conoscenze e utilissime pratiche, non però quelle che, all’epoca, permettevano di uscire dal ciclo della povertà, in particolare la lingua nazionale e il far di conto. Per costoro l’esperimento profetico, prima della riforma del 1961, fu la Scuola di Barbiana (1954-1967). Nel 2025 la situazione è tutt’altra. Gli alunni sono sovralimentati. Entrano in aula sovraccarichi, affascinati da idoli e influencer, oberati da cumuli di informazione in disordine, ossessionati dalle ‘apparenze’ e da un ego affamato di visibilità, ansioso di restare escluso o se no tendente a chiudersi in sé stesso, insomma con un’identità fragile. La scuola come risponde a questa condizione esistenziale radicalmente diversa e inattesa? Insistendo sulle ‘basi’, i fondamenti della cultura otto-novecentesca il cui sguardo storicista e positivista era rivolto al passato in quanto premessa di progresso universale sotto la guida illuminata dell’Occidente. Contro la sovralimentazione disorientante, effetto dei nuovi media e di tecnologie che stanno facendo tabula rasa dei vecchi mondi, l’istituzione risponde con fleboclisi di cultura trascorsa. Trascorsa, sia chiaro, non è detto per sminuire ma per caratterizzare, visto che anche il moderno è, quasi d’un tratto, divenuto antico. Il problema epocale del confronto col presente e il futuro lo si suppone affrontabile a partire da schemi pedagogici di nobile afflato ma scollati dalla realtà. Non è un parere personale, è semplicemente quel che ha famosamente mostrato Thomas Kuhn (The Structure of Scientific Revolutions, Chicago, University of Chicago Press, 1962, 2a ed.1970) – il ritardo strutturale nella trasmissione delle conoscenze – aggravato dalla accelerazione tecnologica del XXI secolo. Non basta sapere usare la LIM (lavagna interattiva multimediale). È in gioco un radicale mutamento di paradigma. Viene qui buono il concetto di self-fulfilling prophecy. Più i tempi nuovi divergono, i riferimenti mutano, i valori cambiano e la società sembra incrinarsi sulle sue antiche fondamenta come terremotata, più nell’ottica dell’istituzione pare ragionevole preservare a ogni costo il passato. In fondo essa si adopera per salvare il salvabile. Distribuisce giubbotti di salvataggio. Che altro può fare? Questa ‘retrofezia’ pare in effetti autoavverarsi perché, nell’attuale vuoto di visioni davvero profetiche (= non-nichiliste), contro lo tsunami tecnologico non v’è che fuggire sul punto più elevato e aspettare che le acque si ritirino. Ma lo faranno?

La nuova immanenza

Per molto tempo i filosofi hanno ragionato sul reale e il razionale in termini di trascendenza e immanenza. Immanente era questo mondo; trascendente, per chi ci credeva, l’altro mondo. Entrambi esistevano indipendentemente dalle conoscenze disponibili sull’uno e sull’altro. Le scienze mentre erodevano la fede nel trascendente confortavano quella nell’immanente, nel senso che promettevano progresso, ovvero un sempre più incisivo dominio intellettuale e pratico sulla natura in tutte le sue manifestazioni ad opera del superuomo occidentale a cui quel sapere immanente veniva buono per giustificare la propria pretesa superiorità. Sotto questo ombrello ideologico si sono ritrovati, alla rinfusa, enciclopedisti, idealisti, materialisti, storicisti, positivisti, socialisti, comunisti, evoluzionisti, pragmatisti e nichilisti, il fior fiore della filosofia tra Settecento e Novecento. Poche le voci contrarie – Leopardi, Schopenhauer, Dostoevskij – sopraffatte dall’entusiasmo collettivo.[3] La prima metà del Novecento, nonostante le due guerre mondiali, i totalitarismi e i genocidi, non ha cancellato dagli schermi mentali quella rappresentazione dell’immanenza come dominio. Nella seconda metà i due blocchi, il capitalista e il comunista, hanno cooperato attivamente a propagandare la convinzione che, in un modo o nell’altro, il futuro si presentasse radioso. Finché inaspettatamente e quasi di punto in bianco tra l’ultimo quarto del secolo scorso e il primo di questo l’immanenza non è stata più la stessa. L’ontologia del nostro mondo, che ritenevamo immutabile, è profondamente cambiata per una eterogenea combinazione di concause a cui stiamo soggiacendo senza riuscire a farvi fronte. Vediamone alcune.

Antropocene

La sottile diatriba in corso su Antropocene sì, Antropocene no non cambia lo stato dei fatti. Il pianeta è stato invaso da una specie che, sebbene autoctona, può ben dirsi aliena, Homo sapiens. Una specie denaturata, che evolve milioni di volte più veloce delle altre specie, non si conforma all’ordine naturale che costruisce ecosistemi basati su lenti processi darwiniani di adattamento e trasformazione dell’ambiente. Processi analoghi a quelli (assimilazione e accomodamento) che, secondo Jean Piaget, guidavano passo passo la maturazione mentale del bambino, cosicché l’ontogenesi rispecchiava la filogenesi dando tempo al tempo. Non è più così. L’artificio ha sostituito l’avventura delle relazioni emotive e cognitive con una sorta di preparato in scatola. È vero che Sapiens ha costruito mondi paralleli fin dalla preistoria. In passato però, non avendo mezzi sufficienti a costruirsi una nicchia alternativa, doveva patteggiare con la natura, come testimoniano ampiamente i miti e le dottrine stesse dei filosofi. Poi però, nel nome del progresso, l’età moderna e la contemporanea hanno via via sfibrato il pianeta estendendo all’intera superficie del globo le predazioni. L’hanno fatto senza alcuna lungimiranza, ignorando perfino il concetto di precauzione. L’invasione non pareva barbarica. Si giustificava proprio grazie all’apparente sproporzione tra l’interferenza umana e la resilienza della Terra. L’ipotesi di un’aggressione umana così distruttiva da provocare una frattura geologica nella storia naturale sarebbe parsa una farneticazione fino a pochi decenni fa. Improvvisamente i nodi sono venuti al pettine. Sapiens è invasivo, infestante. Niente è rimasto indenne. Dai perfluoroalchilici (PFAS)  o “forever chemicals” alle microplastiche, dai gas serra ai pesticidi, dal particolato alle sostanze radioattive, dalla emergenza clima alla distruzione degli habitat, ormai tutto quanto la specie produce e causa è  ‘antropocenico’, non esclusa – ed è questo il punto che qui interessa – la propria stessa riproduzione biologica e culturale. A lungo ci si è soffermati su singole emergenze (il buco nell’ozono, la calotta artica, il surriscaldamento dei mari, la desertificazione del Sahel, il rischio pandemico ecc.) senza vedere l’effetto sistemico, il balzo qualitativo. Senza la minima idea di dove stava andando a parare Sapiens ha cambiato specie a sé stesso e al mondo. Un salto nel buio. Come è stato possibile? Un diverso filosofare avrebbe dato un più efficace contributo alla saggezza collettiva o il degrado era incluso nel pacchetto della modernità?[4]  

