Lettere - O come Oggetto

 

Come nasce un oggetto

--- Gli oggetti sono infiniti? Dipende da cosa intendiamo per ‘oggetto’. In natura non esistono oggetti ma aggregati di energia. Tra un pesce che un minuto fa guizzava vivo ed ora sta diventando nutrimento nello stomaco di un gabbiano non c’è differenza. Sempre di energia si tratta, aggregata in un modo o nell’altro. L’oggetto sorge quando un soggetto lo assume come tale distinguendolo in qualche modo. Denominandolo, ad es., ma anche solo indicandolo, guardandolo, assemblando impressioni e ricordi o semplicemente reagendo alla sua presenza o assenza. Per intendere bene l’oggetto bisogna guardare al soggetto (e viceversa). Soggetto è qualsiasi aggregato di energia capace di distinguersi dal resto del mondo, ad es. muovendosi in vista di uno scopo, e di distinguervi autonomamente un certo tipo di oggetti. L’universo è più che probabilmente abitato da miliardi di miliardi di viventi, ciascuno dei quali abita una sua propria galleria di oggetti. Quando tale ‘oggettistica’ è prestabilita da agenti ingovernabili (i geni, l’ambiente, le stagioni, la colonia, il branco, la simbiosi, la disponibilità di cibo ecc.) il soggetto è un vegetale o un animale. Quando l’oggettistica non è prestabilita il soggetto è un umano o, se alieno, simil-umano. Il primo incoccio con un extraterrestre sarà non tanto un faccia a faccia di soggetti più o meno intelligenti, quanto lo scontro/incontro tra due galassie di oggetti. Difficile prevedere come andrà a finire. Certo è che l’oggettistica di un individuo di tipo umano (non vincolato alla specie) benché non infinita è comunque illimitata. D’ordinario, per ragioni pratiche, tendiamo a circoscrivere la gamma di oggetti intorno a noi, riservando la qualifica di oggetto a ciò che riveste per noi un interesse. Ma basta poco per rendersi conto che non c’è limite alla fabbricazione di oggetti. Un libro, ad es., può passare per un oggetto singolo o un insieme di pagine, di concetti, di emozioni, di pregi, di difetti, di norme stilistiche, di segni alfanumerici ecc. ecc. Se non c’è un limite oggettivo, allora evidentemente occorre che provvediamo noi con un limite soggettivo. Cosa che appunto facciamo normalmente sulla base di criteri non sempre chiari neppure a noi stessi, su cui sarebbe bene ogni tanto ragionare.

L’idea di oggetto

Nella tradizione filosofica di cui siamo eredi l’idea di oggetto è un po’ diversa. Diciamo che si è specializzata a scapito di altri aspetti essenziali. In origine l’oggetto è propriamente caratterizzato come qualcosa che di fatto ci si presenta, ci si para innanzi o, per meglio dire, che nel farsi presente si ‘qualcosizza’. Anche un’impressione soggettiva quando mi si qualcosizza come tale diviene, per me in questo momento, oggettiva. Cioè è oggettivamente un’impressione soggettiva. Ma potrei ritenerla anche oggettiva, cioè un dato di fatto. Questa discrezionalità nella produzione di oggetti, caratteristica preziosa ma pericolosa dell’essere umano, non è piaciuta alla ragione greca e meno ancora alla mente scientifica. Le società tribali non incontrano difficoltà in tal senso perché tra i membri l’oggettistica è condivisa e predefinita dalla tradizione. Non appena però s’insinuano negli spazi della tradizione il libero pensiero e le visioni altrui ecco che nuovi oggetti si affollano in quantità. Ne nascono conflitti, compromessi, conversioni e avversioni ecc. Quando nella diversità una società si rafforza, si parla di pluralismo democratico. Diversamente prevale un senso di disgregazione. In tali condizioni l’oggetto preoccupa per quel suo pararsi innanzi imprevedibile. Ci si propone perciò di stabilirlo e categorizzarlo così che non spiazzi né il filosofo, né lo scienziato, né il tecnico. E neppure l’artista, che solo di recente si è liberato da categorie vecchie di secoli (la natura morta, il ritratto, il paesaggio, la tragedia, il sonetto, la sinfonia e via dicendo). I filosofi dal canto loro hanno compiuto un passo ulteriore. Si sono preoccupati di metacategorizzare, classificando per classi (specie) e classi di classi (generi). Di tale categorizzazione dell’oggetto è stato sommo maestro Aristotele, secondo cui il fine di un’analisi razionale è fornire categorie logiche, ontologiche, etiche, poetiche e politiche atte a circoscrivere l’oggetto. In tal modo però l’oggetto del filosofo non è più il medesimo oggetto di cui il comune mortale fa esperienza. A questo irrigidimento dell’oggetto è corrisposta, immancabilmente, un’analoga sorte per il soggetto. Per categorizzare stabilmente il mondo bisogna esaminarlo con la stessa forma mentis e uniformare il linguaggio.

