Lettere - E come Eros

Il mito

--- Nel pensiero dell’Occidente il ruolo riservato all’erotica è stato determinante e più che pervasivo. Buone ragioni inducono a ritenerlo invasivo ed è dell’indebito eccedere di Eros che tratta questa lettera. Che il carburante del pensiero sia l’erotica sublimata è ancora un’ovvietà in Occidente a dispetto di una facile comparazione con una quantità di altre culture nelle quali ci si attende al contrario che il suo influsso sul pensiero sia azzerato o almeno ironizzato. L’introduzione dell’erotica in filosofia è da attribuire a Platone che nel Simposio lascia tessere ai convitati le più varie lodi di Eros per terminare con Socrate che lo presenta in figura di semidio generato da Bisogno che non esita a violare Abbondanza per approfittare delle risorse che essa nasconde in seno. Dallo stupro nasce un essere che – questo è l’incerta base dell’ipotesi – non si stanca di desiderare il meglio del meglio. Grazie a tale impulso irrefrenabile Eros si espande fino a permeare l’intera natura, impregna gli esseri di desiderio e li sospinge a “generare nel bello”. Di grado in grado la pulsione si raffina e dall’attrazione per la bellezza che colpisce i sensi giunge a concepire amore per il bello ideale che coincide con il vero. Eros dunque in Platone è immagine di un complesso di moti fisiologici psichici intellettuali e morali – attrazione urgenza desiderio passione amore aspirazione entusiasmo – che agiscono sui corpi e le anime arricchendo gli uni di sensazioni terrene, le altre di contatti col divino.

Sotto il nome di filosofia

Il mito platonico ha esercitato un influsso straordinario sul pensiero in Occidente per tutta la sua storia. Non prima però d’essere raggiunto in età imperiale dalle religioni del Medio Oriente, poi rafforzato dal neoplatonismo e reinterpretato dal cristianesimo come dono d’amore di Dio agli uomini, di questi ai fratelli in Cristo e alla persona di lui, ossia a Dio stesso, per rendergli grazie. Così l’amore, che per i pagani era umano protendersi verso un grande attrattore indifferente, chiude il cerchio diventando reciprocità uomo-uomo e uomo-dio. L’alleanza tra filosofia e fede nel nome dell’amor dei intellectualis è durata due millenni durante i quali l’erotica come pungolo, sostegno e guida al sapere più alto ha raramente destato sospetti. Da sant’Agostino a Spinoza, da Marsilio Ficino a Giordano Bruno, da Plotino a Freud, da santa Caterina da Siena a Gilles Deleuze il filo del pensiero occidentale è stato ed è tuttora legato a Eros, come se senza provare attrazione, senza desiderare e appassionarsi la mente (o l’anima) non possa che giacere inerte. Schopenhauer vide la violenza e la cecità del desiderio ma non ne ricavò una critica della ragione desiderante. Rovesciando la prospettiva inventò una potenza antagonista, la Volontà, a cui attribuire il disordine umano e cosmico. Nietzsche stesso, il maestro del sospetto, abbandonò il pessimismo schopenhaueriano in nome dell’entusiasmo dionisiaco. Meglio essere irrazionalisti che rinunciare al bisogno di amore. Dio può morire, ma il desiderio no. Ancor oggi proporre una critica dell’amore del sapere suona come un insulto alla più nobile delle giustificazioni. Proviamo simpatia per i tifosi e i fan, purché non violenti, negli sport e in quasi ogni altro campo, perché mai dovremmo sospettare dell'entusiasmo nelle cose dello spirito? È senz’altro desiderabile che siano ardentemente amate e che l’amore per esse ci sorregga. In tal modo ci assimiliamo all’intero creato, mosso fino alle più alte sfere dall’affezione per il Creatore (Paradiso XXXIII, 145). Ma perché stupirsi, lo stesso nome di filosofia non cita forse il desiderio come via alla sapienza?