L'accelerazionismo (per un comunismo di lusso) 

Nasce il sospetto che l’arretramento culturale sia un portato inevitabile del progresso tecnologico. La società non sa come gestire il cambiamento che è troppo rapido per consentire una penetrante riflessione collettiva. Della gravità delle ricadute si diffonde la percezione quando con i mezzi disponibili c’è più poco da fare. V’è allora chi propone un sovradosaggio di rimedi. Un esempio? La geoingegneria solare, l’idea di raffreddare il pianeta immettendo particelle riflettenti nell’atmosfera. Il circolo vizioso dell’innovazione risolutrice è una diretta conseguenza dell’accelerazione antropocenica. Più rapido è il cambiamento, più s’invocano cambiamenti per controllarlo. La civiltà deve adattarsi in fretta se non vuole ‘restare indietro’. L’antropologia insegue la tecnologia. E poiché del futuro non c’è un banco di prova dilaga la sperimentazione a tavolino. Nuovi socialisti utopisti propongono di accelerare l’accelerazione. La nuova era, sostengono, non è che abbozzata, serve ancora più tecnologia perché la novità si affermi pienamente e ogni problema sia risolto. Più IA, più robotica, molta più velocità di calcolo, molta ma molta più energia. Risultato, il vecchio obiettivo comunista (da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo le sue necessità) raggiunto mille volte meglio (da ciascuno praticamente niente, a ciascuno quel che desidera illimitatamente). Un comunismo extralusso (v. A. Bastani, Fully Automated Luxury Communism. A Manifesto, Verso, London, 2019). Lo strano è che la stessa accelerazione inseguono i nuovi nichilisti elitisti, gli anarco-capitalisti, secondo i quali l’umanità sta affondando in un degrado irrimediabile. A differenza dei nichilisti storici questi posseggono ricchezze sterminate grazie alle quali contano di ritagliare per sé soli e i loro sodali un futuro radioso. Su Marte, immortalità inclusa. Queste bizzarrie meritano una citazione perché evidenziano un altro  lato della crisi postmoderna. La libertà di/del pensiero, che per i filosofi era anzitutto una condizione da capire, è divenuta un videogame.

Indistinzione generalizzata

È l’espressione usata da Éric Sadin (1973-, filosofo e tecnocritico francese, autore di una Critica della ragione artificiale, LUISS U.P., Milano, 2019) per significare dove si andrà a parare con l’IA (de)generativa, i cui promotori assicurano generi un oceano di informazione già relativamente affidabile, che lo sarà molto di più entro breve fino a emulare non solo ogni altra fonte di sapere, anche magistrale, ma a ragionare con l’umano e invece dell’umano. E a consigliare, confortare, impressionare, illudere ecc. Entro dieci anni gli studenti entreranno in aula letteralmente accompagnati dal loro alter ego digitale. I tecnocritici sostengono che l’IA non sappia né saprà mai distinguere tra generazione e degenerazione perché il suo nome è sbagliato. Non si tratta infatti di fine intelligenza contestualizzata ma di un LLM (Large Language Model), un megasoftware che scolla morfemi, smembra frasi, memorizza accostamenti e costruzioni sintattiche. Conduce queste operazioni su miliardi di testi, creati dall’ingegno umano, e qualcosa di analogo opera sulle immagini. Risultato, è in grado di costruire forme che sembrano contenuti, elaborati collage che mimano il sapere contestuato, prodotto dall’intelligenza naturale. L’IA sarebbe pertanto l’evoluzione del “cretino molto veloce”, che è la storica definizione del computer. Tra le due posizioni, quella che abbraccia e quella che rigetta l’IA, c’è una via di mezzo. Più la consulenza, chiamiamola così, richiesta all’IA si riferisce a un settore di conoscenze altamente formalizzato, più la forma della risposta, di cui l’IA è responsabile, sta effettivamente per il contenuto e può ben valere come tale per l’umano che vi si interfaccia. Il caso non è molto diverso dalla consultazione di un dizionario cartaceo. Se non conosco il significato di un lemma (ciò che esso denota), la forma della risposta che il lessicografo fornisce mi vale per il suo contenuto. Se invece mi serve capire come il lemma nel contesto è connotato il dizionario non mi è di alcuna utilità. Lo stesso vale per l’IA genericamente generativa che risponde a domande del tipo: Sono in un buon momento, cosa posso fare per approfittarne? A cui l’IA non risponde In che senso? ma (cito): Che bello sentirti così, P 🌞! Quando si attraversa un buon momento, è prezioso coglierlo e trasformarlo in energia che rimane. Ti propongo alcune strade per approfittarne ecc. Ignorando il senso della domanda il bot non può che rispondere con qualche frase fatta. Il concetto alla base dell’IA generativa, invero, è di una semplicità sconcertante. Ricorda la Biblioteca di Babele di J. L. Borges. Tra un’infinità di combinazioni di elementi di una stessa classe deve per forza trovarsi qualsiasi combinazione interessi. Per soddisfare tutti gli interessi basterà dunque provvedersi di (1) un contenitore molto capiente; (2) un ricognitore di combinazioni; (3) un ricombinatore pertinente.

