Lettere - W come Winner
And the winner is
--- Presentemente nelle società che si dicono avanzate domina
il capitalismo in tre principali varianti: guidato (Cina), controllato (UE), sfrenato
(USA). Obiettivo del capitale è riprodursi espandendosi, conquistare mercati, dominare
la competizione, eliminare la concorrenza. Riuscirci in quanto il prodotto è migliore,
o più efficiente l'economia di scala, o più intrigante la pubblicità, o più aggressiva
l'innovazione, o più oculata la gestione. L'idea è che va tutto bene quel che fa
vendere nel breve e soprattutto nel lungo periodo. Il capitalismo deve vincere,
se non vince perde. Quel che non è verde è rosso, come ripetono ogni giorno i listini
delle piazze finanziarie. Fra le tre varianti la distinzione non è nettissima perché
il capitalista nell'inseguire i suoi obiettivi s'avvantaggia a destra e a manca.
Se ha bisogno di fondi statali si allinea alla politica. Se i controlli sono rigorosi
si adegua, se sono blandi li aggira. Se trova un varco nelle regole vi si infila.
L'ideale del capitalista è il buon selvaggio, il cacciatore-raccoglitore della preistoria
che abilmente sfrutta le ricchezze reperibili in natura. Ma il suo ambiente naturale
è la collettività purché vi serpeggi il danaro. E poiché sono nella natura del danaro
l'artificio, l'anonimato e l'accumulazione bruta, non importa averne rispetto. Tutto
il rispetto va portato al potere di ulteriore accumulo a cui il danaro dà accesso.
Per il capitale è capitale duplicarsi.
Battere tutti i record
Vincere è già buono, ma il vero obiettivo è stravincere, travolgere
gli avversari e imporsi come unico riferimento. Questo vale sia per i vari settori
di produzione in cui il danaro è investito, sia in assoluto. Capitalista avanzata
è quella società nella quale la logica del capitale, vincere su tutti i fronti,
permea ogni relazione. Dove non solo il consumatore che entra in negozio ma tutti
quanti i cittadini in ogni occasione - chi si ammala o ha un figlio o è disperato
o non può pagarsi gli studi ecc. - diventano per l'investitore concrete ipotesi
di guadagno. Purtroppo la competizione, quand'è feroce e permea ogni settore, è
una fabbrica di problemi. Il capitalismo lasciato libero non ha riguardo per niente
e nessuno. Sottomette la politica, l'etica, i media, il costume, il linguaggio,
le arti. La società intera resta schiacciata sotto il peso del capitale. Il neoliberismo
ha dato la stura ai più sfrenati eccessi. Il fine è battere: battere i competitors,
superare sé stessi, battere tutti i record. Non c'è traguardo, non c'è limite, vincere
è insufficiente, bisogna rilanciare e rivincere e stravincere. Chi non è primo è
ultimo. Ovunque. Ma non si è mai primi abbastanza. Non si domina mai a sufficienza.
Di recente una partita di basket si è conclusa col punteggio di 203 a 3. La follia
dei vincenti. Il capitale è un cattivo maestro, educa ad essere pessimi selvaggi.
Non è il vincere in sé, ovviamente, a essere sbagliato, lo è piuttosto l'idealizzazione
del sovrastare, la frenesia dell'arrivare primi quanto prima. V'è del maniacale
nel cercare d'essere superiori a ogni costo. I grandi sportivi lo sanno bene e evitano
di cadere nel tranello del record da inseguire perdutamente.
