Lettere - M come Mistico
Il paradosso di Socrate
--- Sotto processo, Socrate affermò – riferisce Platone nel
capitolo vi dell’Apologia – di non essere tra coloro che si illudono di sapere
e di ritenere che proprio per questo suo sapere-di-non-sapere la Sibilla delfica,
interpellata, l’avesse menzionato come il più sapiente tra i Greci. Egli dunque,
nel discorso che rivolge alla giuria per difendersi dall’accusa di empietà, si presenta
come scettico, colui che ricerca criticamente ponendo in discussione le proprie
e altrui credenze. Tuttavia contestualmente si appella all’autorità della sacerdotessa
di Apollo. Il che equivale a dire che lui (Socrate) sa per certo che lei sa. E il
dio che la ispira tanto più. Tale trasferimento del sapere dall'umano al divino
ci lascia però piuttosto dubbiosi perché, dopotutto, è pur sempre lui, Socrate,
a presupporre che la Sibilla sappia. La sola differenza su questo punto è
che anche i suoi accusatori erano senza dubbio del suo avviso. Molta storia della
filosofia, se non addirittura del pensiero umano, si ritrova in questo paradosso
tutt’altro che facile da sciogliere. Presa alla lettera, la ricerca (sképsis),
non importa quanto perseverante, non arriverà mai a dare risposte, né certe né dubbie,
perché rispondere non è già più ricercare. Socrate aveva dunque un buon motivo per
fermarsi al sapere-di-non-sapere. Solo che con il puro e semplice non-sapere non
si va da nessuna parte e col sapere-di-qualcosa non si è messi meglio perché il
concetto di qualcosa esclude immediatamente tutto quanto quella cosa non è. L’io,
ad es., taglia fuori il non-io; il lui, il lei; il questo, il quello; il tuo, il
nostro ecc. Inoltre perché una cosa si dia servono qualcuno che la determini e una
parola, un segno, un gesto che la indichino. Dal lato opposto, però, appellarsi
al responso sibillino equivaleva ad ammettere che la ragione non sapeva cavarsela
da sé, cosa che nell’Atene ricca, potente e colta del V secolo accontentava tutt’al
più i tradizionalisti che si difendevano appunto a suon di processi contro la forza
di persuasione dell'emergente razionalismo.
Mistificazioni
In breve, per sapere qualcosa bisogna barare. C’è solo da scegliere
in che modo. I modi si contano esattamente sulle dita di una mano: (1) scientifico;
(2) sofistico; (3) poetico; (4) pragmatico; (5) mistico. Lo scienziato bara presupponendo
che abbia qualche senso delimitare l’osservazione di un fenomeno così tanto da poterne
dire tutti quanti la stessa cosa con lo stesso linguaggio. Il sofista (categoria
che include il dialettico) bara facendo credere che il linguaggio possa con le sue
sole forze dominare la complessità del reale. Il poeta bara illudendo che la creatività
e l’arte offrano davvero mondi alternativi in/per cui vivere. Il pragmatico bara
riducendo la complessità del comprendere all’utile, all’opportuno, a ciò che vien
buono a un certo scopo e ‘secondo me’. Quattro modi, come si può notare, diversamente
riduttivi. Non che siano dispensabili, al contrario. Hanno un ruolo fondamentale
nella costruzione del sapere e del sociale. Il problema è che non l’ammettono, del
loro specifico barare non parlano. Il mistico si distacca in quanto non è orientato
a relativizzare ma ad assolutizzare. Per il mistico l’Oggetto include tutti gli
oggetti; il Soggetto, tutti i soggetti; la Parola (divina), tutti i discorsi. Non
solo ma Oggetto, Soggetto e Parola confluiscono nell’Uno dove s’annullano. Il puro
mistico, in un senso, è quanto di meno mistificante perché non si nasconde che il
reale nella sua totalità è ineffabile, inesperibile e inimmaginabile dato che coincide
col nulla-di-che.