L’ignoranza e l’imbroglio

Nel dominio dei numeri una calcolatrice lavora allo stesso modo. Non ha alcuna idea di cosa significhi una cifra, né in astratto né in concreto. Sa solo distinguerle e applicare le operazioni scelte dall’utente. La differenza tra operazioni formali su numeri e su parole è enorme perché i significati e i sensi non sono quantificabili. Ma questo lo si dovrebbe sapere. V’è pertanto un lato incolpevole nell’IA generativa. Se non sapendo come funziona si scambia la sua complessa ignoranza per intelligenza viva e addirittura ci si emoziona (come riferiscono adulti anche molto istruiti) la colpa non è sua. Se poi utilizzo i suoi output senza alcuna elaborazione, solo per apparire io stesso più intelligente o preparato, sono un ingenuo falsario che non controlla neppure l’allineamento delle banconote che stampa. A parte l’affidabilità, che sta rapidamente migliorando, i grossi problemi che l’IA generativa solleva sono proprio questi due, l’ignoranza e l’imbroglio, né l’uno né l’altro imputabili all’LLM. A quanto pare i falsari digitali, gli umani che nutrono una vera passione per il deepfake, sono legione. Per essi diffondere la notizia accuratamente documentata non è di alcuna soddisfazione perché hanno l’impressione di non aggiungervi niente, quasi fosse un banale passamano, non un servizio alla collettività da esercitare con coscienza. Creare un falso, metterlo on line e vederlo diventare per qualcuno un convincimento esistenziale ha per costoro tutt’altra attrattiva. Qualcosa che senza il loro intervento non esisterebbe affatto prende forma e viaggia per il mondo alla velocità della luce. Con i mezzi attuali si perviene a credibilizzare quasi qualsiasi cosa. Chi ci sa fare nel regno del virtuale si sente un arcano artefice, un demone divino. La Rete è (anche) un brodo di coltura per manipolatori fraudolenti che complottano per intorbidire l’informazione. A dir il vero non è una novità, i libelli sono nati prima di Gutenberg e tutti i regimi disinformano. Per salvaguardare la propria libertà di giudizio non c’è che provvedersi di quanta più formazione critica e informazione comparata (lascio perdere qui la grossa questione della responsabilità delle piattaforme e della regolamentazione dei contenuti, che esse osteggiano con tutti i mezzi).

Action-research

Ecco quindi il discorso ricadere sull’aspetto dolente, l’impreparazione, i nuovi analfabetismi. La scuola cosa può fare di più per preparare i giovani all’impatto dell’IA? Una domanda più puntuale è la seguente: l’opinione professorale secondo cui una formazione secondaria ad ampio spettro (linguistico-letteraria, storica, filosofica, scientifica, artistica) sarebbe una garanzia contro le nuove ignoranze ha qualche senso completo? Da che è comprovata? La storia, l’arte, la filosofia come sono insegnate e apprese in quali modi contribuiscono e che cosa di concretamente formativo offrono a chi ha un assoluto e urgente bisogno di strumenti con cui affrontare le novità epocali che tecnologie tra il mirabolante e il minaccioso mettono sul mercato? Torna in primo piano il metodo, se passivizzante o incentivante. Se ne parla ab immemorabili ma quand’anche si fosse fatto tanto non può bastare perché le insidie nascoste nella IA generativa non sono meno impattanti delle opportunità. Per servirsi dell’IA senza subirla serve all’utente quel sapĕre aude raccomandato da Kant che la stessa IA spiega così (MS Edge Copilot, sottolineatura mia): è l’imperativo che invita ogni individuo a emanciparsi, a pensare autonomamente e criticamente, senza affidarsi ciecamente a guide esterne.” Ecco un obiettivo da potenziare convintamente: meno scuola del tipo guida esterna, più autogestione assistita dei processi cognitivi, più ricerca-azione. La action-research che se non erro John Dewey intendeva centrata sul docente, come metodo per mantenere l’insegnamento a stretto contatto con i problemi reali, con il discente come beneficiario, potrebbe e dovrebbe oggi essere ricentrata sullo studente. Nello specifico, filosofare sarebbe dunque più un fare filosofia che un passivo-paziente studiarne la storia (v. questionpro.com/blog/action-research).

