Lettere - V come Virtù
Giochi pericolosi
--- L'origine di virtù e di virtuale è la stessa,
la radice latina uir- che oltre a virtus (capacità) ha dato vir
(maschio adulto valido) e vis (forza). Le virtù sono il risultato di
uno sforzo costante, così come virtuale è l'effetto dello sforzo di simulare il
reale. La premessa è piuttosto logica: tutto è energia, senza quella non si fa nulla,
anzi nulla è. Il concetto di forza è principiale in ogni sistema di pensiero che
si conosca. Da un lato la forza primigenia, dall'altro l'ordine del mondo che in
qualche modo qualcuno ha instaurato imponendo una legge. Ancora oggi i fisici ragionano
in termini di energia e leggi, lo stesso schema che aveva in mente Platone. Tutto
il resto è dettaglio, tranne una cosa non da poco. Gli antichi cercavano di capire
le relazioni intercorrenti, in natura e nella società, tra la forza e la legge.
Quando ritenevano di avere in mano una buona risposta erano soddisfatti. Non erano
preparati all'idea di sfruttare la risposta. Temevano di scoperchiare il
vaso di Pandora. I moderni hanno sviluppato le tecniche che virtualmente (ossia
forzandolo) replicano il gioco naturale tra energia e ordine. Ne è nato un secondo
mondo, artificiale, pseudocopia del naturale. Gli esiti sono sotto gli occhi, tante
conquiste, tanti disastri.
Salvare il mondo
Sfruttare energia per costruire, difendere e replicare un certo
ordine è quel che fanno tutti gli organismi. Gli esseri umani hanno solo appreso
a fare la stessa cosa fin troppo bene e si sa che in natura il troppo è sempre un
male. Produce squilibri a cui è difficile porre riparo, pertanto finché può la Natura
li previene autoregolandosi. Ossia usa la propria energia per resistere al cambiamento
irreparabile. La Natura è virtuosa in quanto usa la sua immensa forza per dominarsi.
Questo gli esseri umani non sanno più farlo. Sono diventati viziosi. Nella mente
dei salvatori del mondo fioriti in questi anni soprattutto tra i billionaires
di estrema destra la soluzione è insistere. L'esplosiva forza della tecnica
ha creato vaste sacche di nuovo disordine? Quel che serve, secondo costoro, è ancora
più forza per ancora più ordine nuovo. Così la forza (vis) è concepita come
macchina, disgiunta dalla virtù (virtus) che dovrebbe invece rappresentare
la massima aspirazione umana. Parallelamente l'ordine desiderabile è pensato come
virtuale, qualcosa che può essere forzato sul reale. A dispetto dell'uso invalso
di virtuale nel significato di 'praticamente reale', non ci si preoccupa di commisurare
dispendio di forza e qualità di risultato. Il sogno bruto dei visionari di oggi
è quanta più energia per tanta più tecnica al servizio dei più temerari progetti.
Certo sono molti a opporsi impegnandosi per un virtuoso ripensamento, ma in proporzione
pochi. L'effetto complessivo, il bilancio della civiltà contemporanea, resta sfavorevole
alla virtù classicamente intesa come contenimento della forza.
Virtù cardinali
Infatti non si parla neppure più di virtù ma semplicemente di
forze in lotta. Il trapasso è avvenuto tra Sette e Ottocento quando l'idea di rivoluzione
è cambiata radicalmente: non più ritorno agli statuti originari ma ardito trapasso
dal vecchio mondo, tutto da rifare, al nuovo, ripensato da capo a fondo. Nel primo
caso la forza era ritenuta necessaria per restaurare l'ordine civile, ricomporre
gli equilibri e lasciare poi le cose seguire il loro corso secondo natura; nel secondo
la forza è congenita al progetto rivoluzionario, la natura non garantisce più niente.
Conseguenza, un corto circuito tra ideologia e potenza. L'ideologia pretende potenza,
la potenza si prende l'ideologia. In tale contesto la virtù come forza trattenuta
dalla preoccupazione per la tenuta del sistema pare un'assurdità, un comportamento
a cui fare ricorso solo in casi estremi. Con simili premesse il sistema deve
essere scosso ininterrottamente, violentato senza posa come una concubina che
il padrone ha destinato a figliare servitù. Le virtù cardinali - temperanza, giustizia,
fortezza, prudenza - raccomandavano invece il controllo, la moderazione. Fornivano
l'asse ideale su cui regolare l'esistenza evitando gli eccessi del poco e del troppo.
