Lettere - T come Tre

Fortuna del tre

--- Il numero tre non è così speciale nel pensiero umano come parrebbe da alcune celebri tripartizioni, triplette e trittici: triadi egizie (Osiride Iside Horus) ed ebree (Cam Sem Jafet, Abramo Isacco Giacobbe), la Trinità cristiana (Padre Figlio Spirito santo) e le tre virtù teologali (fede speranza carità), la Trimurti (Brahmā Viṣṇu Śiva) e i tre guna (qualità cosmiche) indù, i Tre Puri del taoismo (istanze supreme del Dao), le tre relazioni fondamentali del confucianesimo (sovrano-suddito padre-figlio marito-moglie), l'ordine sociale tripartito del nostro medioevo (oratores bellatores laboratores) sopravvissuto fino agli Stati generali del 1789. In filosofia, il numero perfetto dei Pitagorici, le tre classi sociali della Repubblica platonica (governanti combattenti lavoratori), le tre proposizioni del sillogismo aristotelico, i tre governatori della Citta del Sole di T. Campanella (Sin Pon Mor, ovvero Sapienza Potenza Amore), la triade dialettica hegeliana (tesi antitesi sintesi), senza dimenticare le terzine e le cantiche della Commedia nonché il nove che in Dante è un triplice tre, le numerose trilogie e tanto altro in arte, musica e letteratura. Tuttavia, una rapida inchiesta sui numeri particolarmente significativi presso una dozzina di tradizioni vicine e lontane mostra che pari o maggior risalto hanno avuto l'uno, il due, il quattro, il sette, l'otto, il nove, il dieci e perfino il quaranta e il novantanove. Presso i Maya, ad es., al tre non era assegnato, a quanto sembra, alcun significato cosmologico. Il Giappone non gli riserva alcun particolare riguardo. Il rilievo assegnato all'idea trinitaria nella cultura dell'Occidente è invece innegabile. Importanza accumulatasi per il confluire, fin da prima dell'era cristiana, di simbologie mediorientali e riflessione greca.

Concetti o superstizioni?

Trattando di numeri occorre infatti premettere una distinzione tra superstizione, numerologia e concetto. In sé i numeri indicano quantità e quanto alle qualità dovrebbero presentarsi del tutto neutri, ma così non è e men che meno lo è stato in passato. Al contrario alcuni numeri sono stati caricati di sensi, ritenuti emblematici, desiderati o temuti per le più stravaganti motivazioni, non esclusa la somiglianza grafica: la Tetraktys pitagorica per la disposizione a triangolo, lo zero simbolo di perfezione presso i Maya per la sua forma chiusa (era rappresentato da una conchiglia). Oppure l'assonanza con altri vocaboli. Il quattro ( ) temutissimo in Cina perché suona simile a morte ( sǐ). Queste fantasiose invenzioni di impianto analogico e di valore affettivo inducono talvolta il razionalista a sospettare del numero al di là del ragionevole. Il numero in quanto preciso enumeratore di entità, fattori, valori e rapporti non ha nulla di superstizioso, purché l'enumerazione e le correlazioni siano razionalmente esaminate. Al di là del mero calcolo e dell'importanza teorica e pratica delle matematiche, alcuni numeri - a cui s'addice la qualifica di metafisici - suggeriscono concetti metanumerici di capitale importanza, purché si faccia attenzione a non lasciarsene suggestionare. Al tre, per es., sono frequentemente associate le idee di armonia e completezza. L'accostamento regge o è solo una convinzione neppur tanto innocua? Da qualche tempo è iniziata una nuova era e già ci troviamo immersi in essa fin sopra i capelli. L'era digitale, del calcolo, del controllo numerico. Parrebbe una base rassicurante, favorevole a una razionalità commisurata ai problemi, eppure non si prospetta affatto come un'età dell'intelligenza matura. Pare piuttosto annunciare un disfarsi dei più elementari presupposti del comprendere individuale e collettivo. Imbarazzante contraddizione: da un lato gli abissi del computo, dall'altro il qualunquismo del virtuale che simula indifferentemente qualsiasi realtà senza esserla e invero senza neppure rappresentarla a motivo di quella indifferenza di fondo derivante dal poter rappresentare qualsiasi cosa in qualsiasi modo. Tutt'altra arte, frutto di una intelligenza effettivamente artificiale, se confrontata con le arti della tradizione che mostravano gli artisti in dialogo e in lotta con sé stessi, la società, le conoscenze e le idealità del loro tempo.    