Pensiero e parola

Restiamo un momento sulla questione forma vs contenuto. Per riconoscere la rispondenza dell’una all’altro occorre un dispositivo – l’apparato cognitivo di un insetto, una mente umana, un processore di informazioni ecc. – che in qualche modo individui la prima e conosca il secondo. Dunque la correlazione minima è triadica: forma, contenuto e apparato. Uno soltanto o due di questi tre cofattori non producono assolutamente nulla come un libro che nessuno legga. La costruzione a tre è essenziale. Pare un’osservazione banale ma ha delle implicazioni. Tra le richieste tipiche della istruzione superiore ai suoi studenti, nell’esposizione orale e soprattutto negli scritti, vi sono le seguenti due, che la forma sia rispettata e il contenuto appropriato. L’attività cognitiva è scontata, quasi basti mettercela. Si usa dire infatti, di chi va male, che non ce la mette tutta. La rispondenza di cui l’insegnamento soprattutto si occupa è quella tra forme e contenuti, in sostanza tra parola e pensiero. Del terzo fattore è responsabile l’allievo. Osservando attentamente si nota, in questa dissociazione della correlazione fondamentale, una peculiare somiglianza con quel che sa fare e fa l’IA, ossia abbinare forme per ricreare contenuti senza altro riferimento che, appunto, formale al terzo cofattore che nel caso dell’essere umano si presenta piuttosto complesso e sfuggente. Non è sorprendente che l’IA ignori l’apparato cognitivo dal momento che non ne possiede uno. V’è però qui una domanda interessante da far pervenire a quegli oscuri nerd che assemblano software cosiddetto intelligente: Non sarà, per caso, che il vostro modello di intelligenza copia-e-incolla, quello che funge da gold standard per le macchine che costruite, vi è stato instillato da questa nostra società del calcolo profittevole e da anni di scolarizzazione diadica invece che triadica, ossia basata su un’ipotesi riduttiva se non riduzionista di intelligenza, anni in cui quanto più come persone sparivate dietro quel che sapevate memorizzare e ripetere, tanto meglio eravate remunerati? Ma dimentichiamo per un attimo la sociologia della cultura ed esaminiamo il problema gnoseologico in purezza. Da un lato v’è l’ovvia necessità di non mettere tutto in discussione, anzi, di trattare come cosa nota gran parte delle esperienze che grosso modo si ripetono. Altrimenti si resterebbe subissati di incertezza. Una cosa diventa (ossia è trattata come) sufficientemente nota quando al riguardo sono scontati congiuntamente tre elementi: (1) la soggettività di chi la pensa, (2) l’oggettività di com’è pensata, (3) il mezzo che la rappresenta. La determinazione non è che il risultato della loro fusione. Non fa differenza di che si tratti. Che la cosa in questione figuri di fatto accertata come vera o falsa, reale o immaginaria, accidentale o sostanziale, materiale o spirituale ecc. quel che la fa essere così com’è è la scomparsa momentanea o abitudinaria della distinzione fra quei tre elementi costitutivi che nell’animale sono previamente fusi per via genetica mentre nell’essere umano risultano distinguibili e rivedibili, ammesso che la società e la cultura vigente glielo concedano e l’educazione ve l’abbia abituato. Diciamo, per brevità, che un vissuto è costituito dai chi-cosa-come che vi s’intrecciano e che l’approccio analitico a una qualsiasi problematica comporta distinguere e rivedere come ci si pone, di che si tratta e come la si rappresenta. Ridetto in negativo, un approccio non può dirsi pienamente critico se non mette in discussione tutti tre gli aspetti che fanno di una cosa una cosa, di un chi un chi e di un messaggio un messaggio. Al tempo stesso per fare anche solo un passo in qualsiasi direzione occorre dare parecchi chi-cosa-come per assodati. Fondamentale diventa perciò la dosatura. I complottisti ingenui, i creduloni e i fissati che popolano la Rete non sanno dosare certezza e dubbio. Chi lo sa fare assomiglia al bravo regista che passa dal buona la prima alla ennesima ripresa, dall’impersonare un carattere alla valutazione dell’inquadratura, dal guidare gli attori al lasciarli esprimersi. La formazione filosofica, in senso ampio, transdisciplinare, oggi più che mai dovrebbe prendere le mosse, a mio parere, dalla disamina di questa metaproblematica che sembra ardua solo perché manca l’abitudine a pensarla, ma evidentemente non lo è dal momento che ogni persona di buon senso, non disturbata da coazioni ideologiche, vi si regola perlopiù con bastante equilibrio.

