Lettere - L come Letteratura
Art poétique
--- Et tout le
reste est littérature (Art
poétique, v.36 in Jadis et naguère, 1884). Secondo Paul
Verlaine, v’è da un lato la poesia con le sue rare finezze e dall’altro la letteratura,
la massa di quel che poetico non è. Non è chiaro se scherzasse o dicesse davvero,
in ogni caso è impossibile prendere quel contrasto sul serio perché la descrizione
che egli dà di quel che, a suo avviso, caratterizza la finezza o sublimità della
poesia corrisponde a ciò che i migliori lettori cercano e trovano nella migliore
letteratura, che si tratti di romanzi, novelle, commedie, memorie, saggi, film e
ogni altro format espressivo. Per Verlaine la poesia dev’essere anzitutto musicale
(De la musique avant toute chose, v.1). Significa che deve necessariamente
accontentare l’orecchio o fluire senza sussulti? Certo che no. Simili obblighi porterebbero
più difetti che pregi. Vuol dire invece che la forma deve relazionarsi ai contenuti
e sostenerli, sviluppandoli coerentemente in critica armonia con un fine comunicativo.
La buona letteratura fa esattamente questo. Et pour cela prefère l’Impair
(v.2). Perché preferire il Dispari, ossia ciò che non è facilmente semplificabile?
Perché non rischia di pesare e posare (Sans rien en lui qui pèse ou qui pose,
v.4) essendo meno definito e più evanescente (Plus vague et plus soluble dans
l'air, v.3). Precisazione quest’ultima – sempre che non sia tutta un’ironia
– che va capita. Forse che Taciti, soli, sanza compagnia (Inf. xxiii,1) è un verso impoetico in quanto pecca per troppa
precisione? O non sarà che quella vaghezza e quella solubilità che Verlaine desidera
stanno a indicare quanto sia importante non cadere nell’eccesso di definizione?
Le definizioni in effetti sono sempre in qualche modo eccessive perché delimitano
e restringono, ma a volte sono opportune e anche la poesia più eterea non può fuggirle
sistematicamente senza diventare fumosa. Attenzione, perché si profila l’eventualità
che la poesia d’arte finisca per essere peggiore della buona letteratura. Non c’è
qui spazio per continuare a leggere Verlaine, ma a giudicare dai versi a seguire
il suo messaggio pare evidente: quel che più importa è la dialettica tra la ricchissima
varietà dell’esistenza e la rappresentazione che la poesia ne dà. Il famigerato
verso 36 e ultimo non intende spregiare la letteratura ma asserisce, in forma di
boutade, che la letteratura, quando ricrea con efficacia la concreta complessità
dell’esistenza, è immediatamente poetica. Ne avrebbero data ampia dimostrazione
qualche decennio più tardi Proust e Joyce (ma già Gogol’, Tolstoj e Dostoevskij
negli anni di Verlaine).
De la littérature avant toute chose
Chiediamoci allora cosa sa fare la buona letteratura quando,
riflettendo la densità esistenziale, assiste il fruitore nella problematica lettura
dei casi della vita. Per rispondere occorre dire qualcosa di quest’ultima. Visto
semplicisticamente, il vivere è una lunga sequenza di atti più o meno intenzionali
compiuti da un io, mischiati a cose che gli capitano. Atti in senso lato (pensieri,
parole, opere e omissioni). L’immagine è quella della catena, ogni atto chiude un
anello. Ma le cose stanno altrimenti. Sono anzitutto da mettere in conto i molti
mondi naturali e culturali che offrono un’infinita diversità di casi alla percezione
e al giudizio di un io che è solo per convenzione stabilmente uno. L’io è di fatto
molteplice, vive molte vite contemporaneamente, gode o soffre di punti di vista
diversi, alcuni incompatibili. Un incontro, un viaggio o una lettura aggiungono
strati di conoscenza e di giudizio e a volte bastano a cambiare una persona fin
nel profondo. C’è chi resta rigidamente sé stesso in tutte le situazioni e magari
si reputa per questa sua costanza un tipo forte di carattere, ma la vera forza è
di chi sa differenziarsi: molti interessi, molti affetti, molti punti di vista.
Infine v’è, non meno decisivo a comporre la ricchezza dell’esistenza, il complesso
simbolico, la vasta diversità dei modi di esprimersi: arti, linguaggi, categorie,
gesti… Insomma la vita è un’avventura nell’ineffabile intreccio di tre infinità.
La buona letteratura sa di non poterne dare altro che una sezione, una versione,
una storia tra tante, attraverso cui però s’intraveda sullo sfondo la realtà, la
quale coincide con quell’intreccio di infiniti ed è perciò poetica nel senso
inteso da Verlaine.
