Lettere - F come Fatto
Un fatto è un fatto
--- Pochi participi passati sostantivati sono divenuti altro
dal verbo d’origine quanto lo è fatto da fare. Se dico L’ho fatto
io! intendo che un’azione è stata compiuta da me. Anche ironicamente. Qualcosa mi
cade e si rompe: Ecco fatto! Nel fare è inteso un accadere intenzionale, implica
un voler compiere avendo in mente uno scopo. L’ironia nasce quando l’azione involontariamente
contraddice lo scopo. In entrambi i casi l’epistemologia sottesa è correlativa.
Il fatto è l’effetto di un certo fare da parte di un facente. Se dico invece È un
fatto che… oppure Fatto sta… o Partiamo dai fatti la base epistemologica è tutt’altra.
La correlazione fare-facente sparisce, non ne resta nulla. Un fatto è dato come
tale, oggettivo, sciolto da vincoli di parentela e provenienza. Lo conferma anche
l’intercambiabilità di Sta di fatto… con Va da sé… Di scarsa importanza o imprescindibile
un fatto ha qualcosa dell’assoluto. Lo si conosca o no esso resta effettivo, come
fosse un vocabolo in un dizionario, pronto per essere appreso. La certezza implicita
nell’idea di fatto è però continuamente minacciata dal ricomparire della correlazione
fare-facente. Di qui l’impiego di curiose espressioni rafforzative di quel preteso
assoluto. Quando fatto non basta si passa al dato di fatto. Presa alla lettera la
locuzione rompe l’assolutezza del fatto reintroducendo la correlazione, il darsi
di qualcosa secondo qualcuno. Questo lato è evidente nell’espressione darsi da fare.
Ma anche dare ha patito nel frattempo la stessa sorte di fare e ha generato il dato
(i dati del traffico, i database ecc.) che per risultare effettivo deve far dimenticare
i suoi incerti natali. Così quando dico È un dato di fatto non richiamo alla mente
due correlativi, come dovrei stando agli etimi, ma suppongo un doppio assoluto.
Cosa c’è di fattuale
Da fatto derivano fattivo e fattuale. Nel primo
è conservata l’originaria correlazione, nel secondo è soppressa. Chi è fattivo si
dedica a un fare, vi è coinvolto, con implicazioni positive circa l’esito di quel
darsi da fare. Il fattuale al contrario vuole esser colto tal quale, quasi fosse
in suo potere penetrare intatto nella testa delle persone e queste fossero in dovere
di accoglierlo senza interferire nel processo. È ben difficile che la lingua imponga
forme inutili o sbagliate. Se le ammette è da ritenere che servano. Servono dunque
alla comunicazione, evidentemente, e sono con ciò stesso giustificati sia i termini
che ricordano sia quelli che dimenticano i processi nativi del darsi e del farsi.
Si può dunque chiuderla lì oppure porsi un paio di domande piuttosto interessanti.
Cosa c’è di fattuale in un fatto? Che bisogno c’è di assolutizzare? Partiamo da
quest’ultima. Il tempo causa agli umani le maggiori angustie non solo e non tanto
perché ci ricorda a ogni ora che la vita è breve, ma soprattutto perché scorre irreversibile.
Non v’è dubbio che dal fare (l’azione) al fatto (l’esito) avvenga un trapasso epistemologico
a motivo del tempo. Se questo fosse reversibile qualsiasi fatto sarebbe ri-agibile,
potrebbe accadere diversamente e perderebbe con ciò quell’assolutezza che dobbiamo
riconoscergli perché l’ordine del tempo (quello stesso a cui accenna così profondamente
il celebre frammento di Anassimandro) non ci consente di dis-farlo. Ciò che peraltro
non è vero in assoluto. O meglio, pur rimanendo vera in assoluto, l’irreversibilità
resta relativa a come la si vive. Nelle prove d’orchestra, ad es., l’esecuzione
è reversibile più e più volte finché non è messa a punto. Lo stesso vale per le
riprese di un film. Irreversibili sono rispettivamente la prima e l’uscita in sala.
Anche qui con una differenza non da poco perché nelle esecuzioni dal vivo le repliche
ammettono correzioni e revisioni. È accaduto che al fiasco di un’opera alla prima
assoluta sia seguito un trionfo nelle repliche. Il fiasco in sé è irreversibile,
ma l’ordine del tempo negli umani è plastico. Vale a dire che il fatto, il fattuale
e il dato di fatto sono assoluti non tanto perché non possono essere ri-fatti ma
perché in tal modo sono visti. La correlatività originaria riemerge intatta nei
vissuti e sembra proprio essa l’effettivo assoluto a cui nessun accadimento può
sottrarsi.
Fattualità e cultura
Nondimeno viviamo da tempo in una cultura se non in un vero e
proprio culto della fattualità, spinto fino all’assurdo dalla serena convinzione,
sempre più diffusa, che fattuali siano i dati, gli avvenimenti, le testimonianze,
le letture, le prove che piacciono o scusano o avvantaggiano e parallelamente controfattuali
quelli che per qualsiasi ragione non piacciono. È una cultura della fattualità ad
uso e consumo, tanto più acritica quanto più tocca l’interesse personale. Piace
moltissimo, oggi più che mai, fattificare la realtà a discrezione. Una propensione
che stride se si pensa che in questi anni per la prima volta nella storia quasi
ogni essere umano ha accesso a una caterva di documenti su praticamente qualsiasi
argomento. Eppure sempre più spesso la sovrabbondanza di informazione non è adibita
alla messa a punto di visioni più articolate. Funge piuttosto da illimitato repertorio
di casi tra i quali scegliere quelli soltanto che mascherano il pregiudizio e ostacolano
l’esame critico. Ne fanno le spese le scienze, che pure su cos’è fattuale e cosa
no si presentano abbastanza documentate. L’involuzione di questi ultimi tempi ha
del tragicomico. La marcia dei fatti prese avvio dalla rivoluzione scientifica,
proseguì con l’enciclopedismo settecentesco e con la rivoluzione industriale, per
divenire infine trionfale nell’Ottocento utilitarista e positivista. Già il positivismo,
che pur aveva ottimi motivi per pretendere meno ideologia e più scienza, ebbe un
lato volgare che si distinse nel rovesciamento del processo. Invece di cominciare
dalla elaborazione per arrivare a un’ipotesi di fatto (come procedono le scienze)
il positivista volgare comincia col porre un fatto come gli piace arrangiandovi
poi intorno un’elaborazione posticcia, al modo in cui un arredatore allestisce una
vetrina. Così, per es., furono poste a tradimento la preminenza della civiltà europea
e la supremazia della razza ariana, a cui fecero seguito studi abborracciati e dimostrazioni
implausibili per dare a quelle invenzioni una patina di verosimiglianza. Questo
positivismo dalla doppia anima, sublime e volgare, dedito da un lato al perfezionamento
del metodo, dall’altro all’imposizione e all’impostura, ha influito sulla politica,
l’economia e la società occidentale continuativamente fino ai nostri giorni con
oscillazioni tra i due estremi della dedizione epistemologica e della peggiore propaganda
(vedi i negazionismi interessati a riguardo delle armi atomiche, della nocività
del fumo e dei pesticidi, del cambiamento climatico ecc.).

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