Epistemia

Per giocare intelligentemente con l’intelligenza artificiale lo studente deve scoprire dentro di sé la bellezza dell’intelligenza naturale. Altrimenti soccombe alla facilità del tutto compreso, nel triplo senso di servizio completo, di perfettamente inglobato e di tutto capito. A questo proposito lo stesso Sadin nella citata Critica propone il concetto di épistémie su cui vale la pena di elaborare. Il termine è modellato su pandémie. L’epistemia è un’epidemia di certezza qualunque (per inciso, ‘la qualunque’ è data come una delle espressioni chiave del 2025). Ci si è molto preoccupati negli anni scorsi di post-verità, ma non era ancora il peggio. La verità restava citata, era un riferimento discusso (non senza qualche buon motivo), al limite osteggiato, ma pur sempre presente. L’epistemia causa una sorta di anosmia del vero. Elimina del tutto la differenza tra verità e post-verità. È una generalizzazione del modello di sostituzione surrettizia che tanto piace sia all’estremismo capitalista sia al nichilismo post-umanista. L’ultracapitalismo odierno si autodefinisce tranquillamente liberista e vuol far credere di rappresentare l’unico modello socioeconomico praticabile, una verità di fatto e di diritto gravante sull’intero orizzonte, una dittatura dell’azionariato che sopprime dall’ordine del discorso politico i concetti stessi di destra, sinistra e centro. Analogamente, il post-umanesimo e il post-moderno hanno cessato d’essere concetti provocatori, atti a suscitare discussione e contromisure. Per i neonichilisti nicciani il vecchio essere umano non esiste più e se ne devono cancellare le tracce. Non esiste più né fisicamente né culturalmente. Superomizzato, dotato di estensioni robotiche e protesi mentali, può ormai abbandonare il corpo, dimenticare la morte su cui tanto ancora contava Heidegger. E ovviamente sapere tutto per interposta IA. Vi sono insomma ottime ragioni per lavorare molto, nel filosofare attuale, sulla problematica epistemologica. Che non si risolve contrapponendo episteme a epistemia come se la prima parlasse della verità in salute e la seconda della verità appestata. Ecco una questione su cui la filosofia della scienza ha già fatto chiarezza. La verità salda (episteme) è stata una delle grandi suggestioni dell’Occidente. La si potrebbe riammettere, seguendo Kant, come idealità regolativa che però implica, come dice la parola, una libertà che sa regolarsi, limitarsi, una intelligenza moralizzata dalla ragione, cosa che ripugna alla civiltà dell’algoritmo redditizio. Al più, parafrasando Popper, si può parlare di falsità per ora inaccertata/inaccettata, dove l’inaccettato è più importante dell’inaccertato. Infatti il sapere scientifico, che pure mira alla certezza, non è che il risultato di quel che ritengono i più competenti in materia sulla base di un meta-accordo preliminare che stabilisce alcuni punti fermi: il campo di ricerca, l’acribia e l’indipendenza del ricercatore, la replicabilità delle prove, lo standard di comunicazione e la peer review. Se la comunità dei competenti in materia giunge a una conclusione, questa è da ritenersi pur sempre provvisoria. È solo quanto di meglio chi ne sa riesce a dirne per il momento. Paradossalmente l’epistemia è, almeno in parte, conseguenza dell’epistemologia del Novecento. Come il postumo Wittgenstein delle Ricerche(1953), così gli atomisti logici e i neopositivisti si sono visti infine costretti a rinunciare alle idee di obiettività e di verifica, a dispetto dell’impegno da loro speso per rafforzarle. In parole povere, la verità non è altro che quella cosa su cui qui e ora siamo abbastanza d’accordo perché la vediamo dallo stesso punto di vista e ne parliamo con lo stesso linguaggio. Ma se più di così non si può dire, ecco che dopo le vecchie mura (la tradizione, l’autorità) crollano anche le nuove (la scienza comprovata, l’esperimento cruciale) senza che nulla sia approntato per sostituirle. Che cosa precisamente servirebbe? Certamente non un’autorità che imponga un ordine nuovo ma neppure l’indistinzione generalizzata. Servirebbe un approccio metacritico, un’ampia elaborazione collettiva che cominci presto, fin dalle elementari, e prosegua per gradi fino a produrre una diffusa consapevolezza di quanto sia problematico il vero e di come d’altra parte non sia così difficile farvi fronte abbastanza serenamente, contando sulla aristotelica phrónesis oltre che su una solida sophía.

Per un’identità non confinata

Un’idea più di altre strettamente connessa alla suddetta triade di base è indubbiamente quella di identità, che tante passioni provoca. Intendo anche l’identità logica, che ha dato problemi ai filosofi, ma soprattutto le identità in cui ci si rispecchia: personale, sessuale, tribale, etnica, religiosa, sociale, nazionale ecc. Gli antichi Greci chiamavano bárbaroi coloro che, non parlando la loro lingua, non pensavano come loro, vedevano il mondo diversamente e dunque non appartenevano all’identità greca. Lo stesso schema che oggi ripetono i MAGA americani e una pletora di altri gruppi a forte valenza identitaria che sarebbe lungo elencare. Come si struttura quello stretto nesso? È liberatorio, come sostengono alcuni, o una sorta di autoconfino all’Asinara? Di certo c’è che fare filosofia nel 2025 comporta affrontare tali questioni perché contro la globalizzazione e la massificazione le persone si rivoltano aderendo e quasi incollandosi a un’identità che le faccia sentire riconoscibili e uniche, al punto di perdere i contatti con ciò che, escluso dall’identitario, finisce per apparire alieno. Al cuore del problema c’è il rapporto col negativo. Un’identità per affermarsi chiama in causa la sua negazione, non però con movimento dialettico. Perché vi sia dialettica occorre che la negazione entri in gioco nell’identità stessa, ne divenga parte. Non per una occasionale bipartisaneria di convenienza, ma per mantenere viva l’identità stessa, quasi affacciata sul suo divenire anche altro. Non di rado un nesso radicalmente identitario si struttura invece tagliando fuori l’alterità, vista come invadente e nemica Si raccoglie solitamente intorno a un’impersonazione irrinunciabile, un chi netto e irremovibile che a sé stante però non può darsi e ne è ben consapevole. Per proteggersi, un’identità così concepita ha bisogno di un suo mondo e un suo linguaggio, dove soprattutto risalta quell’esser suo, ossia il gesto esclusivo. In breve, l’identità in questi casi diventa una gabbia. Costringe a tagliare i ponti col diverso quando il diverso è invece fondamentale nella dialettica dell’esperienza. D’altra parte, rinunciare a coltivare un’identità propria per una superficiale curiosità del diverso non è liberatorio. Occorre insomma valutare caso per caso il dosaggio di fedeltà e tradimento. Proprio per questo serve una educazione, largamente intendendo, filosofica. Sì, ma in pratica? Una ipotesi di lavoro da sperimentare – ma richiede una programmazione accurata, preceduta da un’analitica o meglio da una genetica dei vissuti – consiste nello spostare l’attenzione didattica dal ciò che è stato detto al come e al da che prospettiva o in persona di chi. Qualcosa di simile alla decostruzione derridiana ma non proprio, perché la grammatologia non arriva fino in fondo. Decostruisce il come come se in esso si nascondesse l’intero ma così non è. L’intero e la parte, il questo e il quello, l’io e l’altro, le parole e le cose sono effetti della fusione triadica. Pertanto è di quest’ultima che ci si deve occupare se lo scopo è abituarsi a leggere in profondità tutto ciò che accade (nel senso wittgensteiniano di “all that is the case”). In pratica, dunque, dare spazio all’analisi puntuale di testi in cui la trama dei punti di vista, il dettaglio degli aspetti osservati e la varietà delle espressioni compongano un insieme poli-identitario, multi-fenomenologico e ricco di sollecitazioni ermeneutiche.

