Lettere - H come Hic et nunc

 

Dov'è finito il passato

--- Il passato è una reinvenzione del presente. Ne fornisce la migliore dimostrazione il passato stesso che ha avuto, in passato, trattamenti diversissimi. Dalla più remota antichità è stato di continuo rimaneggiato, risignificato, sempre a disposizione del presente che lo ha favoleggiato (età dell'oro, età dei lumi), spregiato (medioevo), ritenuto insuperabile (classicità) o da incenerire nel fuoco futurista. L'obiezione secondo cui il passato è comunque accaduto non regge. Il dubbio non riguarda il concetto. Che una quantità innumerevoli di eventi siano accaduti è certo ma quali, secondo chi, riferibili come? Un evento diviene tale solo se c'è qualcuno che lo ritaglia dalla continuità dell'accadere e decide che lo è in certi termini. A rigore, toltone ciò di cui lo arricchisce (o impoverisce) chi lo pensa, il passato è piuttosto simile a un vuoto attraversato da una fitta pioggia di accadimenti anonimi. L'illusione contraria di una pienezza di fatti accertati, solide testimonianze e noti personaggi è data dalla memoria che ne abbiamo, dai documenti conservati ecc. Il passato non può che vivere per interposta persona. I monumenti stessi non sono altro che ciò che vogliamo siano. Nella Roma di Pio IX il Colosseo era un santuario, un martirologio di pietra. In precedenza era stato una cava a cielo aperto di travertino pretagliato. Oggi è uno sfondo per selfie a pagamento col centurione di turno. Dai primi dell'Ottocento alla I guerra mondiale (in Italia fin dopo la II) la cultura europea è stata colonizzata dallo storicismo che faceva comodissimo ai sostenitori di una certa fenomenologia dello spirito. La storia era ridisegnata a tavolino perché corrispondesse punto per punto all'immagine che era bene averne per giustificare le contemporanee politiche di conquista e fungesse da background al presente imperialista. Un piccolo eccellente esempio, la ricomparsa del Mare nostrum nella geografia fascista. In un certo senso il passato è appunto un selfie che mostra noi stessi in primo piano con le spalle a qualcosa che pretendiamo ci faccia da sfondo. Questo va detto senza nulla togliere agli storici di professione che si adoperano per contrastare tale appropriazione indebita e nel far ciò compartecipano anch'essi alla ri-elaborazione del passato in una delle tante dimensioni del nostro presente.

E il futuro?

Il domani non è affatto vuoto come sembra, anzi è pieno di cose come l'ieri. La stessa interessata ingenuità che ci permette di ricostruire il passato a piacer nostro ci lascia riempire il futuro di fantasie e sogni, sì ma anche di precoci certezze, felicità, delusioni e tant'altro. Non solo anni di vita ma intere epoche sono vissute con lo sguardo a quel domani che sicuramente verrà e darà senso alle lotte e ai sacrifici di oggi. I socialisti avevano il sol dell'avvenire come simbolo, i futuristi gioivano in anticipo al pensiero di una Italia invasa da fabbriche e ciminiere, automobili e treni. Il fascismo riportò all'immediato presente come per magia sia l'antica Roma sia un domani di giovinezza giovinezza. Allo stesso modo i MAGA americani operano nel loro motto un'ardita sintesi di quel che secondo loro l'America è stata e tornerà ad essere. Anche la vita privata è per alcuni tutta una proiezione, un'anticipazione, un vedersi arrivati, realizzati ecc. Quanto a questo l'età dell'online in cui siamo precipitati rischia di appiattire il tempo psichico sul qui e l'ora del post su Instagram. La distensione dell'anima nelle due direzioni del passato e del futuro, della riflessione sul già fatto e sul da farsi ne soffre. Viene a mancare la prospettiva a lungo termine da un lato e dall'altro della freccia del tempo. In altre parole il passato e il futuro non sono che varianti del cosiddetto presente come lo sono l'attimo, l'ora scandita, l'attesa sfiancante, l'attualità ecc. Pertanto come sarà da intendere questo presente continuo dentro cui interagiscono tanti tempi diversi?    

