Lettere - E come Eros
Il mito
--- Nel pensiero dell’Occidente il ruolo riservato all’erotica
è stato determinante e più che pervasivo. Buone ragioni inducono a ritenerlo invasivo
ed è dell’indebito eccedere di Eros che tratta questa lettera. Che il carburante
del pensiero sia l’erotica sublimata è ancora un’ovvietà in Occidente a dispetto
di una facile comparazione con una quantità di altre culture nelle quali ci si attende
al contrario che il suo influsso sul pensiero sia azzerato o almeno ironizzato.
L’introduzione dell’erotica in filosofia è da attribuire a Platone che nel Simposio
lascia tessere ai convitati le più varie lodi di Eros per terminare con Socrate
che lo presenta in figura di semidio generato da Bisogno che non esita a violare
Abbondanza per approfittare delle risorse che essa nasconde in seno. Dallo stupro
nasce un essere che – questo è l’incerta base dell’ipotesi – non si stanca di desiderare
il meglio del meglio. Grazie a tale impulso irrefrenabile Eros si espande fino a
permeare l’intera natura, impregna gli esseri di desiderio e li sospinge a “generare
nel bello”. Di grado in grado la pulsione si raffina e dall’attrazione per la bellezza
che colpisce i sensi giunge a concepire amore per il bello ideale che coincide con
il vero. Eros dunque in Platone è immagine di un complesso di moti fisiologici psichici
intellettuali e morali – attrazione urgenza desiderio passione amore aspirazione
entusiasmo – che agiscono sui corpi e le anime arricchendo gli uni di sensazioni
terrene, le altre di contatti col divino.
--- Nel pensiero dell’Occidente il ruolo riservato all’erotica
è stato determinante e più che pervasivo. Buone ragioni inducono a ritenerlo invasivo
ed è dell’indebito eccedere di Eros che tratta questa lettera. Che il carburante
del pensiero sia l’erotica sublimata è ancora un’ovvietà in Occidente a dispetto
di una facile comparazione con una quantità di altre culture nelle quali ci si attende
al contrario che il suo influsso sul pensiero sia azzerato o almeno ironizzato.
L’introduzione dell’erotica in filosofia è da attribuire a Platone che nel Simposio
lascia tessere ai convitati le più varie lodi di Eros per terminare con Socrate
che lo presenta in figura di semidio generato da Bisogno che non esita a violare
Abbondanza per approfittare delle risorse che essa nasconde in seno. Dallo stupro
nasce un essere che – questo è l’incerta base dell’ipotesi – non si stanca di desiderare
il meglio del meglio. Grazie a tale impulso irrefrenabile Eros si espande fino a
permeare l’intera natura, impregna gli esseri di desiderio e li sospinge a “generare
nel bello”. Di grado in grado la pulsione si raffina e dall’attrazione per la bellezza
che colpisce i sensi giunge a concepire amore per il bello ideale che coincide con
il vero. Eros dunque in Platone è immagine di un complesso di moti fisiologici psichici
intellettuali e morali – attrazione urgenza desiderio passione amore aspirazione
entusiasmo – che agiscono sui corpi e le anime arricchendo gli uni di sensazioni
terrene, le altre di contatti col divino.
Sotto il nome di filosofia
Il mito platonico ha esercitato un influsso straordinario sul
pensiero in Occidente per tutta la sua storia. Non prima però d’essere raggiunto
in età imperiale dalle religioni del Medio Oriente, poi rafforzato dal neoplatonismo
e reinterpretato dal cristianesimo come dono d’amore di Dio agli uomini, di questi
ai fratelli in Cristo e alla persona di lui, ossia a Dio stesso, per rendergli grazie.
Così l’amore, che per i pagani era umano protendersi verso un grande attrattore
indifferente, chiude il cerchio diventando reciprocità uomo-uomo e uomo-dio. L’alleanza
tra filosofia e fede nel nome dell’amor dei intellectualis è durata due millenni
durante i quali l’erotica come pungolo, sostegno e guida al sapere più alto ha raramente
destato sospetti. Da sant’Agostino a Spinoza, da Marsilio Ficino a Giordano Bruno,
da Plotino a Freud, da santa Caterina da Siena a Gilles Deleuze il filo del pensiero
occidentale è stato ed è tuttora legato a Eros, come se senza provare attrazione,
senza desiderare e appassionarsi la mente (o l’anima) non possa che giacere inerte.