Due parole sull’erotica

Si torna a parlare periodicamente di educazione sessuale e affettiva. Molto meno o niente affatto di erotica. Eppure ci sarebbe tanto da dire, intendo filosoficamente. Eros ha ispirato il pensiero occidentale, lo ha modellato a sua immagine, ha instillato nella ricerca la passione, nella ragione il desiderio, nell’intelletto l’amore (penso ad es. allo spinoziano amor dei intellectualis). Tale attività motoria del discorso filosofico (e culturale in genere) ha però creato problemi tuttora irrisolti. Torniamo un attimo agli inizi dell’erotica filosofica. Eros diviene il nume della filosofia con Platone che mitizza così l’opposizione tra la dialettica bassamente spendibile dei sofisti e la fervente dedizione di Socrate alla maieutica del tí esti (il che cos’è delle cose, la loro essenza). Platone innesta l’elemento filo- sulla -sofia per incoraggiare tutti coloro che non sono così sciocchi da ritenersi sapienti (sóphoi) a innamorarsi della bellezza della verità proprio perché sublime e inattingibile. È il ben noto tema del Simposio. Con Platone l’innamoramento diventa il motore-motivatore del filosofare, la verità va amata, la ragione diventa una valida guida se è a sua volta guidata da Eros il quale, assetato e pieno di risorse, la indirizza verso quanto c’è di più degno d’essere amato. Declinato in modi diversi l’amor platonico dell’amore, ovvero il sapere come sublimazione del desiderio, è una costante del pensiero occidentale da Plotino a Freud, da sant’Agostino a Deleuze. A Platone non è però sfuggita una problematica, inerente al desiderio di verità, a cui in seguito non si è molto badato, e men che mai, mi sembra, ai nostri giorni. E cioè che il desiderio dev’essere educato. Ineducato cade facilmente in tentazione. Due tentazioni, una ovvia, l’altra meno. Ovvio ed evidente è il fatto, di cui siamo tutti testimoni diretti, che il desiderio diventa spesso cieco per troppo vedere. Porta un’attenzione esclusiva a qualcosa di particolare che l’assorbe tanto da trascurare talvolta tutto il resto. Per Platone e i platonici l’eccesso di attrazione riguardava solo il mondo dei sensi, dato che l’infinita perfezione delle idee non poteva essere amata in eccesso. Alla contemplazione delle idee e del divino s’addiceva dunque l’estasi amorosa, l’assorbimento totale. Con la deidealizzazione delle idee, la morte di dio, la fine dell’aura, il disincanto del mondo e quant’altro il discorso andrebbe ripreso daccapo. Se tutto è relativo l’eccesso di erotismo può riguardare qualsiasi oggetto d’amore assolutizzato. Un punto su cui già ci sarebbe molto da lavorare. La seconda tentazione non è da meno. Riguarda non il quanto di attrazione ma il processo stesso che lega il desiderio all’oggetto, l’erótes all’erómenos. La supposizione ingenua è che l’amore sia effetto di una causa che risiede nell’amato non nell’amante. Postula che l’oggetto d’amore se ne stia là dov’è, beato, esterno al processo erotico, indifferente all’amante, proprio come il cielo non si cura affatto dei nostri telescopi (il dantesco “amor che move il sole e l’altre stelle” non è Dio ma la gravitazione amorosa della creazione per il creatore). E se invece il desiderio precedesse l’oggetto e addirittura se lo costruisse? Non è forse proprio questo che avviene nella maggior parte dei casi? Si desidera tanto amare da costruire con le proprie mani l’amore che si desidera. Sostituire ‘amore’ con tutto quel che si vuole. Ad es., si brama tanto un oggetto che quando l’originale non è alla portata ci si accontenta di un’imitazione. Si desidera una giustificazione al punto di inventare una logica che la regge. L’inversione del desiderio, un’oscenità per Platone, è divenuta col tempo pratica corrente. Al punto che spiegare a un ragazzino che i suoi desideri devono essere educati, perché diversamente potrebbero letteralmente rivoltarglisi contro, è considerata un’intromissione da pedagogo non solo di cattivo gusto ma concettualmente sbagliata perché, così si è arrivati a pensare, il desiderio deve precedere il desiderabile. V’è il sospetto che l’iperindividualismo, il post-umano, il complottismo, i nuovi nazionalismi e altri fenomeni della post-modernità siano da collegare al corto circuito del desiderio. L’erotica non può essere lasciata interamente ai moti spontanei dell’attrazione. Nessuna società prima d’ora si è concessa questo lusso uscendone indenne. Un’adeguata formazione concettuale all’erotismo degli ideali, all’importanza che ha per sostenere la motivazione e ai tranelli che tende (seduzione, infatuazione, dipendenza, plagio ecc.), si profila pertanto irrinunciabile. Poi ovviamente ciascuno è libero di scegliere di chi o di cosa innamorarsi.

Una bella domanda

Supponiamo che a questo punto una mano si alzi:

D’accordo, una passione rivela molto di chi ne è preso ma ben poco del valore del suo oggetto. Per esempio Eva Braun era innamorata di Adolf Hitler. Allora, mi viene da chiedere, se togliamo il fattore eros, che è soggettivo e non fa testo, qual è il valore attuale della filosofia?

