Lettere - K come Kant
Difficoltà del pensiero critico
--- Tra fede e ragione - lo dimostra il novantanove per cento
dei filosofi dall'antichità al Settecento e oltre - non c'è soluzione di
continuità. Tutte le fedi si servono di ragionamenti e tutte le filosofie
s'appoggiano a dogmi di fede. L'illuminismo puntò addirittura alla crasi tra le due: la
fede nella ragione. Kant s'avvide del rischio (una sorta di autogol) e propose
un illuminismo alla seconda potenza. Alla ragione chiese di ragionare anzitutto su sé
stessa. In ciò consiste il pensiero critico, su questo bisogna essere limpidi:
non nel ragionare su cosa sia razionale, questo è sempre stato fatto, ma nella richiesta di non farlo se non dopo aver esaminato i limiti della ragione. Dunque il pensiero critico
dovrebbe cominciare con l’essere critico di sé stesso, cosa praticamente
impossibile nell’età dei Lumi, quando la fiducia nella ragione era al colmo,
imperiosa come una fede. Errori fondanti della ragion critica fideista sono credere comunque in sé stessa e credere in quel che presuppone. Da ciò vengono sia la perversa dialettica dell'illuminismo, sia l'abbandono del sapere critico in nome di nuovi ideali. Notoriamente,
dopo Kant il pensiero critico s’è infossato nell’idealismo tedesco, nel positivismo
scientista, nell’irrazionalismo e nelle ideologie. Kant stesso non seppe
del tutto sottrarvisi. Egli non mise in conto i rischi del sapere aude (contrapposto
al socratico sapere di non sapere), della vicenda del pensiero in Occidente e
dell’ignoranza stessa a cui la ragione paga lo scotto di ribellarsi.
Ingenuità dell'illuminismo
Il kantiano sapere aude è inteso comunemente come un
invito a tutti quanti di pensare con la propria testa (uscire di minorità, non
lasciare ad altri il diritto/dovere di ragionare). Detto così sembra molto
giusto e molto bello ma c’è una difficoltà che oggi conosciamo bene. Preso
troppo alla lettera – ingenuamente o furbescamente – il sapere aude ha portato
a una diffusa e pericolosa presunzione di sapere. Oggi è facilissimo convincersi di
aver ragione e, in aggiunta, di averne le prove. L’errore e il torto sono assegnati,
per ipotesi, a chi la pensa diversamente. Prima della rivoluzione kantiana filosofare
significava ragionare argomentando in maniera convincente. Ora ci si è
infurbiti, si presuppone come niente fosse di saper ragionare criticamente e di
saperlo fare soprattutto quando i propri interessi sono minacciati. Il
convincimento è salito di una posizione. È divenuto un metaconvincimento. L’aver
ragione come circolo vizioso, riflesso condizionato dal bisogno non di puro sapere
ma di darsi soddisfazione. Kant in realtà intendeva il sapere aude molto diversamente,
come a dire sappi sapere, prova ad affrontare criticamente le
difficoltà, le possibilità e i limiti della conoscenza. E fin qui nulla da
dire, se non che è complicato, anche per i più acuti ingegni, rendersi conto di
tali limiti. Il più comune degli errori è scambiare il particolare, dentro cui
viviamo e siamo, per universale. La ragione kantiana ne è un buon esempio
perché, (a) erede dell’io penso cartesiano, è centrata sul soggetto, legislatore
della natura; (b) non sa come liberarsi della cosa in sé; (c) trascura la quota
di storicità di ogni sapere; (d) tratta il linguaggio secondo un’ottica pre-semiotica;
(e) separa la sensibilità dall’intelletto come se questo agisse indisturbato su
quella; (f) infine suppone logico suddividere il sapere, come voleva la
tradizione, in tre regni distinti (metafisica, fisica e etica).
Il presupposto di ignoranza
Una ragione drasticamente critica dovrebbe prendere le mosse
non da un ardir sapere, né da un non sapere riluttante a dare
risposte e incline al mistero, ma dal tranquillo presupposto di completa ignoranza.
