Lettere - R come Reale
Quante realtà?
--- In estrema sintesi, a proposito del reale il pensiero occidentale
si è applicato a tre differenti questioni: (R1) come e di che è fatto il mondo;
(R2) che cosa chiamare reale; (R3) le cosalità o esistenze in cui si individuano
le idealità o essenze. Vediamo meglio. R1 è la questione originaria che è rimasta
viva e insoluta per millenni. Le prime risposte post-mitiche che si ricordino le
diedero gli ilozoisti e i pluralisti del VI-V secolo. Il mondo è materia viva, a
vivificarla è l'acqua (Talete), no è il soffio
vitale (Anassimene), no è il fuoco che distrugge e ravviva (Eraclito), no sono l'Amore
e l'Odio (Empedocle). A seguire numerose altre. Tra le ultimissime v'è l'opinione
di Jean-Paul Sartre secondo cui il reale coincide con l'essere purché lo si intenda
sgravato del peso del nulla, ossia dello sguardo umano, nullificante in quanto oggettiverebbe
l'essere senza averne facoltà (non siamo dèi né c'è un dio in cui indiarci). Avendo
ottenuto ogni sorta di risposte, tutte opinabili, R1 è servita a suscitare altre
questioni, in particolare la gnoseologica (cosa posso sapere?), l'epistemologica
(su quali salde basi costruire conoscenza?), la religiosa (a che vale la scienza
del mondo se perdo l'anima?), la pragmatica (perché affliggersi con domande che
non sono di alcuna utilità?), l'esistenziale (non è forse reale, per me, soltanto
ciò che io sento e vivo?). La domanda più strettamente connessa a R1 è risultata
però R2, perché, in effetti, i sensi ci istruiscono tanto quanto ci ingannano. E
allora di quale reale vogliamo parlare? Fisico o psichico, umano o sovrumano, empirico
o razionale, sensibile o ideale, divisibile o unitario, matematico o dialettico,
finito o infinito, dicibile o ineffabile, manifesto o ascoso? La scelta è ampia.
I filosofi si sono sbizzarriti. Alla resa dei conti, comunque, reali anzitutto sembrerebbero
le esistenze concrete (R3), in quanto senza quelle non si comprende come possano
anche solo porsi le domande di cui sopra. Da dove uscirebbero? Chi se le porrebbe?
L'essere - osserverebbe Melisso di Samo - non può porsi domande. Supporre che possa
porsele equivale a ritenere che manchi di qualcosa (la conoscenza della risposta),
ovvero che nell'essere trovi posto il nulla. Una domanda, quale che sia, può farsela
solo un esistente in cui l'essere è incompleto. [Problema teologico, come può il
dio monoteista porsi domande? Non può. Ma se sa già tutto ab aeterno perché
permette il male?]
Fine delle R1
Il fine della ricerca intorno a R1 era più che ragionevole: stabilire
il background dell'esperienza e dunque un'affidabile base su cui erigere un sapere
saldo. Purtroppo i filosofi non potevano risolvere la questione e neppure gli scienziati.
Non avevano la più pallida idea di come è in effetti strutturata la materia, né
su quali e quanti livelli di complessità si regge ciò che appare ai sensi pressoché
immediato. Al limite, ne avevano un concetto meno distante i mistici. Questo perché
la realtà sensibile è apparenza senza essenza, accidente senza sostanza, né materiale
né spirituale. Una simile tesi, se fosse stata esposta, sarebbe stata rigettata come un'assurdità. Così l'Occidente
ha dovuto attendere i lenti progressi della tecnica e affidarsi ad essa per saperne
di più. I filosofi hanno cessato di mettere su carta improbabili risposte nella
misura in cui i progressi nelle tecniche di osservazione li hanno progressivamente
dissuasi dal farlo. Oggi per quanto riguarda la questione R1 la filosofia ha finalmente
chiuso. Con la fisica dell'ultimo secolo è arrivata la risposta che ha spazzato
via la storia del pensiero circa il che cos'è delle cose. Ora sappiamo la risposta.
Il mondo è fatto di vibrazioni di energia e una manciata di valori costanti quali
la velocità della luce, la massa del protone ecc. Tutto ciò che tali costanti non
impediscono è possibile e probabilmente, in questo nostro angolo di cosmo o in un
alieno altrove, reale.
Sbriciolamento
Ci sarebbe di che rallegrarsi. Nelle grandi linee una questione
a lungo insolubile è stata infine risolta. Purtroppo ci si è resi conto, raggiunta
la soluzione, che la realtà descritta dalla nuova fisica (quantistica, relativistica)
non ha nulla da spartire col reale che R1 presupponeva. Le questioni R2 e R3 erano
state poste presupponendo che prima o poi la domanda circa il che cos'è delle cose
(R1) trovasse risposta nell'ambito dell'essere sostanziale, non della combinazione
casuale. La natura ha giocato alla filosofia occidentale una crudele beffa. Ricordi,
le ha detto ridendo, da dove sei partita, l'ápeiron (= indefinito) di Anassimandro,
la chora (= bullicame) di Platone? Bene, grosso modo era quella la risposta.
