Lettere - P come Paradosso

 

Tre accezioni

--- I dittatori non amano i paradossi. Lo dice la parola. Chi detta legge pretende che sul dettato (diktat) nessuno trovi da ridire. Il contraddittorio e il paradossale non sono ammessi. L’ordine deve filare liscio e chi vi s’oppone è fuori discussione un nemico ideologico, uno che rema contro e va fermato con tutti i mezzi a disposizione. Di ragionare non se ne parla. Molta gente oggi è attratta dal diktat-style dei nuovi tiranni o aspiranti tali. Sono cittadini paradossali che abiurano il diritto al libero giudizio, all’articolazione del pensiero e alla dialettica in cambio dell’illusione di aver ragione per prepotenza, asserviti a un despota. Il concetto di paradosso non li sfiora. Proprio per questo merita di essere ragionato a fondo in questi anni filo-fascisti. Di ‘paradosso’ si fa uso in tre accezioni: (a) qualcosa di genericamente contrario alle attese e difficile da inquadrare; (b) un effetto contrario all’intenzione; (c) una contraddizione logica, ad es. il Paradosso di Russell. Del primo tipo c’è poco da dire perché ognuno di noi può trovare spiazzante qualsiasi interferenza con la propria visione delle cose. In questi casi conta non chiudere la mente, non opporre uno stolido rifiuto. A meno che non si preferisca diventare esecutori materiali di un ordine mentale indiscusso, acriticamente aderito. Il terzo tipo si sa ormai da tempo come va gestito. Per risolvere la contraddizione è sufficiente affinare la logica. Invece, quello che ci deve preoccupare è il secondo tipo, specialmente se l’effetto controproducente danneggia ora o in prospettiva la convivenza civile.

La riforma che sta facendo discutere

Ad esempio, la riforma della giustizia attualmente in discussione in Parlamento separa le carriere giudicante e inquirente al fine, sostengono i proponenti, di evitare eccessi inquisitori che infiltrerebbero l’equanimità di chi, ora giudice, ieri era pubblico ministero. Ma una schiatta di magistrati inquirenti, confinati a svolgere lo stesso tipo di attività lungo tutta la loro carriera professionale, non sarebbe forse ancor più a rischio di eccessi? E se questo fosse l’esito non avrebbero gioco facile il legislativo e l’esecutivo nell’introdurre limiti e controlli all’attività investigativa? La riforma della giustizia, invece di migliorarla in ordine al dettato costituzionale, la sottoporrebbe al rischio di essere menomata da parte di quei poteri che essa ha il dovere di controllare. Due paradossi uno sull’altro (la questione è posta in questi termini da Giorgio La Malfa in un’intervista apparsa su la Stampa del 24/11/2025).

Il paradosso dello stato liberale

Le democrazie occidentali fiorite nella seconda metà del secolo scorso sono state e sono, dal punto di vista storico, eccezioni rette su un precario equilibrio di forze. Alla base v’è la formula dello stato liberale che prevede la separazione dei poteri e il reciproco controllo. L’esecutivo dovrebbe ‘eseguire’ i decreti del legislativo e il giudiziario controllare che la costituzione sia rispettata. A sua volta la costituzione è stata redatta dal legislativo che può modificarla e l’esecutivo è incaricato di farla rispettare. Questo giudizioso intreccio di checks and balances funziona bene solo sulla carta. Ciò soprattutto perché pur trattando di ‘poteri’ dello stato, non si regge su un’analisi preliminare del potere. Non c’è potenza senza forza, fisica, morale o intellettuale. Le costituzioni demo­cratiche nascondono il fatto che non dispongono di un effettivo potere sul potere. È sottinteso che i tre poteri si autolimitino e che le varie armi (esercito, polizia, servizi segreti) obbediscano diligentemente a un esecutivo che rispetti a sua volta quel dettato costituzionale che una corte costituzionale è istituita appunto per far sì che sia interpretato correttamente ma che un parlamento può sempre rivedere di diritto e l’esecutivo forzare di fatto. Non che sia una novità. Il fascismo italiano è sorto dalle rovine dello stato liberale. Il nazismo è germogliato sotto la bandiera della Repubblica di Weimar. I bolscevichi hanno disfatto nell’ottobre 1917 la costituzione liberale di pochi mesi prima. Sullo schema liberale, forse inevitabile ma tortuoso e rischioso, sono innestate le pericolanti democrazie odierne nelle quali ai poteri costituzionali s’aggiungono quelli demoscopico partitico mediatico confessionale sindacale economico e finanziario. Cosa può succedere lo si vede bene al momento negli USA, in Russia, Inghilterra, Ungheria, Turchia, India, Israele. Poteri squilibrati, prepotenze di parte, preoccupanti tendenze dittatoriali che guadagnano terreno all’ombra di costituzioni più o meno rispettate. Chi di fatto manovra le leve del potere è il capitale che neppure compare nel dettato costituzionale. I poteri dello stato sono pressoché impotenti. I cittadini disertano in gran numero le urne perché percepiscono l’impotenza della politica. Ma la loro disillusione lascia al capitale uno spazio di manovra ancor maggiore, culminante emblematicamente nell’immagine del multimiliardario che sputa soldi sulla gente per comprarne il voto.