La dottrina cristiana le aveva mutuate dalla filosofia greco-romana, in particolare
dallo stoicismo. La giustizia (iustitia) non era quella dei tribunali. Significava
abitudine a soppesare. La stessa fortezza (fortitudo) non andava intesa come
potenza (vis) ma piuttosto come resistenza, resilienza, capacità di far fronte,
forza d'animo.
Da che deriva lo sprezzo
Della virtù l'età presente disprezza il concetto, lo considera
un relitto d'altri tempi. Come si è arrivati a un tale stravolgimento? V'è sicuramente
da mettere in conto il desiderio, la freudiana libido, che non appena può farlo
si getta avida sull'oggetto. L'età contemporanea ha prodotto un'impressionante quantità
di oggetti del desiderio che hanno provocato una precipitazione della civiltà, una
fretta di avere palesemente nociva alle necessità dell'essere. Incontenibile, il
desiderio non appena può diventa esigenza, pretesa, diritto, conquista e infine
rapina. È incontentabile, non sa moderarsi neppure al cospetto dei più annunciati
disastri. La traiettoria è la stessa nei più diversi settori perché, in fondo, il
desiderio non distingue, dove arriva arraffa. La sua voracità inquina il pensiero.
Effetti nefasti sono apparsi in politica e in economia. In politica, il colloquio
collaborativo tra le forze sociali votate alla giustizia, auspicato da intellettuali
virtuosi come Antonio Gramsci, manca sistematicamente perché al desiderio la giustizia
non interessa, non è un suo valore, ne soffre la ponderazione e la ricerca di un
equilibrio. In economia, è evidente il tradimento della parola stessa che ha per
riferimento la saggia gestione dell'impresa famigliare. Nulla in quella parola lasciava
presagire la rapacità oltracotante del capitalismo odierno che in effetti sprezza
la moderazione, ben consapevole che è la prepotenza la sua forza. Se cedesse al
buon senso di coloro che chiedono ridistribuzione della ricchezza e riallocamento
delle risorse finanziarie a fin di bene, per i grandi profittatori sarebbe la fine.
Lo stesso vale per la tecnologia. Anch'essa deve essere prepotente e vorace se vuole
conservarsi libera da impacci virtuosi. Dall'esterno la fuga in avanti dei tecnocrati,
perennemente in corsa contro il tempo, può sembrare folle, ma dal loro punto di
vista è spiegabile perché nell'attuale regime di competizione rallentare anche solo
un po' equivale ad essere espulsi dal vortice del futuro. Quale futuro? Questo non
interessa ai tecnocrati se non nella forma dello scenario che a loro stessi piace
dipingere. In pratica la tecnologia non fa che produrre sé stessa. L'umanità non
ha voce, attende gli esiti come un imputato kafkiano che non sa di che è accusato
sotto quale legge.
Comportamenti virtuosi
La pratica delle virtù è recuperabile? Attualmente non si vede
come. Quando il valore socioeconomico della forza dipende da quant'è bruta per la
virtù restano piccoli spazi, interstizi privati. Per avviare il percorso di recupero
potrebbe servire anzitutto riscoprirne il concetto. Su quali basi gli antichi lo
elaborarono? Va chiarito un malinteso. Virtuoso non è chi fa a meno di questo o
di quello. Il fare a meno può essere occasionale conseguenza di un processo virtuoso
ma non ne è la premessa. Virtuoso è chi sa soppesare. Questo intendeva Aristotele
indicando il giusto mezzo (mesótes) come obiettivo etico del saggio. Ma soppesare
perché e cosa? C'era sotto evidentemente una riflessione sui fatti umani che, a
differenza di quelli animali, sono vissuti diversamente a seconda di chi li vive,
a che titolo vi partecipa, come li interpreta, quali speranze o timori suscitano
ecc. Un comportamento virtuoso (= soppesante, valutante) è l'ovvia precauzione da
prendere, il minimo che una persona di giudizio s'affretta a garantirsi per evitare
guai. Presso gli antichi la figura del sapiente o saggio era emblematica non in
quanto diversa dalla normalità, ma perché eccellente in ciò che, sebbene alla grande
maggioranza delle persone non sempre riesca, era ritenuto normale tentare, la valutazione
caso per caso del meglio da dire e da fare. Rispetto a un simile orizzonte concettuale,
questa nostra civiltà della sfrenatezza è una barbarie. Rivederne i presupposti
è un dovere che riguarda tutti quanti in nome della giustizia distributiva, certamente,
ma prima ancora dell'intelligenza pura e semplice.

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