Lessico e nuvole nere

Vale a dire che l’oggetto è bifronte. Per apparire a tutti gli effetti oggettivo il soggetto deve farsi da parte, darsi per scontato, riproporsi identico, sospendersi, automatizzarsi (come nell’IA) e simili. A sua volta il soggetto per sentirsi autonomo e pienamente soggettivo deve dimenticarsi del lato oggettivo dell’oggetto affinché tutto quel che gli si presenta appaia essere una sua propria creazione. Non v’è filosofo di qualche spessore che non abbia colto la complessità di questa problematica. In Occidente è prevalsa però la tendenza a cercare una soluzione, una sistemazione, al fine di fissare da un lato il che cos’è delle cose, dall’altro l’ontologia dello spirito, il rapporto tra soggettività e verità, tra mente e mondo. Il desiderio di sistemazione è culminato con la fenomenologia hegeliana, chiaramente sbilanciata a favore del soggetto che in perenne evoluzione dialettica foggia la storia. La storia ha ferocemente smentito l’idealismo ottimista, il trionfo del soggetto pensante. Gli ultimi due secoli hanno visto dilagare il meccanismo, l’automatismo, l’elettronica, l’informatica e ora l’ingegneria genetica. In superficie grandi progressi a favore dell’umanità; in profondità asservimento delle menti a un ordine materiale imposto dalla tecnologia e dal capitale. Al soggetto è concesso solo di adeguarsi, come fosse suddito di un despota. In cambio le varie tecniche gli permettono di divertirsi o, come si dice con grande esattezza, di distrarsi. Di distrarsi dall'impegno di lottare per essere pienamente sé stesso. Per qualche decennio le democrazie hanno salvato le apparenze. La crisi attuale getta piena luce non solo sulla prepotenza combinata di capitale e tecnologia, ma anche sul fallimento del soggetto come motore della storia. Contro la prepotenza non si può far molto, per definizione. Un chiarimento concettuale a partire da un esame lessicale può comunque servire a dar conto del perché è incombente una preoccupante crisi di civiltà.

Oggetto, oggettivo, oggettuale

Per cominciare dovremmo assegnare ai termini di oggetto e soggetto significati perfettamente neutri giacché presi separatamente non hanno senso. Non possono averlo perché un oggetto è sempre tale in rapporto a un soggetto e un soggetto, per tutti coloro che vi si relazionano, non escluso il soggetto stesso, assume l’aspetto di un oggetto più o meno complesso e sfaccettato. Tale neutralità è un fondamentale principio di intelligenza. Come dire che quando, ad es., chiamo questa bicicletta un oggetto intendo che non so ancora se e come si oggettiverà in un vissuto. Intendo solo che, quando succederà, lo farà o come fenomeno o come cosa in sé o, più spesso, come composizione di fenomeno e cosa, sempre ovviamente per intervento di un soggetto che deciderà se e quanto oggettivare o soggettivare il presunto oggetto. Inversamente, lo stesso vale per il concetto-base di soggetto. Io stesso di me non so ancora se quel che vivrò di qui a un minuto mi parrà soggettivo o oggettivo. Anche una fuggevole impressione potrà apparirmi come provenire da me (essere soggettiva) o pararmisi innanzi indipendentemente da me (essere oggettiva). Una bici quand’anche minuziosamente descritta non sarebbe che una supposizione finché non comparisse in un vissuto come oggettiva o come oggettuale o, più facilmente, come una combinazione di aspetti oggettivi e oggettuali. Oggettiva non lo è ma lo diventa (diventa un’oggettità) quando la considero esistente tal quale, indipendentemente da me che la considero. Anche oggettuale non lo è ma lo diventa se la considero, al contrario, in quanto sussunzione intenzionale dell’oggetto nell’ambito di un mio modo di vedere le cose, uno tra i tanti. Il mondo è dunque ciò che accade all’oggetto. Analogamente l’io penso è ciò che accade al soggetto. Se si crede eroico o pusillanime, ignorante o colto e non ne dubita, né prende le distanze da quel credere, allora soggettivamente lo è; se invece tendesse a esaminare con distacco quel suo credere ne coglierebbe l’aspetto soggettuale, ne farebbe una tra le tante soggettualità ipotizzabili.

Forzare la lingua non basta

Se il paragrafo precedente appare piuttosto contorto un motivo c’è. Le lingue dell’Occidente riflettono la tendenza prevalente a reificare separatamente il soggetto e l’oggetto. Sono perciò piuttosto scarse di articolazione in proposito. Per approfondire si è costretti a forzare il lessico. Forzature che evidenziano il problema più che risolverlo. Le parole si affermano quando la società le richiede. Se ‘oggettità’ pare forzato è perché la collettività fatica ad accettare che l’oggetto non sia che un fascio (direbbe Hume) di oggettità costruite come oggettive. A che è dovuta tale riluttanza? Probabilmente al rifiuto di rivedere alla radice il concetto di oggettivo. Lo stesso vale per la categoria di soggetto. Parlare di ‘soggettità’ implica sfaccettare il soggetto, cosa che è temuta come una sorta di demolizione, invece che desiderata per meglio comprendere sé stessi e l’altro. Un poderoso tentativo in tal senso fu compiuto da Sigmund Freud, dal quale il ‘900 ha appreso, più che la psicanalisi (l’analisi della singola psiche è rimasta decisamente impervia), la dinamica inconscia tra soggetto e oggetto. Sennonché per Freud il desiderio solo a stento sublima in autoanalisi. Nello schema freudiano eros è un attributo della libido che mira all’immediata soddisfazione. Quanto di meno adatto a indurre l’io a penetrare imparzialmente la correlazione soggetto-oggetto. Di questa si farebbe mediatore diretto lo psicanalista, un ruolo che si è rivelato alquanto pretenzioso. Un altro grande impulso a riconsiderare alla radice la correlazione soggetto-oggetto è venuto da Edmund Husserl. Dal movimento fenomenologico sono arrivati suggerimenti imprescindibili ma ha subito anch’esso l’attrazione epocale, una vera gravitazione, verso il soggetto esistenziale, come se il dramma dentro cui la tecnica l’ha imprigionato potesse risolversi a partire da esso piuttosto che da una drastica revisione della correlazione originaria tra organismo, ambiente e informazione.

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