Lettere - S come Scienza

Scienza in che senso?

--- L'età moderna ha riposato su un'idea confortante: le scienze stanno rispondendo via via a tutte le domande e risolvendo via via tutti i problemi. Confortante ma a dir poco inesatta. Servono diverse precisazioni. La scienza risponde solo alle domande a cui può rispondere e nei limiti della sua sfera di comprensione. Le sue risposte offrono conoscenza spendibile sia bene che male. Nel risolvere un problema non è raro che ne crei un altro più grosso. Non è vero che il suo contributo sia super partes. Per un'impresa scientifica servono fondi che non sono devoluti senza contropartita. La mentalità scientifica è sorta all'interno di una cultura, quella occidentale, che si è servita delle scienze per imporsi prepotentemente sulle altre culture prima di cercare di comprenderle. Lo scienziato ama presentarsi come disinteressato ricercatore del vero trascurando da dove parla e pensa. Non v'è da stupirsi dunque se alla lunga la gente ha cominciato a diffidare di questa idea di scienza che mira molto all'esattezza dei calcoli e alla produttività dei risultati ma poco autocritica. Il problema è che per governare il sapere sono a disposizione due soli strumenti la sapienza (sophia) e la saggezza (phrónesis). La prima difficile da valutare, la seconda rara e pressoché introvabile. Si costruisce riflettendo a fondo, dialogando con tutti, elaborando scenari di comprensione largamente condivisi. La sfiducia nella scienza quando mai sfocia nella saggezza? Si risolve piuttosto in una paurosa ricaduta nell'opinione. L'opinione in sé non è affatto da condannare. Dipende ovviamente da come viene a formarsi. Un'opinione ben soppesata è migliore, in molti contesti, di un'affermazione scientificamente corretta ma concernente un aspetto soltanto tra i tanti che l'opinione invece considera. In effetti, saggio è colui che sa offrire l'opinione più adatta al caso, inclusa in certi casi l'opinione che sia bene affidarsi interamente alla scienza. V'è però un tutt'altro modo, aberrante, di opinare riassumibile in tre parole: penso dunque so. Aberrante perché alla radice del latino opinio come del greco doxa v'è l'idea di un sapere tutt'altro che idiotico, anzi diffuso e utile, basato sul sentire comune che può sbagliare ma mai per il gusto di contraddire, per calcolo di parte, gratuita supposizione o ignorante presunzione.

Lo zoccolo fragile

Le scienze passano (o passavano) per fornire quanto di più credibile perché quanto affermano è sperimentalmente controllabile ed è sistematico, ossia non v'è conflitto tra ciò che affermano. In caso di  discrepanze tra le proposizioni o di dati sperimentali non concordanti, lo scienziato non nasconde la difficoltà ma si premura di approfondire. Infine di ciò che non sa non fa mistero (letteralmente, in opposizione a chi invece approfitta dell'ignoto per costruire misteri redditizi, destinati alle menti impressionabili). Per questo Charles S. Peirce contrapponeva il pensiero scientifico a quello basato sulla tradizione o sull'autorità di un testo sacro o di una guida suprema. Tutto molto giusto. V'è però da aggiungere che, così pensata, la scienza è quella della prima ora, frutto della determinazione razionalista (illuminista) di mandare al rogo le superstizioni e l'oscurantismo. Due-tre secoli dopo ci troviamo nella condizione inversa in quanto è il neo-oscurantismo a denunciare la scienza. Doveva costituire lo zoccolo duro della modernità, ha sfornato conoscenze a non finire, eppure è mal sopportata, se non osteggiata. Com'è possibile? Evidentemente qualcosa non ha funzionato. Dovrebbe quindi fare autocritica, ma la cosa non è prevista appunto perché nell'immaginario moderno (ossia pre-postmoderno) il pensiero scientifico è il migliore che si possa. Ne è prova il fatto che, con poche eccezioni, gli storici e i filosofi della scienza, che pure si sono impegnati per tutto il '900 in una serrata critica costruttiva della conoscenza scientifica, non hanno quasi avuto impatto. L’idea che il largo pubblico ha della scienza è antiscientifica. C'è sotto un problema di comunicazione o manca proprio di far chiarezza su alcuni punti essenziali? Come che sia, è urgente provvedere perché alla fin fine è il grande pubblico che decide il destino della conoscenza, non sono certo i filosofi.