Schopenhauer vide la violenza e la cecità del desiderio ma non ne ricavò una critica
della ragione desiderante. Rovesciando la prospettiva inventò una potenza antagonista,
la Volontà, a cui attribuire il disordine umano e cosmico. Nietzsche stesso, il
maestro del sospetto, abbandonò il pessimismo schopenhaueriano in nome dell’entusiasmo
dionisiaco. Meglio essere irrazionalisti che rinunciare al bisogno di amore. Dio
può morire, ma il desiderio no. Ancor oggi proporre una critica dell’amore del sapere
suona come un insulto alla più nobile delle giustificazioni. Proviamo simpatia per
i tifosi e i fan, purché non violenti, negli sport e in quasi ogni altro campo,
perché mai dovremmo sospettare dell'entusiasmo nelle cose dello spirito? È senz’altro
desiderabile che siano ardentemente amate e che l’amore per esse ci sorregga. In
tal modo ci assimiliamo all’intero creato, mosso fino alle più alte sfere dall’affezione
per il Creatore (Paradiso XXXIII, 145). Ma perché stupirsi, lo stesso nome
di filosofia non cita forse il desiderio come via alla sapienza?
Il mito platonico ha esercitato un influsso straordinario sul
pensiero in Occidente per tutta la sua storia. Non prima però d’essere raggiunto
in età imperiale dalle religioni del Medio Oriente, poi rafforzato dal neoplatonismo
e reinterpretato dal cristianesimo come dono d’amore di Dio agli uomini, di questi
ai fratelli in Cristo e alla persona di lui, ossia a Dio stesso, per rendergli grazie.
Così l’amore, che per i pagani era umano protendersi verso un grande attrattore
indifferente, chiude il cerchio diventando reciprocità uomo-uomo e uomo-dio. L’alleanza
tra filosofia e fede nel nome dell’amor dei intellectualis è durata due millenni
durante i quali l’erotica come pungolo, sostegno e guida al sapere più alto ha raramente
destato sospetti. Da sant’Agostino a Spinoza, da Marsilio Ficino a Giordano Bruno,
da Plotino a Freud, da santa Caterina da Siena a Gilles Deleuze il filo del pensiero
occidentale è stato ed è tuttora legato a Eros, come se senza provare attrazione,
senza desiderare e appassionarsi la mente (o l’anima) non possa che giacere inerte.
Schopenhauer vide la violenza e la cecità del desiderio ma non ne ricavò una critica
della ragione desiderante. Rovesciando la prospettiva inventò una potenza antagonista,
la Volontà, a cui attribuire il disordine umano e cosmico. Nietzsche stesso, il
maestro del sospetto, abbandonò il pessimismo schopenhaueriano in nome dell’entusiasmo
dionisiaco. Meglio essere irrazionalisti che rinunciare al bisogno di amore. Dio
può morire, ma il desiderio no. Ancor oggi proporre una critica dell’amore del sapere
suona come un insulto alla più nobile delle giustificazioni. Proviamo simpatia per
i tifosi e i fan, purché non violenti, negli sport e in quasi ogni altro campo,
perché mai dovremmo sospettare dell'entusiasmo nelle cose dello spirito? È senz’altro
desiderabile che siano ardentemente amate e che l’amore per esse ci sorregga. In
tal modo ci assimiliamo all’intero creato, mosso fino alle più alte sfere dall’affezione
per il Creatore (Paradiso XXXIII, 145). Ma perché stupirsi, lo stesso nome
di filosofia non cita forse il desiderio come via alla sapienza?
Per una critica della ragione desiderante
Il mito che Platone attribuisce a Socrate offre ad ogni modo
spunti notevoli. Eros eredita bisogno (penuria, necessità) e risorsa ma è anche
figlio di una violenza. Di quest’ultima, che pur avviene, non si ragiona affatto.
La forzatura del rapporto tra desiderio e ottenimento è ammessa ma poi subito ignorata.
All’origine dell’erotica c’è un abuso di cui non è il caso di parlare. Perché no?
Le risposte sono due. Quella acritica non dà importanza al modo, quel che solo conta
è il fine, ossia il possesso dell’amato come di un oggetto imprescindibile. La violenza
permette di ottenerlo e questo è tutto. La risposta critica parte invece dall’esame
dei fattori in gioco e delle relazioni implicite nel mito occidentale della ragione
desiderante. La prima evidenza è che tra amante e amata non c’è dialogo. L’amata
dorme e il suo apporto non è un dono ragionato, né ottiene qualcosa in cambio. L’amante
si comporta come uno scassinatore che sventra una cassaforte di preziosi sicuro
che faranno al caso suo. In altre parole il bisogno agisce senza riflettere attratto
da una soddisfazione preconcepita. Mentre l’eromenos (l’amato) giace inerte,
l’erotes (l’amante) se ne impadronisce spinto da necessità. Fa di
necessità virtù. Qual è qui la presupposizione? È che il desiderio sappia già di
che ha bisogno per soddisfarsi, come se l’istinto animale che ben sa come risolversi
nella copula trovasse riscontro in una sorta di istinto dello spirito. Questi nel
mito sa cosa vuole prima di appropriarsene. L’ideale precede il reale. La cosa è
già là bell’e pronta, basta impadronirsene. V’è qui un riflesso del mito di
Prometeo che ruba il fuoco agli dèi. Mettere in discussione il modo dell’appropriazione
avrebbe significato per Platone dubitare della propria visione dell’ideale, che
è astorica. Hegel tenterà di risolvere questa semplificazione introducendo una dialettica
tra ideale e reale che si esplica nella storia e non è mai compiuta.
