Lettere - X come X|Y|Z

L'intuizione negata

--- La forma generale dell'accadere è x|y|z. Ogni essere umano, che sappia o no spiegarsela, la sa cogliere fin dalla più tenera età. Se non se la sa spiegare è perché l'educazione tende perlopiù a limitare, se non a sopprimere, tale intuizione. Nella storia della filosofia si è trattato spesso di intuizione, di solito in contrapposizione a ragionamento, e di due modi di intuizione: sensibile, cioè mediata dai sensi, e intellettuale, ossia immediata da intelletto a intellegibile. La presupposizione era che esistessero cose in sé o idee, quindi verità indipendenti dalla conoscenza che la mente (o l'anima) ne possedeva, conoscenza che poteva essere attinta, secondo alcuni, attraverso una sorta di illuminazione interiore, solitamente a conclusione di un arduo cammino di purificazione, morale e intellettuale. Secondo altri invece, tra cui Kant, alla condizione umana apparteneva esclusivamente l'intuizione mediata, la visione immediata della verità essendo attribuibile solo alla mente divina. Dunque i due tradizionali modelli di intuizione dipendono entrambi dalla presupposizione dell'esistenza delle cose in sé e di verità indipendenti dall'attività mentale di esseri senzienti e/o pensanti. Se ora togliamo di mezzo le une e le altre (come ci obbligano a fare gli sviluppi delle scienze nell'ultimo secolo, in particolare della fisica), eccoci nella necessità di rivedere alla radice il concetto di intuizione. Grosso modo questa è stata la proposta di Edmund Husserl. L'espressione da lui impiegata - "tornare alle cose stesse" - non deve ingannare. La fenomenologia husserliana non è stata un ritorno ma un cercare nuovo, tra le infinite pieghe del rapporto creativo dove l'esperienza incontra il giudizio. Oltre alla questione da porre, Husserl ha anche individuato il percorso da seguire: indagare sul sistema del sapere intuitivo al di là del dato immediato. Infatti dalla singola intuizione sensibile, ossia dall'esperienza del singolo fenomeno, un organismo non ricava nulla a parte ciò che è già scritto nei suoi geni. L'essere umano ha facoltà di agire al di là di quanto prescrive la sua genetica e ha dunque bisogno di mettere ordine tra le intuizioni. Vale al contempo l'opposto. Avendo appreso nel corso dell'evoluzione a gestire le intuizioni, ecco che l'essere umano è in grado di scavalcare quanto prescrivono i suoi geni. I geni peraltro sono trascrizioni di comportamenti obbligati o opportuni per proteggere la specie. Quindi hanno operato anch'essi, nel corso dell'evoluzione, una sorta di riflessione sull'insieme delle esperienze che la specie è in grado di affrontare.

Prologica

Ma non aveva forse già posto e risolto il problema Immanuel Kant? No, per la seguente ragione. In Kant una classica premessa sminuiva l'interesse per la complessità dell'intuizione. Gli antichi avevano suddiviso il sapere in tre campi - logica, fisica, etica - e su quel punto, secondo il fondatore del criticismo, non c'era nulla da ridire. Quindi l'intuizione sensibile riguardava la sensibilità (l'apporto dei sensi filtrato dalle forme pure a priori, lo spazio e il tempo) e tutto il resto, ossia la capacità di ragionare, ricadeva sull'intelletto che operava in base a categorie logiche. Quanto all'intuizione intellettuale, non era umanamente accessibile. Come dire che nello schema di massima della critica kantiana della conoscenza non c'era posto per quella che potrebbe giustamente chiamarsi pragmatica dell'esperienza (o brevemente prologica), la quale guida l'agire umano e non si limita a un generico bon sens cartesiano ma costruisce modelli, elabora scenari e schematizza risposte a una varietà di situazioni. Lo fa fluidamente da circa mezzo milione di anni senza bisogno di consultare manuali di logica. Il che lascia pensare che modelli, scenari e schemi rispondano a un ordine mentale dotato di una sua tenuta d'insieme. Una domanda che diventa interessante è dunque questa: qual è lo schema di massima che funge pragmaticamente da denominatore comune per tutti i casi dell'esperienza? Lo schema, cioè, che permette all'intuizione di fronteggiare situazioni, accumulare esperienza, riesaminare fatti e impressioni, raccontare interpretando, cambiare istantaneamente contesto, fantasticare alternative ecc.? Va da sé che non può trattarsi di uno strumento che solo i più acuti tra i filosofi riescono a penetrare. Al contrario dev'essere una sorta di formalismo minimale e adattabilissimo, tanto semplice da mettere in opera quanto difficile da focalizzare perché, se è effettivamente generalissimo, serve soltanto per illuminare e trovare la strada, non lo si osserva mai, per così dire, in faccia, privo di contenuto, senza riferimento a un vissuto. Anzi, è abbastanza ovvio che un tale schema di massima funziona solo se applicato e contestualmente ignorato, proprio come per leggere correntemente è necessario sapere l'alfabeto ma anche non badarvi affatto, benché su di esso si regga l'intero processo della lettura.                         