Una domanda come questa ha mille risposte, molte delle quali evasive. Oppure non ha risposta. Resta però una buona domanda che andrebbe messa in preventivo. Bisognerebbe avere il coraggio di iniziare il corso triennale non dal principio ma dalla fine e dire subito chiaro e tondo che si è lì, docente e allievi, non per raccontare il passato ma per pensare al futuro, dato che la filosofia è finita. Un’affermazione forte che va motivata. Provo a farlo anzitutto delimitando il di che, poi illustrando il perché, infine proponendo da dove ricominciare. La filosofia non è finita in quanto forma d’arte o di narrativa o di teatro delle idee. Di essa restano la collezionista di domande insolute, la suscitatrice di dubbi, la suggeritrice di visioni, l’interprete delle nostre crisi, la consolatrice laica, la fotografa dell’Occidente, la grande influencer del linguaggio ecc. Però attenzione, non ha le risposte universalmente e necessariamente giuste di cui a lungo la si è ritenuta annunciatrice. Se a volte pare avercele è solo perché ci propone quelle che desideriamo sentire. Gioca col nostro bisogno di amore ideale, di recondite armonie, di certezze rassicuranti. Della fine di che stiamo dunque parlando? Del suo zoccolo duro, l’ontologia, e pertanto della sua storia che ha rincorso invano per millenni il fantasma dell’essere. Un colossale abbaglio? No, che fosse un vano rincorrere lo si sa per certo da appena qualche anno. Con la conferma sperimentale del bosone di Higgs (annunciata il 4 luglio 2012) il Modello Standard della fisica delle particelle è ora completo in teoria e in laboratorio. Come dire che l’equivalenza materia-energia proposta da Einstein non è stata falsificata. L’universo osservabile è un magma di energia materializzabile in infiniti modi in dipendenza di costanti e leggi che non hanno nulla di necessario, tantomeno di essenziale, e non rispondono ad alcun criterio razionale. Ci risulta oggettivamente osservabile perché ne siamo gli oggettivatori. Questo è vero oggi come venticinque secoli fa. La differenza sta in ciò che ora sappiamo per certo che non v’è nulla di ontico nell’essere. In sé l’essere è indecidibile. Il tí esti lo decide il vivere. L’essere è una risultanza, un’efflorescenza, un’idea ricavata dalla generalizzazione di correlazioni tra organismo, ambiente e informazione (o tra mondo, mente e messaggio, o tra quis, quid e quomodo); mentre allora, al primo miglio della via occidentale, la scelta parve correre netta tra dogma e scepsi, tra episteme e doxa, tra definizione e vaghezza, tra ragione e provocazione. Posto un tale aut aut divenne impossibile pensare che Parmenide e Gorgia avessero ragione e torto entrambi. L’Oriente in quel medesimo frangente storico preferì concepire la realtà come māyā, ossia come al tempo stesso creazione e illusione e si è in seguito mantenuto sulla scia di quella scelta. Viceversa i non pochi dubbi dell’antichità sulla solidità dell’essere sono rimasti annientati dalla fusione, già evidente in Giovanni Scoto Eriugena, tra platonismo e cristianesimo (fusione analoga dal XIII secolo tra aristotelismo e teologia scolastica). L’essere non è stato mai così solido come sotto l’ala della religione.

I primo paradosso: la ricerca dell’essere lo ha vaporizzato

Dalla fine del medioevo l’ontologia è riapparsa in difficoltà. Tra le diverse concause basterà ricordare, per citare un titolo di Cvetan Todorov, La conquista dell'America. Il problema dell'«altro» (Torino, Einaudi, 1984), le varie Riforme e, paradossalmente, la rivoluzione scientifica che rinviava a data da destinarsi la conoscenza precisa e documentata del che cos’è delle cose. Nel tentativo di ricostituire un quadro d’insieme i filosofi hanno moltiplicato le proposte. Tra Cinquecento e Novecento non meno di due dozzine di ontologie si sono disputate il privilegio di spiegare la sistematica dell’essere. Quanto più numerose le teorizzazioni, tanto meno convincenti. Convincenti semmai del contrario, ossia della dipendenza dell’essere da chi l’osserva, dell’ontologia dalla psicologia. È l’età dell’ego (cogito ergo sum) declinato in varianti dogmatiche e scettiche, sensiste e immaterialiste, empiriche e razionaliste, sostanzialiste e fenomenologiche… Ciononostante l’essere persisteva, duro a morire, proprio perché la svolta ego-centrica della modernità, al pari della svolta matematica della ricerca scientifica, restava concepita cartesianamente come via regia alla nuova ontologia. Solo che a quel punto il tí esti non era più collocato nell’iperuranio ma nella mente stessa e nelle opere del soggetto pensante. Soprattutto nelle sue creazioni, nelle macchine, nei congegni, nei dispositivi depositari della nuova oggettività. Così una meno problematica ontologia dell’artificiale è venuta man mano sostituendo l’irreperibile ontologia naturale. Come dire che la modernità ha rivelato, ancor prima di saperlo, che l’essere non è se non, anzitutto, in quanto è costruito. La sua costituzione è la sua costruzione. Per qualche tempo questa precaria oggettività soggettiva ha retto, ma più di tanto non poteva resistere perché se l’essere è un prodotto allora in ogni prodotto c’è potenzialmente dell’essere. L’artificio fabbrica la realtà. Dilagano le scoperte, le invenzioni, l’industrializzazione, ma anche la licenza di pensare sé stessi e ogni cosa come pare e piace. La società dell’artificio e l’anarco-nichilismo sono i due approdi contrapposti e inevitabili dell’ego-centrismo moderno. Ma la storia non era ancora finita. La mission della filosofia era salvare i fenomeni per salvaguardare a tutti i costi l’essere. A tal fine c’era ancora una carta da giocare, il terzo elemento della triade, il linguaggio. Se l’ultima sostanzialità non era reperibile né nell’oggetto né nel soggetto, non restava che cercarla nel medium. Di qui gran parte della fioritura filosofica del Novecento: dal formalismo alla semiotica, dallo strutturalismo alla narratologia, dalla grammatologia all’ermeneutica per cui, come sintetizzò Gadamer in Verità e metodo, “l’essere  che può venir compreso è linguaggio”. Il problema è che se l’oggettività è molteplice e la soggettività ancor più, i messaggi, i simboli, i gesti e le relative interpretazioni sono infinite. L’essere precipita e scompare nell’abisso di interrelazioni tra mondo, mente e medium. Dopodiché non c’è più niente da dire avendo la filosofia occidentale raggiunto con ciò il suo fine e la sua fine: il fine di esplorare ogni possibilità di fondare l’essere e la fine perché la questione era mal posta.