Molti tempi a disposizione

Di sicuro c'è che abbiamo un solo tempo a disposizione, quello scandito dall'orologio biologico. Metafora impropria perché il tempo vissuto è di volta in volta fluido elastico magmatico lineare fermo precipitoso staccato presente assente ecc. Esso ospita diverse proiezioni nessuna delle quali ha meno diritto delle altre a rappresentare un qualsiasi vissuto. Fugit irreparabile tempus, Hora fugit e simili sono proiezioni come altre del senso del tempo, vanno bene quando vanno bene. Il tempo di un atto dipende dall'atto stesso, ne fa parte e contribuisce a plasmarlo insieme a tanto altro (dalle condizioni di luce alla disposizione degli spazi, alla presenza del simile e dell'altro, alle costrizioni sociali ecc.). Il suo effettuarsi lo giustifica, non serve altra giustificazione. Quel che serve (sull'esempio che ne diede Bergson) è una descrizione fine, non ideotica, del tempo esistenziale. Supponendo di riservare i vecchi nomi di passato, presente e futuro alle tre più comuni astrazioni della temporalità, quale mai nome potremmo assegnare al tempo dei dati immediati della coscienza? Infatti non ve n'è uno bell'e pronto perché la concretezza può essere inseguita ma non raggiunta dalle parole. Si tratterà comunque di un tempo imprevedibile direttamente connesso al particolare hic et nunc (o qui e ora) di ogni singolo atto. Non troppo diverso è il discorso da fare sullo spazio. Il corpo è certamente sempre collocato in un qui, ma l'atto non è necessariamente connesso al qui del corpo. Il qui e ora è un occasionale costrutto che si produce dentro un occasionale costrutto, il vissuto, e insieme lo avvolge.      

Il qui e ora

Il concetto fisico di spazio-tempo quadridimensionale e relativistico introdotto da Albert Einstein nel 1905 non ha propriamente niente da fare con l'hic et nunc dei vissuti. Ma ha fornito un indizio, un suggerimento: smettiamola di razionalizzare separando per astrarre e astraendo per separare alla maniera di una vecchia grammatica; cerchiamo piuttosto di vedere la realtà come la si vive, mutevole aggregato di aspetti più o meno congruenti, e al di sotto della diversità vediamo di rintracciare non l'unità ma i cofattori onnipresenti, quelli senza i quali non si darebbe vita ma neppure cosmo, concetto e cosa. Diventa allora interessante chiedersi se l'hic et nunc sia condizione indispensabile del vivere. La risposta dipende da cosa s'intende con vivere. Constatato che un organismo vive necessariamente in un suo qui e ora biologico, fisiologico e neurologico, va subito detto che o non ne è cosciente (vi ci vive e basta) o ne ha consapevolezza. Questa è risultanza di interazioni obbligate chi-cosa-come (organismo-ambiente-comunicazione). Perché qualcosa accada occorre che si presenti a qualcuno che la decifri in qualche modo. In mancanza di uno dei cofattori nulla accade (o qualsiasi cosa, che è lo stesso). Più una coscienza è articolata e vigile, più le cose le appaiono sotto aspetti diversi, più essa sa relazionarsi da una pluralità di punti di vista, più sono i codici di lettura mediante cui esperisce e interagisce. Dentro questa complessa e fitta interrelazione, che negli esseri umani produce ogni giorno un mare di vissuti per persona, prendono forma anche i qui e ora effettivi, quelli di cui nulla si sa se non rievocandoli, cioè facendone il che cosa di un diverso vissuto. Poiché di fatto tutto quel che accade, tranne il puro scambio di energia, passa attraverso i due filtri della coscienza e della significazione, è d'obbligo concludere, con Kant e oltre Kant, che il tempo e lo spazio sono sempre e necessariamente costruiti. Anche le kantiane forme pure a priori della sensibilità sono costruite a partire da un certo qual (razionalistico) congegnare il chi-cosa-come.                             

Esistenza e esistenzialismi

In passato la vita era breve, appesa a un filo. Il tempo precipitava drammaticamente. Era felice chi riusciva a dimenticarsene immer­gendosi in un hic et nunc paradossalmente consapevole del suo essere fuggente, secondo il celebre verso di Q. Orazio Flacco (Omnem crede diem tibi diluxisse supremum, Grata superveniet quae non sperabitur hora) o inebriandosi di immediatezza (così Nietzsche nelle Considerazioni inattuali) Negli esistenzialismi del '900 il fattore tempo è onnipresente in genere come fonte di angoscia, prospettiva di trapasso, morte e dissoluzione. In Heidegger è tramite indispensabile alla riscoperta dell'essere pre-metafisico. Queste e numerose altre figure del tempo, elaborate nei secoli, incluse quelle che tirano in ballo l'eternità, sono costrutti che possono più o meno convincere ma che comunque dipendono da correlazioni chi-cosa-come. Il ragionamento è semplice: se il solo assoluto è il correlativo, allora nessun particolare correlativo può pretendere all'assoluto. Il correlativo contiene in sé sia l'assoluto sia la negazione dell'assoluto. Se ne trae una riflessione non di poco conto. L'universale correlazione chi-cosa-come produce una straordinaria messe di vissuti e obbliga a un filosofare esistenziale. Un filosofare non esistenziale è una scienza che circoscrive il cosa, prescrive il come e il chi. Non v'è però alcuna ragione insita nel vivere per la quale il filosofare esistenziale debba volgere al tragico o al comico, all'atteso o all'assurdo. A base di un maturo ragionare dovrebbe trovarsi un esistenzialismo neutro, come di chi rifletta sul vivere senza por mente ad alcun vissuto. Sappiamo che ciò contrasta col bisogno di consolazione. Eppure è grazie a tale indifferenza che certe risposte davvero essenziali diventano perlustrabili.


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