Triangolazioni

La risposta prosofica (post-filosofica) alla domanda sulla forma base dell'esperienza, di qualsiasi esperienza, si basa sulla osservazione seguente. Non v'è essere umano - giovane o vecchio, erudito o incolto, virtuoso o vizioso - che nel suo agire quotidiano mostri di ignorare che le cose, nel senso più ampio, sono e non sono. Esse infatti, a dispetto del linguaggio che provvede a etichettarle, mutano in correlazione con i significati di cui sono investite, sul momento, da chi le osserva con certe attese o le pratica con una certa disposizione. Vale a dire che le cosiddette cose sono costruzioni o modelli di cui è spesso comodo pensare che esistano. Esistono per comodità anche i fenomeni, se con questo termine ci si riferisce, come vuole la tradizione, ad apparenze sensibili di inaccessibili sostanze. La loro apparenza d'essere non è che transitoria risultanza, mutevole effetto della combinazione di tre componenti: referenziale (per chi), contestuale (in che rapporto col resto) e simbolica (sotto quale figura). Di norma questo rapporto a tre - chi|cosa|co­me o quis|quid|quomodo - è fluido. Fluidità che dipende dalla mutevolezza della correlazione e questa dalla struttura a nebula di ciascuna delle tre componenti. A nebula nel senso che la pragmatica dell'esperienza decostruisce i suoi momenti e ne memorizza aspetti o sfaccettature che serba come riferimento per costrutti successivi. Insomma le cose sono costruzioni friabili. Permangono intatte solo finché chi le vive si mantiene con esse nella stessa relazione ed esse rispondono alla relazione rispettando le attese. L'io stesso è provvisorio tanto quanto è varia la sua pragmatica. L'io in assoluto più stabile è quello dell'organismo più semplice che ripete identico il suo rapporto con l'ambiente per l'intero suo ciclo vitale. Anche per noi umani la perfetta replicazione di una triade fa sì che le cose abitudinarie svaniscano, assentandosi nel loro presunto esser così.

Cosa è l'essere

Basta però che un elemento muti perché l'insieme si scomponga e una nuova triade venga a formarsi, anche tutt'altra. Come dire che nulla esiste, salvo il tutto indifferenziato, prima che per qualcuno qualcosa in qualche modo accada. Gli indeterminativi qui sono fondamentali. Stanno a significare che prima di entrare in correlazione con il quid e il quomodo non v'è alcun quis (ovvero qualsiasi chi è possibile), che prima di triangolare con il quomodo e il quis non v'è alcun quid (qualsiasi che è attendibile) e che prima del quid e del quis non v'è alcun quomodo (qualsiasi apparenza significativa o simbolica potrà andar bene). Tre possibilità che correlandosi generano l'accadere da cui emergono, apparentemente distinti, il chi, il che e l'in che senso. In realtà la distinzione che soggettivizza il chi, oggettivizza il che e strumentalizza il come è frutto dell'intelletto che cerca di dominare il processo ma non può farlo perché opera sempre e soltanto a valle della correlazione. L'intelletto non ha alcun contatto con i cofattori primi dell'esperire e del ragionare perché in quanto cofattori non si danno mai separatamente. Ha da fare solo con le loro risultanze. L'essere, ad es., è una risultanza e con l'essere la ragione ha tutti i contatti che vuole, ma si inganna se lo considera fondante. L'essere è il più generico dei chi|cosa|co­me, una costruzione su cui la filosofia si è attardata.