Il quadrante scientifico

Sembra evidente che l'educazione alla scienza, necessaria fin dalla più tenera età, debba cambiare. Significava imparare a vedere nella scienza una forza amica, una buona madre un tantino autoritaria ma "sempre per il tuo bene". La celebrazione della scienza non ha scalzato del tutto in Occidente la precedente celebrazione della storia, che peraltro soffriva dello stesso problema. La storia era "maestra di vita" e bisognava saperla, senza alcuna critica preliminare. La domanda sempre attuale è dunque la seguente: quali riflessioni predispongono la coscienza ad affrontare un qualsiasi sapere non banale senza indurla alla soggezione né spingerla alla presunzione? Pare che tra le primissime riflessioni indispensabili non debba mancare la seguente, cioè che il sapere è triadico. Per ottenerne anche solo un briciolo servono tre elementi: chi sa, cosa sa e come lo sa. Se uno dei tre manca non accade nulla né dal lato del sapere né dal lato dell'ignorare; se però sono tutti tre compresenti la faccenda diventa parecchio complicata da esaminare perché le cose da sapere sono innumerevoli, al pari dei linguaggi mediante cui esprimere il sapere, mentre le menti che ci hanno provato o ci provano, anche contando solo le umane, assommerebbero a oltre cento miliardi. Notare che, in via di principio, nessuno è titolato a stabilire che il sapere altrui è sbagliato. Anche nel proprio bisogna stare attenti a introdurre drastici principi di vero/falso. Vanno sempre considerati il momento, il linguaggio, lo scopo, il punto di vista ecc. Posto questo, con tutta la problematica connessa, cosa fa il tipico scienziato di ascendenza galileiana? Entra in laboratorio. Significa, primo, che circoscrive tra i campi di ricerca quello su cui impegnarsi, procedendo come se gli altri non interferissero. Secondo, che si spoglia della propria individualità per vestire il camice dell'osservatore neutro (la stessa osservazione deve poter essere ripetuta da non importa quanti altri osservatori altrettanto neutri). Terzo, che stabilisce il miglior linguaggio per dire quel che viene scoprendo e vi si attiene rigorosamente. In altre parole, la scienza elimina la molteplicità del che cosa, del chi e del come. Vero è che di fatto le scienze sono, per fortuna, numerose, per cui nell'insieme quel che viene espunto dalle singole scienze (ad es., la psicologia dalla genetica) viene restituito dall'enciclopedia dei saperi. Gli enciclopedisti del '700 puntavano proprio su questo recupero della molteplicità grazie all'opera di collazione dei saperi prodotti nelle differenti branche, incluse le arti e i mestieri. Purtroppo però attualmente il modello enciclopedistico è in crisi. Una crisi probabilmente irreversibile. Per quali ragioni?