Il mito che Platone attribuisce a Socrate offre ad ogni modo
spunti notevoli. Eros eredita bisogno (penuria, necessità) e risorsa ma è anche
figlio di una violenza. Di quest’ultima, che pur avviene, non si ragiona affatto.
La forzatura del rapporto tra desiderio e ottenimento è ammessa ma poi subito ignorata.
All’origine dell’erotica c’è un abuso di cui non è il caso di parlare. Perché no?
Le risposte sono due. Quella acritica non dà importanza al modo, quel che solo conta
è il fine, ossia il possesso dell’amato come di un oggetto imprescindibile. La violenza
permette di ottenerlo e questo è tutto. La risposta critica parte invece dall’esame
dei fattori in gioco e delle relazioni implicite nel mito occidentale della ragione
desiderante. La prima evidenza è che tra amante e amata non c’è dialogo. L’amata
dorme e il suo apporto non è un dono ragionato, né ottiene qualcosa in cambio. L’amante
si comporta come uno scassinatore che sventra una cassaforte di preziosi sicuro
che faranno al caso suo. In altre parole il bisogno agisce senza riflettere attratto
da una soddisfazione preconcepita. Mentre l’eromenos (l’amato) giace inerte,
l’erotes (l’amante) se ne impadronisce spinto da necessità. Fa di
necessità virtù. Qual è qui la presupposizione? È che il desiderio sappia già di
che ha bisogno per soddisfarsi, come se l’istinto animale che ben sa come risolversi
nella copula trovasse riscontro in una sorta di istinto dello spirito. Questi nel
mito sa cosa vuole prima di appropriarsene. L’ideale precede il reale. La cosa è
già là bell’e pronta, basta impadronirsene. V’è qui un riflesso del mito di
Prometeo che ruba il fuoco agli dèi. Mettere in discussione il modo dell’appropriazione
avrebbe significato per Platone dubitare della propria visione dell’ideale, che
è astorica. Hegel tenterà di risolvere questa semplificazione introducendo una dialettica
tra ideale e reale che si esplica nella storia e non è mai compiuta.
Una sfida tutta da rigiocare
La ragione critica si rifiuta di partire ingombra di preconcetti.
Ma Eros è acritico non perché desidera. Altrettanto acritico sarebbe chi escludesse
tassativamente il desiderio, come se bellezza e verità fossero conseguibili solo
disinteressandosene. Eros è acritico perché non mette in discussione il suo desiderare.
Nel mito platonico Eros è certo di desiderare il meglio perché punta all’assoluto.
Non si ferma a riflettere se davvero l’assoluto sia il meglio. Il rapporto erotico
tra soggetto conoscente e oggetto conosciuto è preceduto dalla convinzione che esista
la perfezione e che sia sacrosanto desiderarla. In tal modo la filosofia si predisponeva
a diventare più tardi ancella della teologia e a restare a lungo assorbita da
quella funzione. Finché, ma solo molto più tardi, la messa in discussione del bisogno
come motore del filosofare condurrà direttamente alla fine della filosofia. In
altre parole, finché l’assoluto ha retto come ideale inevitabile implicante unità
bellezza verità giustizia e perfezione è stato possibile continuare a filosofare;
ma da quando un relativismo altrettanto acritico è prevalso, dando licenza a ognuno
di scegliersi i propri assoluti, la filosofia ha perduto la sua sfida mal concepita.
Fin dall’inizio infatti il problema non era concepire senza sbavature l’assoluto
ma muoversi con consapevolezza tra gli intrichi del relativo evitando le
ingenuità del desiderio. Quando acuti indagatori del pensiero occidentale come Foucault
e Derrida mostreranno l’ampiezza e la profondità della crisi sarà troppo tardi.
Il loro messaggio verrà frainteso. Per molti, a sinistra come a destra, significherà
rivendicare il diritto a orientarsi in base ai propri assoluti perché se eros
non è divino allora tutto è ugualmente desiderabile. Eros diventa un fatto
privato, si narcisizza. Non importa cosa desidera, conta soltanto dargli
soddisfazione.
