Lettere - U come Utopia

 

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--- Utopie e distopie non dovrebbero né illudere né spaventare, se davvero restassero dei non-luoghi. Il loro compito sarebbe far riflettere su quello che, nel bene e nel male, non ha luogo. Opposti ad esse sorgerebbero i tópoi effettivi, i luoghi politici economici culturali di comune riferimento per i cittadini, quelli su cui la collettività si regge, i valori fondanti. La Costituzione della Repubblica (1948) è il luogo comune degli Italiani da 77 anni. Gli Stati Uniti hanno la loro da 236 anni, la più longeva. Nello stesso 1948 l'intera Umanità si è data con l'ONU e la Dichiarazione Universale dei Diritti un tópos comune di cooperazione e conciliazione. Chi fosse volato altrove all'inizio del 1949 e non sapesse niente di come stanno andando le cose, potrebbe credere che i cittadini italiani, gli americani e tutti i popoli del mondo vivano protetti da una solida casa comune, al riparo da vaneggianti utopie e paurose distopie. Immaginiamolo rientrare sulla Terra e sbalordirsi al vedere che utopici sono diventati i luoghi comuni (anche nel senso retorico di ovvietà: uguaglianza, parità, lavoro, giustizia, assistenza, salva­guardia ecc.), mentre stralunate utopie che assomigliano incredibilmente a distopie camuffate sono proiettate sui maxischermi della pubblica opinione come trailer del futuro imminente, gli inevitabili prossimamente, i nuovi tópoi con cui sarà d'obbligo fare i conti. Non quindi qualcosa di concordato democraticamente, ma un fardello dell'uomo senza colore, post-umano, suddito della tecnica e della scienza, schiave a loro volta del grande capitale, l'orco dei caveaux del III millennio che divora insaziabile due beni comuni universali, l'uguaglianza e l'informazione.

Di che preoccuparsi

Per il prossimo e lontano futuro il presente non promette bene. Su questo punto, il solo, pare che tutti siano d'accordo, a destra e a sinistra. Le divergenze subentrano quando si passa a dire delle cause e a proporre soluzioni. Ad esempio pare ovvio solo ad alcuni che sia di estrema importanza ragionare collettivamente, nel senso forte di entrambi i termini: riflettere non impulsivamente lasciando la parola a tutti, anche interpretando chi non può esprimersi perché non è ancora nato o, com'è il caso della Natura, parla altri linguaggi. Ora supponiamo per un momento di riflettere insieme proprio su di che preoccuparsi procedendo per gradi di disperazione. Al più basso collochiamo il bestiario degli straricchi. L'equazione preferita di questi signori era la seguente: sono un genio nel mio settore, investo in un progetto rivoluzionario, accumulo prestigio e ricchezza, confermo il mio particolare genio, investo in un nuovo progetto, accumulo ancor più ecc. Per fare un nome, Jack Ma, fondatore di Alibaba. I nuovi straricchi provano disgusto per questo schema ripetitivo-riduttivo. Si ritengono geni universali e poiché spesso sono ignorantissimi non hanno con chi confrontarsi se non con piaggiatori interessati a coltivarseli. Lo spessore della loro cultura si misura in micrometri e, com'è ben noto dai tempi di Socrate, più quello è sottile, meno la persona si sente ignorante. Pertanto elaborano filosofie, visioni del mondo, progetti per il futuro, Armageddon e Nuove Atlantidi. Progettano di rifare il mondo a loro immagine. Ecco due nomi, l’aberrante Peter Thiel, fondatore di Palantir, e il mostruoso Elon Musk. Questi folli che prendono le loro distopie per utopie gettano luce sulla vera questione preoccupante, la spaventosa accumulazione di ricchezza intangibile nelle mani di pochissimi ignoranti.

La fine del démos

Qui la parola chiave è mani, non ignoranti. Ignoranti siamo più o meno tutti quanti. Quanto alle mani, c’è chi le ha davvero troppo grandi e chi invece non le ha quasi, tanto poco riescono ad afferrare. Nel mondo dei ricchi c’è una soglia al di là della quale il vero oro è il potere, il dominio. Dilaga oggi per il pianeta una febbre di dominio delle nuove tecnologie che a loro volta promettono ancor più dominio. In prospettiva gli straricchi vedono e ambiscono la strapotenza. Purtroppo, grado tre di preoccupazione, molti che miliardari non sono, anzi impoveriti e spaventati dalle sperequazioni economiche e dalle ineguaglianze sociali, nondimeno si lasciano abbindolare dalle visioni malate di costoro. Infatti, se per acquisire ricchezza serve una fortunata combinazione di circostanze e opportunità, e per elaborare una visione giudiziosa delle cose umane non è sufficiente una vita intera, al contrario per infatuarsi di una ideologia raffazzonata basta un pomeriggio ed è gratis. Se a presentarla è un tizio che ha fatto fortuna viene da pensare che sia valida. O che sia comunque una buffonata. Dipende da quanto sono all'erta le facoltà critiche di chi giudica. Ultimamente pare proprio che siano precipitate a un livello sorprendentemente basso. Il problema è di una gravità inaudita. Se i cittadini non troveranno presto il modo di contrapporsi efficacemente allo strapotere di pochi, le tecnologie offriranno a questi pochi strumenti sempre più efficienti e il loro dominio diventerà invincibile. Perché quelle fortune sono intangibili e più aumentano meno si riesce a limitarne democraticamente il potere? Che fine ha fatto il démos? Nel senso che non dovrebbe essere così facile ingannare esseri capaci di ragionare e provvisti di mezzi di comunicazione e di controllo dell'informazione pressoché illimitati.