La forma dell'accadere

Come rappresentare un vissuto? Serve una formulazione generica al punto di non dirne nulla, se non che è mutevole risultanza di una triangolazione di fattori dei quali, a rigore, nulla si sa prima che la correlazione abbia effetto, ossia prima che il vissuto sia in effetti vissuto. La formula x|y|z soddisfa tali requisiti qualora sia intesa significare che un accadimento preso a caso risulta dalla combinazione di tre fattori immancabili - necessari e sufficienti - di cui nulla è dato sapere (o tutto sospettare) prima che ciascuno di essi concreti i correlativi due e insieme ne sia concretato. Una visualizzazione del medesimo concetto è data dalla figura 1 a p. 145. Che è da leggere come un diagramma di Venn inverso, dove i tre insiemi non contengono che possibilità senza determinazione alcuna neppure là dove due su tre coincidono. Solo nell'area triangolare al centro, dove i tre insiemi si combinano, si hanno effetti di realtà, ossia si fenomenizzano vissuti, appaiono conoscenze, enti ed essenze, e ogni altra costruzione che la pragmatica dell'esperienza permette a un essere intelligente. La figura 2 schematizza come tipicamente una persona di grande esperienza e di larghe vedute approccia la straordinaria varietà dell'esperienza. Ha chiaro che la cosiddetta realtà è un luogo ideale in cui entrano in contatto soggetti, oggetti e simboli. Questi le si presentano come tre ammassi distinti e separabili, ciascuno formato da istanze isolabili e catalogabili. Vale a dire che ne ha elaborata una metarappresentazione intellettuale mediante cui si aiuta a ordinare i pensieri, perché la realtà non filtrata è troppo complessa. La mente ha bisogno di fissare, nominare, separare. Ciò non toglie che i tre ammassi siano e restino immaginari. Di fatto il reale si nasconde là dove essi combinandosi danno origine ai vissuti. Una immagine più rispondente sarà pertanto quella della figura 3.

Come non servirsene

A che mai servirà un concetto che, fondamentalmente, non dice altro se non che per saper qualcosa occorre attendere che accada? Serve principalmente a due scopi: (a) autocritico, ossia come banco di prova su cui 'falsificare' il punto di vista prologico e (b) critico, come principio di indagine post-filosofico. Autocritico, in quanto il concetto è più di ogni altro immediato da falsificare poiché riguarda tutto ciò che accade a chiunque. Basta reperire un accadimento che non risponda alla formula x|y|z, cioè che accada tal quale in assenza della triplice correlazione chi|che|come. Ma per quanto lo si cerchi non lo si trova. La sola realtà che sussiste indipendente dalla correlazione fondamentale è il tutto indifferenziato che dunque non si differenzia dal nulla. Critico, in quanto permette l'analisi prologica di ogni altro concetto o presunto dato di fatto, sebbene in termini generalissimi. Di qualsiasi cosa, infatti, e specialmente di quelle che le ideologie impongono o i manipolatori insinuano, diventa facile smontare il congegno. Attenzione però a non abusarne. L'intuizione prosofica non autorizza né dogmatismi né scetticismi, solo dialogo e ricerca finalizzati a distinguere di volta in volta il che cosa in rapporto al per chi e all'in che senso, ovvero il rapporto a tre che dalla totalità del possibile genera qualsiasi cosa e la conserva finché il rapporto tiene. L’emblema stilizzato della riflessione prosofica (v. frontespizio) mette al centro appunto il concetto di germinazione triseminale.


Figura 1

Figura 2

Figura 3


 


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