Lettere - G come Genesi

 

Genesi di genesi

--- In natura la generazione, il disfacimento e la rigenerazione offrono stagione dopo stagione e vita dopo vita uno spettacolo meraviglioso e terribile. Venne spontaneo ai primissimi filosofi estrapolare la domanda sull'origine di tutte le cose. Domanda che presto si gemellò, per l'inclinazione greca alla bellezza, all'altra sull'ordine cosmico e sul principio di tale ordine. Una diversa inclinazione avrebbe condotto - come nelle narrazioni biblica, vedica, manichea e buddista - ad abbinare l'idea di genesi a quella di disordine o iniziale o causato dall'uomo. Ma al di sotto delle differenze si ritrova, nelle più diverse culture, il tacito assunto che la genesi delle cose sia una e che alla domanda sia dato rispondere. Ciò vale ancor più per le nostre scienze della natura e della vita che aspirano alla certezza documentabile. Eppure il concetto stesso di genesi, come quello di creazione, implica l’impossibilità di risalire alla prima causa, a meno di postulare qualcosa di impenetrabile, un dio assoluto o una singolarità fisica. Il generare infatti è un processo che richiede un generato e un generatore. Quand’anche il generato trovasse esauriente spiegazione resterebbe da spiegare il generatore che a sua volta dev’essere generato. Una causa prima, tale cioè che non sia a sua volta effetto di una causazione, è pura illazione, frutto di una metafisica del desiderio, umanamente comprensibile ma inescusabile dal lato logico.

Scientisti e poieti

La nostra età, superficialmente multiculturale, ha un profilo biculturale e un'anima monoculturale. Si presenta a una prima occhiata estremamente diversificata (linguaggi, convinzioni, comportamenti, valori, punti di vista ecc.) ma grattando appena un po' si scoprono due opposte tendenze, entrambe ideotiche, la tecno-scientista e, per dirla benevolmente, la poietica. Ideotiche, ossia figliate da un’idea, essendo le idee, a differenza dei concetti, astrazioni del desiderio. L’ideotica tecno-scientista si presume fondata sul funzionamento, di cui le tecniche in particolare si occupano, e sulla convergenza dei dati attinenti questioni ben delimitate. Qui la risposta consegue alla domanda. Nella contrapposta ideotica poietica la risposta invece precede la domanda, vi si trova già in abbozzo, in quanto l’effetto che si vuole ottenere giustifica qualsiasi dottrina lo ottenga. Poietiche sono al massimo grado le arti. Ma la poiesis artistica non è ideotica in quanto si fa un obbligo di dialogare con l’attualità, con la storia, con l’altro, con le aspirazioni e le angosce umane. Al contrario la poietica ideotica è autoreferenziale. Non si cura se non del proprio guadagno. Tutto ciò che vuole fare se lo può fare lo fa, indipendentemente da ogni altra considerazione. Questo nuovo tipo di poieta idiota ignora il pensiero critico. Le sue mire sono legittime, le sue decisioni intelligenti, i suoi discorsi veraci ecc. per il solo fatto che sono opera sua. è normale che sia così perché l’egotismo più cieco genera l’illusione d’essere nel giusto. Al momento il reuccio di questa singolare degenerazione della poietica è il presidente degli Stati Uniti d’America, il quale ha peraltro molti emuli. Tra queste due disposizioni uguali e contrarie dell’intelligenza deviata – la scientista e la poietica – la contemporaneità non ha scavato un abisso, come sarebbe logico attendersi; le ha al contrario avvicinate al punto che a stento ormai si distinguono. La stupidità e la prepotenza sono al potere oggi più salde che nel 1950. Tre quarti di secolo di enormi progressi hanno prodotto una spaventosa arretratezza. Chi all'epoca si prodigava per eliminare l’analfabetismo era guidato dalla convinzione che il saper leggere, scrivere e far di conto fossero magicamente liberatori, aprissero la mente, fruttassero progresso non solo economico ma anche civile. Non è andata così. L’alfabetizzazione ha acculturato le persone all’uso dei mezzi, non alla intelligenza dei rapporti, ancor meno alla saggezza, al rispetto e all’ascolto. Com’è possibile che conoscenza e idiozia procedano di pari passo e quella avvantaggi questa? In che nascostamente convergono?