Il paradosso della tecnologia

L’essere umano è molto più bravo nel costruire cose che nel gestire concetti. Il motivo è semplice. Le cose sono linearmente migliorabili e facilmente reimpiegabili, i concetti sono reticolari (valgono per come si connettono gli uni agli altri) e sempre ridiscutibili. Risultato, fin dall’età della pietra le tecniche hanno causato o suscitato problemi che le società da esse investite non hanno saputo né prevedere né gestire. Più la tecnologia avanza, meno l’umanità sa farvi fronte in maniera intelligente. Ne subisce impotente gli effetti. Tra i quali uno dei più recenti è l’illusione di riuscire con la tecnologia a dominare la complessità delle relazioni umane e del pensiero stesso. Non si riflette sul fatto che tutte le tecniche forniscono, in senso lato, degli ‘armamenti’ il cui valore morale e sociale dipende dall’uso. Il colmo del paradossale lo si ha nella convinzione, oggi frequente, che ai crimini contro la natura e l’umanità provocati dal precipitoso progresso tecnologico potrà ovviare ancor più tecnologia. Coloro che accumulano mostruosi guadagni da tale corsa agli armamenti sono ovviamente i più accaniti sostenitori di una simile bufala. Ad essi si accodano ben pagati ingegneri di ogni risma e creduli sostenitori del progresso speculativo. Speculativo in quanto specula economicamente sulla speranza che ancor più tecnologia riduca i danni provocati da più tecnologia e in quanto promette miracoli ancora da fare, di cui come sempre non si conoscono i controeffetti. L’ingenuità interessata degli scienziati fa la sua parte. Sfornano conoscenze limitate. Le tecniche se ne appropriano per costruire dispositivi delle cui conseguenze economiche e sociali sono ignoranti gli scienziati stessi. La chimica dei polimeri ha permesso la produzione di plastiche, miliardi di tonnellate, senza la minima idea, per decenni, del rilascio di microplastiche da cui oggi ci troviamo letteralmente invasi fin nel cervello. La scienza, il più efficiente modello di conoscenza, è al tempo stesso il meno saggio perché si proclama innocente, irresponsabile delle conseguenze. La più impattante delle attitudini umane, la ricerca scientifica, produce inettitudine storica perché non è retta da un superiore principio di conoscenza e ha perfino smesso di interessarsene. Ignoranza a medio e lungo termine e interessi immediati guidano a fari spenti nella notte la cronaca e la storia. La ragione ristagna per un eccesso di progresso speculativo.

Il paradosso della libertà

Ma si vivono anche paradossi costruttivi che, non compresi, causano grossi problemi. La libertà di parola, ad es., non è tale se significa lasciarsi andare a dire qualsiasi cosa a qualsiasi scopo senza alcuna forma di autocontrollo. Licenza e libertà non sono intercambiabili come a qualcuno piace credere. La licenza indiscriminata permette di dire tutto e il contrario di tutto, dunque nell'insieme ha meno valore, dal lato etico, di quanto non ne abbia l'idiozia che quantomeno è da presumersi disinteressata. La sola libertà di parola che abbia senso, in quanto valore umano, è quella capace di autocritica, possibilmente preventiva. Pare paradossale ma l’autocontrollo di qualità (nei limiti del possibile) è il solo modo che abbiamo di rendere davvero libere le nostre parole e con esse noi stessi.

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