Ragione e rivoluzione

Si continua a decantare la rivoluzione tecnologica, mentre mai come ora si dovrebbe riparlare di rivoluzione delle coscienze. Salendo ancora di grado, occorre dunque chiedersi urgentemente - non è la prima volta ma la riflessione va rifatta con riguardo alle condizioni in cui versa oggi l'umanità - come favorire la conversazione universale e necessaria, formula che compendia alcuni concetti imprescindibili. In che senso? Nel senso che, anzitutto serve mettere al centro il conversare o colloquiare, paritetico, democratico, ragionato, esente da malizia, pressioni esterne, fanatismi, bullismi intellettuali ecc. Non basta, bisogna che la conversazione abbia per argomento il bene comune. Concetto esteso, vale la pena di ripetere, anche a chi non c'è, quindi al futuro, e a chi non può esprimersi, gli altri viventi. Perché farlo? Per amor di Dio e del prossimo? Benissimo, ma anche per necessità. L'età moderna è finita male, bisogna saperlo. L'età dell'eccellenza dell'essere umano, del signore della Natura, del meccanicismo trionfante, del progressismo conquistador ha apportato solo una porzione dei benefici promessi e li ha concessi solo ad alcuni depredando tutti gli altri. In compenso ha comportato per tutti quanti danni enormi di cui ora possediamo il resoconto dettagliato (gli economisti parlano di 'estrazione' ma 'predazione' parrebbe più esatto). La modernità è tracollata per questo, non dimentichiamolo. Non è trapassata hegelianamente o marxisticamente in una nuova età spiritualmente più matura o più materialisticamente giusta.

Il problema del quinto grado

Parrebbe un buon avvio di soluzione. Tutti quanti idealmente riuniti attorno a un focolare comune, intenti a dialogare spassionatamente su come meglio provvedere alla dignità, in tutti i sensi, di ogni essere umano sulla faccia della Terra. Si parte quindi dalle regole del dialogo, dalle priorità... Ma ecco che, al solo dirlo, risuona di nuovo la campana fessa dell'utopia. Infatti, su quali basi ci si potrebbe intendere? Tutti gli umani oggi in vita, al pari di tutti quanti i morti, sono nati e cresciuti in ambienti il cui riferimento massimo non era l'interezza dell'umano nel seno della natura ma l'universo locale. I filosofi che hanno affrontano il problema del quinto grado - su quali basi concettuali poggiare la conversazione universale e necessaria -  hanno prodotto teorie che poco hanno aiutato. Gli Illuministi non colsero la dialettica della ragione, né colsero la dialettica dei sentimenti i Romantici. Tanto è vero che negli ultimi due secoli ci si è convinti della storicità del divenire umano. Non è una tautologia, significa che del loro essere gli umani non sanno bene cosa stia divenendo finché non lo hanno vissuto. Più che una spiegazione, una scusante. Di quel suo sguardo volto al passato, della sua inadeguatezza al futuro, delle sue risposte vagamente senili alle problematiche più urgenti del nostro tempo la filosofia è morta, abbandonata in una casa di riposo. Ma i problemi non sono scomparsi con lei.

La risposta scansata

Ovviamente, la base su cui credibilmente collocare il progetto di una conversazione universale e necessaria non deve stravolgere il progetto stesso prima ancora che sia avviato. In altre parole, dev'essere una piattaforma d'intesa ancor più radicalmente universale e necessaria. Da che parte prendere? Domanda sbagliata. Nel caso in questione quel che importa è non prendere da nessuna parte. Dunque da che tutto prendere? Qual è il principio primo di comprensione di qualsiasi cosa tra non importa chi? Di una tale questione è difficile trovare la maggiore, tuttavia la risposta non è complicata. Per metterla a fuoco è di qualche utilità un piccolo esperimento che estende il concetto di 'velo di ignoranza' proposto da John Rawls (A Theory of Justice, 1971). Consiste nell'elencare brevemente quel che di N (un umano, animale o alieno che vivrà di qui a qualche tempo) non è dato per ora sapere. Si sa solo che vivrà. Non si sa dunque né chi sarà (quale organismo e quale individualità verrà ad avere), né quale sarà il suo mondo, né in quali modi e fino a che punto ne avrà coscienza. Dall'intreccio di questi tre elementi dipenderà la sua esistenza. Per entrare perfettamente equanimi in conversazione universale con altri viventi servirebbe trovarsi immersi in due situazioni perfettamente speculari: da un lato aver nozione di tutti i vissuti come un dio onnisciente, dall'altro non aver la minima idea di quali interesseranno la propria condizione e mentalità. L'assoluta utopia non è un luogo immaginario ma il non-luogo, il foglio bianco dove tutto quel che interessa deve ancora essere scritto. Di fatto però nelle relazioni tra gruppi umani succede l'esatto opposto e non può che esser così. I partecipanti hanno nozione quasi solo dei propri vissuti e si muovono per difendere i propri interessi. Tutt'al più intervengono modesti corret­tivi come l'empatia, la compassione e la benevolenza. Da ogni singolo punto di vista particolare l'utopia assoluta è un esperimento distopico. Significa letteralmente provare a non essere nessuno in nessun luogo nel tentativo di cogliere cos'è comune a tutti quanti in ogni luogo. Non v'è di che stupirsi se una proposta così avulsa da interessi particolari, visioni predilette, vantaggi pugnacemente difesi, convinzioni tenaci ecc. non è stata mai presa in considerazione e anche oggi, qualora vi fosse chi la avanzasse, c'è da credere che sarebbe tacciata di utopismo. Vale a dire che la conversazione universale e necessaria non è praticabile? A rigore no, non si può essere e non essere al tempo stesso e nello stesso senso. Resta però come principio regolativo della ragion pratica. Chi pervicacemente lo disattende è ostile alla vita anche se non uccide nessuno.


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