Conseguenza, se non è più possibile presupporre neppure l'ipotesi di un argine al
poter essere, tanto meno sarà arginabile la risposta a R2. Nulla più impedisce di
ritenere reale ed eventualmente essenziale qualsivoglia dimensione del vivere. Se
nessuna visione del mondo coglie il reale, allora tutte si equivalgono. Non a caso
è stato così facile precipitarsi nel virtuale. Lo stesso vale per R3. Caduti i riferimenti
assoluti alle idealità e alle essenze non v'è più alcun limite prescritto all'esistente.
L'individuo è legge. Le cose sono quel che sono senza più riferimento a un che cos'è
essenziale in quanto l'io può pensarle come vuole. L'apparenza, finché non la si
butta, è sostanza. Il reale universale, mai individuato ma culturalmente influente
come idealità condivisa, si è sbriciolato in micro-realtà individuali che sentendosi
sprotette diventano ansiose e s'incattiviscono perché al di là della congiuntura
momentanea tra desiderio, rispondenza e possesso, non v'è altra realtà su cui impiantare
alcunché, né le cose né l'io.
Problemi con la privatizzazione del reale
Per un attimo tra i due millenni ci si è molto felicitati. Tana
libera tutti. Finalmente ognuno poteva godersi l'essere a suo modo. Mille plateaux,
rhizome: il sogno di Gilles Deleuze e Félix Guattari, la visione arborescente.
Ma l'euforia collettiva si è presto ridimensionata. La privatizzazione del reale
che permette all'innocuo Mr Smith di credere la terra piatta è la stessa che autorizza
la fede cieca nella propria ragione, la proliferazione dei complottismi, il ritorno
degli estremismi e vari altri rigurgiti. Non lo si credeva possibile, eppure grazie
all'atomizzazione del reale sta tornando in circolazione il peggio del peggio. Si
rivedono, ringalluzziti, i seminatori di discordia, i negatori seriali, i venditori
di fumo, i sanfedisti fanatici, i persecutori dei deboli. E poi la libertà fraintesa
come licenza, la menzogna spudorata, il capitalismo insolente, l'antisemitismo,
il razzismo, l'eugenetica, il genocidio. Che differenza fa in un mondo dove tutto
il possibile è reale? Di qui la nuova ossessione per il potere assoluto, la forza
bruta, la censura, la faida. Infatti se il reale è direttamente correlato al
potere, il portavoce del governo, per quante menzogne dica, produce più verità del
giornalismo d'inchiesta e il costruttore di automi ha più ragioni dalla sua di
chi perde il lavoro. La scoperta del terzo millennio è la stessa dell'età della
pietra e dell’Atene di Pericle. Senza un orizzonte comune ha ragione Sparta per
il semplice fatto che vince. Quando Donald Trump, presidente degli Stati Uniti d'America,
si permette di insultare una giornalista per una domanda sgradita chiamandola piggy
(= porcella), non teme affatto di mostrarsi come essere umano ben inferiore
a lei per stile, educazione, intelligenza e quant'altro, tanto ha comunque ragione
lui, visto il potere che ha. Viene da citare il presidente USA perché i suoi detti
e fatti sono ogni giorno in prima pagina, ma la tendenza all'abisso è percepibile
ben oltre il narcisismo di qualche isolato personaggio insensibile allo
squallore. La strafottenza degli straricchi e degli strapotenti ha toccato negli
ultimi tempi vette antropologiche inaudite. Ancor più rivelatore, aumenta il numero
di coloro che privi di potere non sanno far meglio che identificarsi servilmente
con chi ne ha tanto.
Recuperare la realtà
Servirebbe recuperare o piuttosto ricostruire il senso comune
di realtà, ma per riuscirci occorre prima di tutto saper dire in che consiste. Il
filosofo neo-marxista Saitō Kōhei (Il capitale nell'Antropocene, Einaudi, 2024, pp.115-116)
porta l'attenzione sul concetto di 'bene comune' (in un contesto politico comunalista
o di democrazia diretta) che permetterebbe
di gettarsi alle spalle sia l'ottusa avidità del capitalista, sia l'autoritarismo
centralizzato di stampo sovietico. I primi e principali beni comuni di cui la collettività
dovrebbe prendersi cura sono, secondo Saitō, i diritti umani, l'ambiente, la convivenza
e la conoscenza. La conoscenza come bene comune è un buon punto di (ri)partenza.
Ma com'è da intendere? Certamente non come automatica certificazione di qualsiasi
sapere accomunato. Si tornerebbe al tribalismo autoreferenziale. Se c'è un bene
comune a schietta tendenza universale quello è proprio la conoscenza, che comprende
sia le specificità locali, sia una visione complessiva che serva da riferimento
(benchmark). Torna perciò necessaria e urgente la riflessione sui principi
del sapere, ma su basi del tutto nuove, post-filosofiche, neo-ontologiche e neo-gnoseologiche.

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