L’ignoranza come fondamento di un sapere critico sembra un controsenso: non sai
chi sei, quali bisogni hai, quali istinti, quali fantasie, che cosa temi, che
cosa brami, di quali sensi e di quale intelligenza disponi, che lingua parli,
quali segni riconosci, in che mondo vivi (naturale e sociale), quale educazione
hai ricevuto… Cosa mai si potrà trarre dall’assenza di qualsivoglia nozione? Far
diretta esperienza di un tale stato è impossibile perché si nasce già ‘ambientati’,
si può però sostituirla con un esperimento mentale. Chi vivesse un’infinità di
esperienze vegetali, animali, umane e aliene, avendo a disposizione una rete
neuronale e una penetrazione sensoriale illimitate, quale fondamento consiglierebbe
per un uso critico della ragione teoretica? Evidentemente di non dare nulla per
scontato. Partirebbe dal concetto di tutto è possibile, ossia dal correlativo
assoluto, ovvero dal che è & che non è di ogni cosa. Cioè
partirebbe nella direzione diametralmente opposta a quella scelta dalla
filosofia greca e poi occidentale, centrata sull’essenzialità dell’essere.
Critica della ragione autoctica
Il principio o assunto di ignoranza preferisce alla fiducia nella ragione critica un metodico sospetto a riguardo di tutte le scontatezze. Supponiamo che un genio filosofico della statura di Kant avesse adottato come primo assunto il principio di ignoranza. Quali tra gli ‘errori’ sopra elencati sarebbe stato in grado di evitare? Avrebbe sospettato l’astoricità della visione illuminista, la centralità dell’io trascendentale e il linguaggio come specchio dell’intelletto. Non avrebbe ritenuto l’intelletto libero da condizionamenti biologici, la fisica dei suoi tempi come scienza certa contrapposta alla indecidibilità della metafisica, la certezza stessa come fine del filosofare teoretico, seppur entro precisi limiti. Soprattutto avrebbe sospettato della filosofia come disciplina che dalla sconfinata rete di correlazioni punta, con accenti diversi di epoca in epoca, a trarre un ordine costituito, una gerarchia di nozioni, una soddisfazione per la mente. Alla critica della ragion pura avrebbe preferito la critica della ragione autoctica (autoproducentesi).
Essere kantiani oggi
Difficilissimo sarebbe stato, all’epoca, sospendere il
giudizio sull’esistenza delle cose che pur appaiono così diverse a seconda di
chi le osserva, sotto che luce culturale, a quale scopo. La soluzione kantiana è
nota: da un lato il fenomeno, che risponde alle categorie dell’intelletto, dall’altro
la cosa in sé, di cui nulla di essenziale può dirsi se non che evidentemente è.
L’essere sostanziale delle cose, per quanto non conoscibile direttamente, era
un presupposto insuperabile nel contesto della filosofia classica e moderna. Prima
della fisica quantistica e della relatività generale sarebbe stato impensabile
mettere in discussione l’esistenza delle cose in quanto manifestazioni dell'essere. Eppure, applicato con rigore, l’assunto
di ignoranza avrebbe mostrato la sua potenza proprio nell’affrontare una simile
questione ‘insuperabile’. Di fronte alle cose che appaiono essere l’ignoranza
suggerisce l’equivalidità di almeno cinque ipotesi: forse sono, forse non sono, forse
sono & non sono, forse la domanda non ha senso, forse la domanda ha un altro senso. Dunque Kant è da dimenticare. Neanche per scherzo. Occorre
ricordare che, a dispetto di tutto quanto ha comunque dato per scontato, Kant è
stato il pensatore che più di ogni altro ci ha instradati a capire quanto rischiamo
di presumere credendoci razionali. Dopo di lui quasi solo dogmi camuffati da libero pensiero. Essere kantiani oggi vuol dire continuare
sulla strada che egli ha indicato. Lo stiamo facendo? Proprio no. La critica
della ragione è del tutto spenta.

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