La ragione critica si rifiuta di partire ingombra di preconcetti.
Ma Eros è acritico non perché desidera. Altrettanto acritico sarebbe chi escludesse
tassativamente il desiderio, come se bellezza e verità fossero conseguibili solo
disinteressandosene. Eros è acritico perché non mette in discussione il suo desiderare.
Nel mito platonico Eros è certo di desiderare il meglio perché punta all’assoluto.
Non si ferma a riflettere se davvero l’assoluto sia il meglio. Il rapporto erotico
tra soggetto conoscente e oggetto conosciuto è preceduto dalla convinzione che esista
la perfezione e che sia sacrosanto desiderarla. In tal modo la filosofia si predisponeva
a diventare più tardi ancella della teologia e a restare a lungo assorbita da
quella funzione. Finché, ma solo molto più tardi, la messa in discussione del bisogno
come motore del filosofare condurrà direttamente alla fine della filosofia. In
altre parole, finché l’assoluto ha retto come ideale inevitabile implicante unità
bellezza verità giustizia e perfezione è stato possibile continuare a filosofare;
ma da quando un relativismo altrettanto acritico è prevalso, dando licenza a ognuno
di scegliersi i propri assoluti, la filosofia ha perduto la sua sfida mal concepita.
Fin dall’inizio infatti il problema non era concepire senza sbavature l’assoluto
ma muoversi con consapevolezza tra gli intrichi del relativo evitando le
ingenuità del desiderio. Quando acuti indagatori del pensiero occidentale come Foucault
e Derrida mostreranno l’ampiezza e la profondità della crisi sarà troppo tardi.
Il loro messaggio verrà frainteso. Per molti, a sinistra come a destra, significherà
rivendicare il diritto a orientarsi in base ai propri assoluti perché se eros
non è divino allora tutto è ugualmente desiderabile. Eros diventa un fatto
privato, si narcisizza. Non importa cosa desidera, conta soltanto dargli
soddisfazione.
Una generazione erotomane
Aver pensato la relazione tra desiderio e soddisfazione dell’intelletto
come risolvibile nel possesso amoroso dell’assoluto ha dissuaso a lungo dal prestare
attenzione al relativo come generatore non casuale dell’accadere. Anche quando accade
di innamorarsi dell’assoluto sono due relativi che si intrecciano. L’errore sta
nel pensare l’erotes e l’eromenos o come entità distinte, prima che
l’una vampirizzi l’altra, o come connessi da un’attrazione astrale. La correlazione
è invece di gran lunga più complessa e abbiamo appena iniziato a rendercene conto.
Siamo fuori dal mito erotico? No, ma ci siamo caduti così in fondo che è impossibile,
se non ricorrendo a una dose massiccia di veleno intellettuale e sociale, non accorgersi
di quanto esso sia stato fuorviante. Se il bisogno giustifica la violenza è da prevedere
che prima o poi un amore malsano dilaghi senza ritegno. È bastato attendere che
la tecnica fornisse all’individuo i mezzi per illudersi di avere il mondo a disposizione
per generare una schiatta di erotomani mossi alla cieca da bisogni tanto meschini
quanto smisurati. Metti che qualcuno di costoro giunga a mettere le mani sulle
grandi leve del potere politico, economico e tecnologico…
Aver pensato la relazione tra desiderio e soddisfazione dell’intelletto
come risolvibile nel possesso amoroso dell’assoluto ha dissuaso a lungo dal prestare
attenzione al relativo come generatore non casuale dell’accadere. Anche quando accade
di innamorarsi dell’assoluto sono due relativi che si intrecciano. L’errore sta
nel pensare l’erotes e l’eromenos o come entità distinte, prima che
l’una vampirizzi l’altra, o come connessi da un’attrazione astrale. La correlazione
è invece di gran lunga più complessa e abbiamo appena iniziato a rendercene conto.
Siamo fuori dal mito erotico? No, ma ci siamo caduti così in fondo che è impossibile,
se non ricorrendo a una dose massiccia di veleno intellettuale e sociale, non accorgersi
di quanto esso sia stato fuorviante. Se il bisogno giustifica la violenza è da prevedere
che prima o poi un amore malsano dilaghi senza ritegno. È bastato attendere che
la tecnica fornisse all’individuo i mezzi per illudersi di avere il mondo a disposizione
per generare una schiatta di erotomani mossi alla cieca da bisogni tanto meschini
quanto smisurati. Metti che qualcuno di costoro giunga a mettere le mani sulle
grandi leve del potere politico, economico e tecnologico…

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