Lettere - N come Nonnulla

Partire da zero

--- Ovviamente non è possibile. Si parte sempre da qualcosa. Lo zero assoluto è solo un'ipotesi-limite anche in fisica. Vorrebbe dire totale dissipazione, niente da cui possa ingenerarsi qualcosa. Ora sappiamo che non esiste. L'opposizione atomi-vuoto, parsa a lungo ovvia, non ha più senso. L'universo non è che energia in via di dissiparsi. La questione filosofica da affrontare prima di ogni altra è come correttamente pensare l'origine di quella che chiamiamo conoscenza. Problema che a lungo è stato sviato dalla domanda Perché c'è qualcosa invece che niente? in cui l'esistenza del mondo è presupposta in contrapposizione a un nulla altrettanto presupposto. Domanda che dunque non tocca davvero l'originario ma già una sua rappresentazione. L'ontologia precede la gnoseologia invece che attenderne le indicazioni. Su questo errore di fondo sono fiorite le filosofie, ciascuna provvista di una visione dell'originario accomodata. Ad esempio, secondo Hegel occorre partire dalla opposizione dialettica tra essere e non essere da cui verrebbe a prodursi il divenire. Secondo Marx, dai bisogni materiali che impongono strutture sociali e sovrastrutture ideali. Secondo Schopenhauer, da una Volontà irrazionale che trascina i viventi in un cosmico ciclo di sofferenza. Difficile trovare nei millenni del pensiero occidentale un filosofo che non abbia preso le mosse da una implicitazione, cioè da un elemento dato per originario, scelto perché funzionale al sistema da sorreggere e difendere. Anche Kant ha potuto trattare separatamente la ragione teoretica e la ragione pratica perché presupponeva, senza darne ragione, che entrambe, fenomenica la prima, sostanziale la seconda, poggiassero sulla stessa base, l'Io trascendentale. In effetti, se provassimo a non implicitare nulla non avremmo nulla da pensare e nulla per esprimerci; d'altra parte, assumendo un che di determinato ci avvieremmo troppo presto in una direzione magari interessante ma insoddisfacente dal punto di vista gnoseologico proprio perché soddisfacente in relazione a un nostro pressante desiderio. L'altra classica domanda Che cosa posso sapere? dà anch'essa molto per scontato. C'è dentro un io che si interroga, un che cosa ossia un mondo, i concetti di possibilità e di conoscenza attribuiti all'essere umano. Pare inevitabile che la domanda sull'origine della conoscenza debba presupporre un conosciuto, un conoscente e un conoscere, ma se la si intende così non è già più quel che dovrebbe essere, ossia perfettamente astratta, totalmente estranea non solo a bisogni particolari (di razionalizzazione, di consolazione, di dominio ecc.) ma addirittura e paradossalmente estranea alla filosofia stessa, che può iniziare un percorso sereno solo dopo aver chiarito questa difficoltà preliminare.

Condillac vs Wittgenstein

Il Tractatus logico-philosophicus (1921) di Ludwig Wittgenstein asserisce per prima cosa che "il mondo è tutto ciò che accade". Se volesse dire che indubbiamente qualcosa accade, piuttosto che niente, e che quel che accade appare alla nostra esperienza sia molteplice sia unitario e perciò ne parliamo e ce lo figuriamo in molti modi tra cui 'mondo', potremmo dirci d'accordo. Ma Wittgenstein l'intende al contrario come un'inconfutabile premessa di ordine fisico (e surrettiziamente ontologico). Vuole dire - come si evince dalla proposizione successiva - che, a prescindere da come ce li figuriamo e ne parliamo o da quali valori assegniamo loro, accadono innumerevoli fatti, ovvero successioni di stati di cose, i quali tutti insieme costituiscono una sorta di macro-fatto, il mondo. La cosa curiosa è che un trattato di logica cominci con una così impegnativa asserzione ontologica. Un secolo e mezzo prima un abate francese, Étienne Bonnot de Condillac, aveva riflettuto, servendosi di un esperimento mentale, su come si possa giungere a prendere conoscenza di qualcosa partendo invece da zero. Di fatto egli non partì proprio da zero perché prescelse per il suo esperimento le sensazioni (Trattato sulle sensazioni, 1754), ritenendo che in esse si celasse il dato originario. Il suo suggerimento tuttavia è valido, bisogna solo essere ancor più radicali, cioè immaginare di cogliere non il sorgere di una primissima sensazione ma l’origine di un quid qualsiasi a partire dal nulla di nulla, dunque un puro e semplice non-nulla. A che scopo? Per non invertire l’ordine del discorso premettendo inavvertitamente una risposta alla domanda sull’origine, la sola che non consente premesse.

Pensare il nonnulla

In passato era inimmaginabile un esperimento mentale più radicale di quello proposto dal Condillac. Che i sensi rivelassero l’esistenza di un mondo solido, liquido e aereo abitato da sostanze forme spazi suoni colori sapori movimenti qualità quantità ecc. era indubitabile. Difficile era separare dal che cos’è delle cose l’apporto dei sensi e dell’intelletto, ma l’essere era fuori discussione perlomeno in Occidente. Un nucleo ontologico precedeva la questione gnoseologica. Wittgenstein lo considerava ancora un dato di fatto. In effetti negare l’evidenza aveva poco senso, non v’erano indizi contro l’essere come dato originario. Un non-nulla era immediatamente qualcosa di questo mondo e, per analogia, di ogni altro mondo infero o celeste. Ai tempi nostri non è complicato pensare il nonnulla, solo non viene spontaneo farlo perché il pensiero conta abitualmente, come l’azione, su una quantità di premesse che perlopiù rispondono alle attese. Sappiamo però dalla fisica che dietro l’infinità delle apparenze non c’è alcuna sostanza originaria bensì solo energia potenziale. Alla questione gnoseologica non è più necessario premettere l’esistenza di alcunché, essendo l’energia in sé un nulla di nulla capace di qualsiasi esito. Il dato di fatto primario non sono più gli infiniti mondi di Giordano Bruno, o il mondo sublunare o l’io penso ma qualcosa che in quanto pura potenza manca di un suo essere.

Come il nonnulla diviene qualcosa

Dunque l’esperimento mentale può iniziare da un nonnulla inteso come un tot di energia che configurandosi in un particolare modo, ad es. un protone o una minima discrepanza nella radiazione cosmica di fondo, produce un accadere, attrae un elettrone o ammassa nubi primordiali di gas. Il risultato è un atomo di materia o un ammasso di galassie, cioè in entrambi i casi energia confinata ad opera di forze fondamentali. Ma attenzione, in sé l’energia non ha volto, non ha senso, è tutto e niente. Come quanto di energia il nostro nonnulla si perde nella totalità del possibile. In che modo riesce a diventare qualcosa? Diventa qualcosa solo se incontra un osservatore che l’identifichi chiamandolo appunto atomo o galassia. Dunque il divenir qualcosa di un nonnulla viene dopo l’aver incontrato un osservatore che l’abbia ‘quiddificato’ (cfr. la quidditas di Ockham) ossia isolato e identificato. Sembra una puntualizzazione irrilevante? Al contrario è imprescindibile, la sola che trattiene il filosofo dal cadere in gratuite supposizioni e promette anzi di trattare l’originario senza subordinarne il concetto a spinte intellettuali e sociali o addirittura a pressioni economiche e di potere.


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