Genealogia dell'accadere

Premesso quanto sopra, una questione che si fa interessante è se ai numeri che la storia ha caricato di significati metafisici sia da attribuire ancora quel contenuto ontologico che la tradizione assegnava loro. O se vi sia motivo di dissolvere l'aura mistica che li ha avvolti per millenni. O anche, rovesciando la questione, se vi sia un numero che possa dirsi in effetti originario non in quanto primo della serie, o emblema di una dottrina, ma per delineare lo stare al mondo di un essere umano, di un topolino e anche di un protozoo. La filosofia ha di fatto risposto no, non c'è, perché le ipotesi al riguardo sono state diverse e nessuna ha superato il suo tempo. L'Uno divino caro a tanti, da Parmenide a Giordano Bruno, da Plotino a Spinoza, è scomparso da tempo. Qualche decennio fa il successo della digitalizzazione su base binaria (0,1) ha riportato in auge la coppia di opposti, il due manicheo. Oggi l'evoluzione tendenzialmente quantistica del computo spinge verso una metafisica opposta, centrata sulla sovrapposizione di stati. Ma il problema non cessa per ciò di riproporsi, a meno di abbandonare del tutto la domanda sull'origine (arché). Infatti quale che sia la risposta un quantificatore vi è implicato. In prosofia la questione primissima torna ad essere quella sull'origine di tutto ciò che accade. Quali sono le condizioni universalmente necessarie e sufficienti perché qualcosa accada? Per rispondere bisogna astrarre rigorosamente fino a non sapere più chi si è, quale vita si vive, in quale mondo, di quale intelligenza, quali sensi e quali linguaggi si dispone. Un esperimento mentale che conduce senza difficoltà a una conclusione apparentemente semplice: accade qualcosa quando qualcuno in qualche modo l'identifica.

Non meno e non più di tre

I fattori dell'accadere sono pertanto tre: il chi, il che e il come. Non meno di tre, giacché senza un chi non è identificabile alcun che, e lo stesso vale per i restanti due fattori. Non più di tre, perché con l'aggiunta di altri fattori (ad es. il tempo) si entra nel caso particolare di un determinato vivente a cui le cose si presentano in un determinato modo. Pare dunque si debba ammettere una terna originaria che precede l'ontologia, l'epistemologia e l'ermeneutica. Com'è possibile? Qui il ragionamento diventa un po' meno semplice. Occorre riflettere sul concetto di terna di fattori originari. Lo si affronta meglio a partire da un controesempio. Tra le composizioni più note di Beethoven v'è il Triplo concerto op.56 per violino, violoncello, pianoforte e orchestra. Immaginiamo di togliere uno dei tre strumenti, ad es. il violino, niente più triplicità. Tuttavia il violino in sé non scompare perché è parte di un universo della musica ben più vasto di quel concerto. Ben diverso e unico è il caso dei co-fattori originari i quali, in quanto interdipendenti e non preceduti da alcunché, non esistono se non dopo la loro unione e solo come effetti di essa. Come dire che l'originaria terna è da pensare come assolutamente relativa. Una sorta di contraddizione in termini che è tuttavia innegabile. Non è questo un pensiero a cui l'esperienza ci abitua. E la cultura da cui proveniamo ancor meno ci prepara a fronteggiarlo. Anzi, ci sprona in tutti i modi a rifuggirlo. L'educazione comincia perlopiù instillando certezze. La pedagogia più raffinata conta comunque sul fornire basi solide e indispensabili. È giusto così. Non è possibile educare a una cultura senza contenuti e lo spirito critico non dev'essere sistematicamente demolitore. Al contrario deve permettere di costruire in sapienza e lungimiranza. Nondimeno una meditazione generalissima sull'originario resta imprescindibile ad evitare le insidie ideologiche sempre in agguato. Oggi più che mai, con la tecnologia che pretende al trono di nuovo Assoluto.


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