La fuga in avanti della filosofia
In principio fu la letteratura. La filosofia è sorta come variazione
sui temi della poesia orfica e omerica. Eraclito, Parmenide ed Empedocle hanno ‘poetato’
il pensiero, rispettivamente, del logos, dell’uno e del molteplice. Platone è anzitutto
un poeta visionario, un creatore di miti, a cominciare dal mito di Socrate. È solo
con Aristotele che la filosofia diventa analitica. Il pensiero analizza sé stesso,
si suddivide in branche e scopre il concetto di scienza. La scienza non è
letteratura, ne è l’antitesi. Perché? Perché suo scopo è convogliare la triplice
infinità dell’esistenza arginandola in un alveo di certezze. A tal fine (1) l’io
dello scienziato si propone di scomparire per lasciare campo libero al saggiatore,
come direbbe Galileo, la figura dello sperimentatore essendo idealmente identica
in tutti gli studiosi; (2a) l’oggetto di studio è delimitato così da poterlo investigare
con strumenti e modelli adeguati; (2b) i risultati degli esperimenti devono essere
esattissimamente replicabili; (3) il linguaggio e il metodo d’indagine ambiscono
a precisarsi via via escludendo la connotazione dalla denotazione, l’allusione e
l’illazione dalla definizione ecc. Lo scienziato non ritiene con ciò di svalutare
la ricchezza dell’esistenza, al contrario reputa di contrastare ignoranza e oscurità
aggiungendo pazientemente briciole di conoscenza certa sulla strada del progresso
intellettuale e materiale. Ed è proprio su questa idea di progresso che è utile
riflettere ricordando, con Kant, che l’intelletto (Verstand) non è che uno strumento
della ragione (Vernunft). Finché le scienze non hanno avuto a disposizione strumenti
per progredire e gli strumenti adeguate nozioni scientifiche per potenziarsi, la
disparità tra intelletto e ragione poteva passare inosservata. Pareva anzi che,
chiariti i limiti dell’intelletto, ossia delle scienze, la sovranità della ragione,
cioè della filosofia, fosse assicurata. Ora però le cose stanno diversamente. Gli
ultimi due secoli hanno registrato un’avventurosa e pericolosa crescita esponenziale
del combinato scienza-tecnologia-capitale, con poco riguardo alle ragioni della
ragione (prudenza, equità, giustizia, provvidenza, salvaguardia e via dicendo).
La filosofia troppo tardi ha compreso che l’antico sodalizio con la scienza l’avrebbe
annichilita. Compito della ragione filosofica sarebbe stato di sostenere e al tempo
stesso combattere l’intelletto: sostenerlo come strumento di conoscenza, combatterlo
quando si pone servilmente alle dipendenze della tecnica e del capitale. Gli ultimi
filosofi hanno invece o prestato assistenza all’invasione barbarica delle tecnologie
(questo specialmente in ambito anglo-americano), oppure contrapposto lamentosi esistenzialismi
o entusiasmi libertari con poco fondamento (sul continente).
Teoria della filosofia come letteratura
Una cultura sciento-tecnicista annichila la filosofia perché
la intende come conoscenza della natura, linguaggio inequivoco, osservazione impersonale,
definizione, matematizzazione, metodo, dimenticando la prima questione posta che
fu circa l’origine di ogni (qualsiasi) cosa. Le scienze e le tecniche non si curano
dell’origine se non di ciò che hanno previamente circoscritto, ossia di ciò che
esse stesse hanno originato. I cosmologi, ad es., si occupano dell’origine del cosmo
in quanto oggetto della loro specializzazione. Il loro cosmo non è il cosmo
originario bensì una sorta di portfolio contenente una serie di rappresentazioni
che i cosmologi odierni ne danno, risultato dei loro modi operandi. Ma il
cosmo originario è piuttosto l’insieme magmatico di tutte le cosmologie intuite
o ragionate, accennate o messe a punto, immaginosamente poetate o minuziosamente
descritte da chicchessia, umano o alieno, nell’intera estensione del cosmo per tutto
il tempo e lo spazio. Fagocitata dalle scienze la filosofia non è più da tempo l’indagatrice
dell’originario inteso come triplice intreccio eracliteo di mondo, mente e parola.
Questo compito è ormai tutto sulle spalle della letteratura e delle arti a cui ci
si rivolge per sempre nuovi esempi di tale intreccio, dai quali ricavare una sorta
di approssimazione di come va il mondo. Ovviamente il rapporto tra la casistica
offerta dalla letteratura e i miliardi di vite vissute è, tanto per dire, di uno
a centomila. Per quanti racconti di delitto e castigo ci consegni la letteratura
non potranno mai esemplificare esaustivamente per gli innumerevoli casi di delitto
e castigo ovunque vissuti. Tant’è che si è portati a rovesciare il confronto. Si
celebra la creazione letteraria come ideale, mentre i casi vissuti sono trattati
come esempi imperfetti di quella. A fronte di una letteratura erede della indagine
filosofica sul senso della vita e altre questioni davvero fondamentali, non ci si
preoccupa di elaborare una teoria della filosofia come letteratura, a partire
da una riflessione sul perché dopo venticinque secoli di filosofia l’Occidente
si trova senza una teoria comprensiva dell’essere al mondo.

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