Un occhio chiuso e uno aperto
Tuttavia c’è mistico e mistico. Accanto al puro sovrabbonda il
mistico dalla coscienza sporca, il mistico artefatto che è importante demistificare
a partire dall’etimo. All’origine v’è il verbo greco myein che indica l’iniziare
o l’essere iniziati ai misteri grazie a un ‘chiudere’. Chiudere, sottinteso, occhi
e bocca, ossia prendere le distanze dalle percezioni e dalle parole perché le une
e le altre inevitabilmente distinguono e separano. Il mistico si autoesclude dal
mondo dei sensi e dei segni, dove regnano l’opposizione, la determinazione, il contrasto
(dove x è x in quanto non è non-x), per accostarsi all’Assoluto che è al tempo stesso
l’Assurdo, poiché in esso ogni cosa è compresa insieme alle sue negazioni, dunque
è & non è. Il puro mistico tende all’Assoluto, vi si protende ben sapendo
che non ne saprà mai nulla. Al più ne conseguirà una fuggevolissima intuizione.
Si colloca al polo opposto del tecnico che domina le cose perché le progetta e assegna
ad esse precisi compiti, obbligando pertanto anche gli utenti e il linguaggio al
suo progetto. Il puro mistico non domina assolutamente nulla a parte quella sua
tensione ironica verso l’infinito. Per non illudersi non chiude entrambi gli occhi,
mantiene vivo il contatto con le minime cose perché è dal contrasto tra l’infinito
e il finito che ricava il massimo insegnamento. Il falso mistico invece si rinserra
in una sua sfera di convinzioni assolute senza riconoscere che è un rifugio, un
bozzolo. Quanto più riduttive le sue categorie, tanto più gli è facile convincersi
che rappresentino l’Intero o l’Essenziale. Un esempio lampante lo fornisce l’anti-gemello
del mistico, il narcisista, che può sopravvivere a sé stesso solo grazie a un’esasperata
riduzione della categoria di soggetto al proprio misero io.
Recuperare il mistico
Fino a un cent’anni fa le cognizioni dei singoli erano grosso
modo uniformate da visioni collettive di cui si occupavano i miti, le religioni,
le filosofie, il folklore, le ideologie ecc. Dunque a parte i pochissimi puri mistici,
tutti gli altri nutrivano visioni del mondo identificabili, prevedibili e socializzanti.
La cultura locale prescriveva le soggettità di riferimento (il servo, il padrone,
il parroco, la suora, la comare, il compare ecc.), le oggettità (la casa, la chiesa,
l’orto, il pozzo, la falce ecc.) e le tipiche espressioni, i gesti. Chi se ne discostava
rischiava il ridicolo o anche l’ostracismo. In compenso prevalevano nel gruppo sentimenti
di condivisione e compartecipazione. Nel bene e nel male si era tutti “sulla stessa
barca”. Le rivoluzioni intervenute nell’ultimo secolo hanno sovvertito l’idea stessa
di ordine costituito. I mezzi di produzione, trasporto, comunicazione, informazione
ed espressione consentono oggi a tutti quanti di immaginarsi liberi di dove andare,
cosa possedere, con chi comunicare, dove informarsi, come esprimersi, in che riconoscersi,
insomma di mistificare sé stessi a occhi chiusi, a meno che non intervenga un metacriterio
di valutazione che a questo punto, essendo caduti i vecchi riferimenti, non può
che far capo a quello stesso sé che chiude gli occhi quando dovrebbe invece tenerne
almeno uno ben aperto e rivolto all’altro, al diverso, al non-io, al non-questo
e al non-espresso-così. Bisognerebbe dunque affrettarsi a recuperare qualcosa del
puro mistico. Lasciando ai puri tra i puri la tensione verso quell'idea sfuggente
di Assoluto che assorbe totalmente l'anima, il nuovo misticismo dovrebbe ricominciare
dalla maggiore scoperta filosofica della nostra era, il concetto di correlativo
originario. L'evidenza, cioè, di cui finalmente possiamo avere piena consapevolezza,
che nulla è (o tutto può essere) a parte ciò che emerge qui e ora dalla congiunzione
di mente, mondo e medio. Qui è il nuovo mistico su cui aprire gli occhi.

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