Quando diventa interessante pareggiare
Nella teoria dei giochi un gioco vien detto a somma zero se quel
che uno guadagna l'altro perde. Nel poker è così che funziona. Nel calcio e nel
tennis no. In democrazia? Dipende. Due teorie contrapposte si proclamano entrambe
democratiche: quella che chi vince si piglia tutto per sé (chi perde è punito),
e quella che chi esce vincitore governa a nome di tutti (chi ha perso va comunque
ascoltato). La prima della democrazia privilegia il lato -crazia. Il potere
una volta attribuito può agire pressoché indisturbato, fatte salve (in teoria) le
norme costituzionali. La seconda mantiene in primo piano il démos, l'intero
popolo che in ultima istanza detiene il potere, potere che le elezioni hanno solo
temporaneamente affidato al vincitore. Chiamare con lo stesso nome di democrazia
due concezioni così divergenti è un ovvio abuso, prima che della lingua, della politica
stessa. Ciò non impedisce di porre la questione se le due, per quanto diverse, abbiano
entrambe senso. Per rispondere occorre riflettere un attimo sulla varietà e vastità
dei casi umani. Viene in aiuto l'intuizione base del pensiero prosofico (v. Lettere
- X come X|Y|Z) che tradotta in massima politica dice grosso modo così: i cittadini
sono portatori motivati e sensati di una quantità di punti di vista su innumerevoli
questioni su cui si esprimono nei modi più diversi, per cui negare alla collettività
il contributo di una parte di essi, seppur minoritaria, è una pratica autolesionistica.
L'astio dei vincitori non paga, meno ancora lo fa il risentimento dei vinti. Le
vittorie schiaccianti sono pericolose quando sono usate per stracciare gli sconfitti.
Ne va infatti dell'intero. Approfittare del momento favorevole per sbarazzarsi degli
avversari e impadronirsi del paese pare una buona idea, ma lo è? Spregiare il contributo
di idee e la collaborazione fattiva di una parte della società? La storia risponde
che no, non lo è. Presto o tardi la vendetta si paga. Lo stesso vale per i perdenti
che si arroccano all'opposizione, anch'essi vittime della cultura winner che non
lascia alternative: non hai vinto, ergo devi rivalerti.
La cultura winner
Il cambio di passo culturale dal moderno al post-moderno sembrava
promettere più diversità, più ironia, più senso critico e autocritico. Si è approdati
invece all'analfabetismo dell'altro, all'autoriferimento neo-identitario e al selfismo
narcisista. Un rovesciamento delle attese dovuto a fattori diversi tra i quali è
stata determinante la cultura winner, di cui società e individui sono ormai impregnati
al punto di confonderla col loro sé genuino. Specialmente tra i più giovani vale
la regola che se non appari al top non sei nulla, è meglio che ti nascondi. Essere
al top è d'obbligo, altrimenti sfiguri, la tua figura si deforma, cola materia come
un ritratto di Bacon. Un passo di lato, un minimo cedimento, un'ammissione di responsabilità,
una concessione al dialogo, un atteggiamento conciliante sono difficilmente accettabili
in politica come in televisione. Quando la sconfitta è innegabile la colpa e la
punizione devono subito abbattersi su qualcun altro, colpevole o innocente non importa,
purché l'umiliazione sia allontanata da sé come un morbo mortifero. Il figlio prende
un brutto voto, si picchia l'insegnante. Il famigliare ferito non sopravvive, si
distrugge il pronto soccorso. L'economia ristagna, colpa dell'UE. Hai perduto le
elezioni, c'è sotto sicuramente un vasto broglio. L'imperativo categorico della
cultura winner è drastico: nega assolutamente tutto quanto ti mostra perdente; afferma
qualsiasi cosa, vera o no, che ti fa apparire vincente. Si è parlato negli anni
scorsi di post-verità come di un prevedibile esito del post-moderno. Sembra che
manchi qualche anello nella concatenazione. La relativizzazione dei valori non è
arrivata da un altro pianeta. Nell'impero del capitale il valore dei valori si misura
in base a quanto rendono, per il resto non fanno differenza. Anche il vero vale
in proporzione a quanto fa guadagnare, ossia a quanto è competitivo. La competitività,
dilagata dall'economia alla società e impregnato il senso di sé degli individui,
ha promosso il winnerismo ad oltranza. Chi non può che vincere, prima o poi alla
verità deve sparare.

Commenti
Posta un commento