Per una critica della ragione desiderante

Il mito che Platone attribuisce a Socrate offre ad ogni modo spunti notevoli. Eros eredita bisogno (penuria, necessità) e risorsa ma è anche figlio di una violenza. Di quest’ultima, che pur avviene, non si ragiona affatto. La forzatura del rapporto tra desiderio e ottenimento è ammessa ma poi subito ignorata. All’origine dell’erotica c’è un abuso di cui non è il caso di parlare. Perché no? Le risposte sono due. Quella acritica non dà importanza al modo, quel che solo conta è il fine, ossia il possesso dell’amato come di un oggetto imprescindibile. La violenza permette di ottenerlo e questo è tutto. La risposta critica parte invece dall’esame dei fattori in gioco e delle relazioni implicite nel mito occidentale della ragione desiderante. La prima evidenza è che tra amante e amata non c’è dialogo. L’amata dorme e il suo apporto non è un dono ragionato, né ottiene qualcosa in cambio. L’amante si comporta come uno scassinatore che sventra una cassaforte di preziosi sicuro che faranno al caso suo. In altre parole il bisogno agisce senza riflettere attratto da una soddisfazione preconcepita. Mentre l’eromenos (l’amato) giace inerte, l’erotes (l’amante) se ne impadronisce spinto da necessità. Fa di necessità virtù. Qual è qui la presupposizione? È che il desiderio sappia già di che ha bisogno per soddisfarsi, come se l’istinto animale che ben sa come risolversi nella copula trovasse riscontro in una sorta di istinto dello spirito. Questi nel mito sa cosa vuole prima di appropriarsene. L’ideale precede il reale. La cosa è già là bell’e pronta, basta impadronirsene. V’è qui un riflesso del mito di Prometeo che ruba il fuoco agli dèi. Mettere in discussione il modo dell’appropriazione avrebbe significato per Platone dubitare della propria visione dell’ideale, che è astorica. Hegel tenterà di risolvere questa semplificazione introducendo una dialettica tra ideale e reale che si esplica nella storia e non è mai compiuta.

Una sfida tutta da rigiocare

La ragione critica si rifiuta di partire ingombra di preconcetti. Ma Eros è acritico non perché desidera. Altrettanto acritico sarebbe chi escludesse tassativamente il desiderio, come se bellezza e verità fossero conseguibili solo disinteressandosene. Eros è acritico perché non mette in discussione il suo desiderare. Nel mito platonico Eros è certo di desiderare il meglio perché punta all’assoluto. Non si ferma a riflettere se davvero l’assoluto sia il meglio. Il rapporto erotico tra soggetto conoscente e oggetto conosciuto è preceduto dalla convinzione che esista la perfezione e che sia sacrosanto desiderarla. In tal modo la filosofia si predisponeva a diventare più tardi ancella della teologia e a restare a lungo assorbita da quella funzione. Finché, ma solo molto più tardi, la messa in discussione del bisogno come motore del filosofare condurrà direttamente alla fine della filosofia. In altre parole, finché l’assoluto ha retto come ideale inevitabile implicante unità bellezza verità giustizia e perfezione è stato possibile continuare a filosofare; ma da quando un relativismo altrettanto acritico è prevalso, dando licenza a ognuno di scegliersi i propri assoluti, la filosofia ha perduto la sua sfida mal concepita. Fin dall’inizio infatti il problema non era concepire senza sbavature l’assoluto ma muoversi con consapevolezza tra gli intrichi del relativo evitando le ingenuità del desiderio. Quando acuti indagatori del pensiero occidentale come Foucault e Derrida mostreranno l’ampiezza e la profondità della crisi sarà troppo tardi. Il loro messaggio verrà frainteso. Per molti, a sinistra come a destra, significherà rivendicare il diritto a orientarsi in base ai propri assoluti perché se eros non è divino allora tutto è ugualmente desiderabile. Eros diventa un fatto privato, si narcisizza. Non importa cosa desidera, conta soltanto dargli soddisfazione.

Una generazione erotomane

Aver pensato la relazione tra desiderio e soddisfazione dell’intelletto come risolvibile nel possesso amoroso dell’assoluto ha dissuaso a lungo dal prestare attenzione al relativo come generatore non casuale dell’accadere. Anche quando accade di innamorarsi dell’assoluto sono due relativi che si intrecciano. L’errore sta nel pensare l’erotes e l’eromenos o come entità distinte, prima che l’una vampirizzi l’altra, o come connessi da un’attrazione astrale. La correlazione è invece di gran lunga più complessa e abbiamo appena iniziato a rendercene conto. Siamo fuori dal mito erotico? No, ma ci siamo caduti così in fondo che è impossibile, se non ricorrendo a una dose massiccia di veleno intellettuale e sociale, non accorgersi di quanto esso sia stato fuorviante. Se il bisogno giustifica la violenza è da prevedere che prima o poi un amore malsano dilaghi senza ritegno. È bastato attendere che la tecnica fornisse all’individuo i mezzi per illudersi di avere il mondo a disposizione per generare una schiatta di erotomani mossi alla cieca da bisogni tanto meschini quanto smisurati. Metti che qualcuno di costoro giunga a mettere le mani sulle grandi leve del potere politico, economico e tecnologico…


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