La monocultura attuale

Alla base v’è la negazione della genetica dell’accadere. Negazione interessata, ignoranza calcolata. La tecnica si occupa di funzionamenti, la scienza studia dati e compie esperimenti, entrambe nascondendo a sé stesse e alla società civile su quali premesse di ignoranza poggiano le loro idee fondanti (vaghe idee di progresso conquista utilità esattezza necessità universalità giustizia bisogno verità e bellezza, comode astrazioni giustificatrici della loro prepotente invasività). Un funzionamento, la parola stessa lo dichiara, rinvia a una funzione, cioè in ultima istanza a un’intelligenza (un essere umano) che pone una relazione tra cose e cose in vista di un fine. Questa presenza o intenzione dev’essere ignorata a tutti i costi perché relativizzerebbe irrimediabilmente il valore e il conseguente strapotere della tecnica se restasse in primo piano. A sua volta l’idea scientista di esperimento nasconde il senso profondo dello sperimentare, che implica anch’esso un’intenzione, dunque una discrezionalità in rapporto al come, al chi, al che, al quando e all’a che scopo. La superficiale razionalità della scienza e della tecnica maschera un’incomprensione di fondo della genetica del sapere e del saper fare. Da attività umane sono così trasformate in potenze aliene. Dal lato opposto, coloro che si avvantaggiano grazie a sbuzzi di ogni genere (falsità, sotterfugi e crimini inclusi), indifferenti a quanto la convivenza civile patisce per causa loro, approfittano dello stesso principio di ignoranza, alcuni in perfetta malafede, altri per immaturità. Ciò che non riescono a vedere o non vogliono è nient'altro che il fondamento di ogni agire e patire, l’indispensabile correlazione tra percezione, intenzione, formulazione e giudizio. Le ideologie non avrebbero scampo e le sfacciate menzogne sarebbero immediatamente sbugiardate se i cittadini fossero preparati a cogliere la genetica dei fatti, delle convinzioni e delle espressioni.

Quattro implicazioni

Purtroppo di tale interessata ignoranza siamo tutti vittime e colpevoli. È infatti abitudinario e in molti casi necessario dimenticare la genetica dell’accadere dando per scontato che le cose siano come ci appaiono o come preferiamo vederle, i rapporti funzionino come riteniamo e le parole significhino esattamente quel che intendiamo. Se qualcuno mette in discussione tali convinzioni autoprotettive tendiamo a considerarlo fastidioso, impertinente, malevolo e nemico. Eppure niente di più logico, data la genesi delle cose umane, della relatività di tutte le convinzioni e della costrizione che inevitabilmente precede ogni certezza. Qualsiasi cosa accada è frutto di implicazioni. Tre di queste sono elementari, onnipresenti, necessarie e interconnesse: che cosa, secondo chi, riferita come. Nulla sfugge a tale protoregola dell’accadere, neppure l’universo saprebbe come uscire dalla indeterminatezza di quel che è (o non è) se mancasse un osservatore che lo leggesse in base a un qualsiasi codice (metafisico matematico estetico etico ecc.). Di tali tre fattori è soprattutto importante da mettere in conto la connessione. La pretesa di padroneggiare in qualche modo ogni sorta di conoscenza nasce dalla loro artificiosa separazione che è comunque illusoria. Ciascuno di noi può verificare di persona l’ineluttabilità di tale regola nel momento stesso in cui fa la prova di negarla. Per negarla infatti è obbligato a servirsi congiuntamente dei suddetti fattori: di un io che nega, di qualcosa da negare e di una rappresentazione di essa. Alle tre implicazioni native va aggiunta poi, come corollario, l’attualità. Ossia il congiungimento dei tre fattori non può che avvenire qui e ora, nel presente di un atto.

Rigenerazione

È urgente una rigenerazione del concetto di genesi. Si ripete in questi anni quel che sempre è successo in passato allorché una grande innovazione o una rivoluzione si è imposta come risolutiva. La si è caricata della genesi dell’accadere, la si è posta all’origine del divenire assolutizzandola o addirittura divinizzandola. I pitagorici scoprirono la misteriosa semplicità dei numeri e ne fecero l’origine di tutte le cose. Gli eleati estrapolarono l’essere e l’essere diventò da quel momento il riferimento assoluto della filosofia occidentale anche se perché l’essere ‘sia’ è indispensabile un osservatore e un linguaggio e un tempo o una storia dentro cui collocare quell’osservazione. Il modus ponens in questi casi è alla fin dei conti il medesimo che trae dalla guerra, astrazione di tanti eventi ciascuno dei quali diversamente vissuto da una quantità di soggetti, un dio della guerra. Quando gli israeliti, stretti tra le numerose altre popolazioni del Medio Oriente trovarono consolazione in un dio proprietario, non esitarono a universalizzarlo facendone il creatore e signore di tutte le cose. All’origine del buddismo fu la nozione di liberazione dalla sofferenza intorno alla quale venne presto costruita un’intera metafisica. Due millenni più tardi, con movimento opposto, la nozione di soggetto pensante, libero dall’interferire delle passioni, inaugurerà la folle età del razionalismo imperante. A seguire, l'assolutizzazione della dialettica, delle macchine, dell'evoluzione ecc. Gli esempi sono tanti, l’intera storia umana è una sequela di assolutismi, perché non v’è alternativa. O si accetta la indeterminazione connessa alla genetica dell’accadere e la si mantiene in bella vista con tutto quello che essa comporta di obblighi (obblighi di comparazione, consultazione, collaborazione ecc.) o la si nega fanatizzati da novità che sul momento sembrano risolutive. Ai nostri giorni l’assoluto davanti a cui ci si inginocchia è l’informatica, i cui strumenti permettono finalmente a chiunque di ritagliarsi i propri idoli su misura e di venerarli convintamente. È un momento di comicità e tragicità assolute perché se da un lato il pianeta è diventato nel giro di pochi anni un immenso sciocchezzaio flaubertiano, dall’altro le violenze e le sofferenze hanno travalicato il fisico, dove erano perlopiù confinate in passato, per aggredire da ogni lato le menti e i discorsi.

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