Il secondo paradosso: la fine della filosofia consente infine di filosofare

Con la fine della filosofia il pensiero si è liberato delle sue ossessioni. E ne deve ringraziare la filosofia stessa perché è dalla inscalfibile convinzione ontologica (la sostanza sotto le apparenze, la cosa in sé dietro il fenomeno) e dalla indefessa ricerca epistemologica (la non-contraddizione come fondamento della logica, il negativo come motore della dialettica, il metodo come produttore di risultati, la matematizzazione come sintesi del reale ecc.) è sorta la scienza moderna che, benché puntasse anch’essa a mettere le mani sulla verità, non ha fatto che spazzare via una dopo l’altra le più salde certezze e le più care supposizioni. Al tempo stesso la collaborazione tra scienze teoriche e applicate ha contribuito al potenziamento di strumenti d’osservazione e calcolo con i quali si contava di poter quasi toccare con mano la verità. Ed invece proprio da tale incremento esponenziale di mezzi sono pervenute ai filosofi le risposte più deludenti. Le cose sono e non sono. Sono tutto quel che sembrano purché sia presente un osservatore che decida e dica cosa sono. Oltre le sembianze che, come dice la parola stessa, dipendono da una presenza, non vi sono che forze e fluttuazioni di energia. Tra il tutto indifferenziato e il foscoliano “nulla eterno” non v’è alcuna differenza ontologica se non quella che vogliamo vederci. E c’è di peggio. Il crollo dell’ontologia trascina con sé anche l’etica. Tutte le vecchie etiche s’appoggiavano a una qualche ontologia. E se oggi non è facile neppure immaginare un’etica universale che poggi su qualcos’altro che non sia la pura e semplice convenzione, è perché non si trova più alcuna ontologia largamente condivisa a cui aggrapparla. Argomenti analoghi valgono, com’è ben noto, per la politica e le arti. La fine della filosofia ha azzerato il pensiero occidentale. Ne è rimasta la narrazione, spesso mitizzata, che è di qualche utilità educativa purché si racconti la storia dalla fine. Sopravvivono però l’esercizio critico, l’analitica esistenziale, la fenomenologia delle correlazioni, la casistica delle problematiche, insomma una ricca eredità da spendere per costruire la tradizione del nuovo.

La missione del dotto

Quanto ho fin qui accennato parrà forse una liquidazione spicciativa a chi conserva ricordi lontani del triennio gentiliano, certo non ai colleghi in servizio che, aggiornatissimi, daranno quanto sopra per abbastanza scontato. In effetti, di un nuovo filosofare che metta in conto la fine della filosofia come grande narrazione e l’avvento della post-modernità si parla da tempo. Sono circolate varie proposte ispirate  perlopiù a una visione asistematica, decentrata, narrativa, debole, ironica e (a mio parere) remissiva e poco incisiva del pensiero critico come se, portata a termine la missione storica di cui s’era incaricato, non restasse altro da fare che offrire pragmatismo, soluzioni empiriche, suggerimenti qua e là, caso per caso, grazie all’esperienza accumulata, ma niente di più. Il presente e il futuro dovrebbero dunque cavarsela senza un pensiero forte, senza una (diversa) episteme. Serpeggia insomma la convinzione, che espressa a chiare lettere suona ancora una volta occidentale, che se le pretese universalistiche dell’illuminismo, dell’idealismo, del positivismo, del marxismo, dello storicismo ecc. erano gonfie di presunzione eurocentrica, allora il discorso è chiuso, nessun’altra visione complessiva-comprensiva merita attenzione. Non vorrei che proprio in questa sorta di defrocking o svestimento della fichtiana missione del dotto si nascondesse l’ultimo tradimento dei chierici, disposti ora a predire il fallimento di qualsiasi proposta di composizione delle diversità pur di evitare che una visione del mondo deoccidentalizzata prenda consistenza.



[1] Pubblicazioni indipendenti (KDP) su amazon.it

[2] F. Goria, ‘L’ad di BlackRock: “Capitalisti attenti, così rischiate di perdere legittimità.” A Davos [il 20 gennaio 2026] l’avvertimento di [Larry] Fink: servono dialogo, inclusione e meno autoreferenzialità’, su la stampa, 21/01/2026, pag.21.

[3] Saitō Kōhei ne Il capitale nell'Antropocene, Einaudi, 2024, sostiene che dagli appunti inediti dell’ultimo Marx si ricava un’inversione di prospettiva nell’autore del Capitale, il quale avrebbe abbracciato una visione ecosistemica del comunismo, opposta a quella fondata sullo sfruttamento intensivo delle risorse. Il problema è che questa svolta, se pur c’è stata, non ha avuto alcun effetto sul marxismo, quantomeno fino a Eros e civiltà (1955) di Marcuse.

[4] Forse è una diatriba inutile a questo punto, ma va menzionata. Yuval Hariri è dell’idea che la rottura tra Sapiens e la natura risalga al neolitico con l’introduzione dell’agricoltura. Si può altrettanto bene arguire che la distruttività dell’essere umano sia consustanziale alla specie proprio a causa della sua capacità di ragionare, ossia di trasformare l’apparato nervoso in mezzo d’assalto polifunzionale. Oppure che la responsabilità ricada sull’Occidente che accecato dall’idea di conquista ha ignorato la prudenza e sfidato gli dèi con la sua tracotanza (hybris).  


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