Pericoli a breve e lungo termine

Vediamone alcune. Tutte le scienze si sono rivelate di gran lunga più complesse di quanto ci si attendeva inizialmente. Ai primi dell'Ottocento pareva al Foscolo che Isaac Newton avesse steso un'immensa ala di conoscenza sull'intero firmamento. Oggi il più ferrato degli astrofisici può vantare d'essere professionalmente competente intorno a una porzione minuscola di argomenti della scienza di cui si dice scienziato. L'insieme non lo domina nessuno. La divulgazione di qualità è tanto meno accessibile al grande pubblico quanto più riflette la complessità dei dati e delle interpretazioni. In linea di massima l'accessibilità è inversamente proporzionale alla qualità dell'informazione. Ma un'informazione di bassa qualità si presta a ogni sorta di malinteso e manipolazione. Non c'è da sorprendersi se l'immagine della scienza è appannata. V'è poi da considerare l'asservimento della ricerca scientifica alla competizione tecnologica e di questa al capitalismo estrattivo per il quale solo conta quanta ricchezza vampirizzare dai progressi delle conoscenze. Il grande capitale non nutre alcun interesse verso la diffusione di un sapere interdisciplinare di qualità presso il vasto pubblico. Preferisce illuderlo con visioni da capogiro come la migrazione su altri pianeti, la salute perfetta, la liberazione dai mali, la gestazione artificiale, l'ozio retribuito, i viaggi nel tempo, il ringiovanimento miracoloso, la vita eterna. Lasciarsi illudere è facile perché la competenza scientifica è diventata davvero difficile. Si fa prima a credere nel primo che urla al complotto. Dopo tanta deduzione e induzione ecco trionfare l'illazione. L'infinocchiamento da pseudoscienza è un aspetto di quel degrado del sapere diffuso via Internet a cui Cory Doctorow ha affibbiato il termine di enshittification (immerdimento). Le grandi piattaforme favoriscono il degrado perché, mentre il sapere maturo è equilibrato e prudente, il sapere confuso apre la strada all'esagitazione degli animi, alle fissazioni compulsive e per conseguenza allo sfruttamento ideologico degli individui con grande vantaggio politico ed economico di chi così li manovra. Terza di un lungo elenco di ragioni (per cui davvero non basta un post), la vertigine tecnologica. Il sapere diffuso degrada progressivamente in ignoranza incalzato dalla tecnologia che toglie il respiro indispensabile a riflettere sul cambiamento, su come meglio valorizzare scoperte e invenzioni, prevenire i controeffetti degradanti e transitare saggiamente verso il futuro. Il sapere spiraleggia verso bassezze indegne a causa del circolo che il grande capitale considera virtuoso: investimenti massicci, la scienza pagata per fruttare tecnologia mirabolante da cui estrarre in quantità plusvalore economico e dominio sulla politica, la società e la cultura. Al punto che per cultura di massa non ha più senso intendere cultura di popolo, espressa nei modi e nei media popolari, contrapposta alla cultura di élite. La massa non ha più una cultura, è divenuta amorfa, istupidita dall'incalzare della tecnologia che non le lascia il tempo di formarsela.        

La scienza della critica

Al degrado della cultura ci si può opporre o è vano tentarlo? Essere pessimisti non serve se dissuade dal tentare. Sicuramente una soluzione non può presentarsi finché la società si lascia infinocchiare dagli interessi del grande capitale. Per combattere la mercificazione occorre recuperare senso critico. A tal fine una scienza della critica è desiderabile. Eppure, a parte Kant e i neokantiani, è rimasta una scienza negletta e ai nostri tempi addirittura rifuggita come dannosa, in quanto modererebbe la voracità degli interessi di parte e introdurrebbe il diritto/dovere di ogni essere umano a mettere/mettersi in discussione non in tarda età e a conti fatti ma come mossa iniziale di una coscienza non ingenua. La scienza della critica fornisce un quadro di premesse generalissime, semplici da dire e da assimilare, su cui sarebbe importante costruire educazione fin dalla scuola primaria. Quattro premesse attorno al principio del sapere triadico (v. sopra). Prima premessa, la totalità del sapere è tre volte infinita. Dunque nessuno possiede la verità. Non farsi infinocchiare. Combattere l'arroganza del sapere in ogni caso ma soprattutto se asservito al potere. Seconda, è legittimo in una quantità di occasioni ridurre il chi all'io o al noi, il come al proprio linguaggio e il che cosa ai propri interessi particolari purché ci si ricordi della prima premessa e dunque si eviti l'autoreferenzialità che trasforma il proprio particolare in universale. Terzo, ogni essere vivente fa quel che facciamo noi, riduce il chi al suo io ecc., e ne ha diritto. Pertanto è necessario venire a patti contribuendo a creare ambienti comuni e modi di convivenza. Quarto, è di grande utilità non solo per lo scienziato di professione ma per tutti quanti servirsi della forma laboratorio per esaminare spassionatamente con linguaggio neutro una questione da uno o più punti di vista guadagnando chiarezza. Senza tuttavia pretendere di imporre neppure a sé stessi quella chiarezza guadagnata giacché c'è sempre altro da dire e, date le tre premesse precedenti, il sapere è per fortuna sfuggente.


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