Lettere - D come Dimostrazione

 

Sostantivi deverbali

--- Il dizionario etimologico liquida dimostrazione in mezza riga come ovvio sostantivo deverbale tratto da dimostrare a cui rinvia. Di tali deverbali l’italiano ne possiede in quantità, molti ricevuti dal latino, tra i quali anche demonstratio. La derivazione dal verbo al sostantivo non è così innocua come sembra. In apparenza non cambia nulla. I due termini si rispecchiano: una dimostrazione è un particolare dimostrare come il dimostrare è quel che una dimostrazione effettua. In concreto però quel che accade è ambiguo perché la sostantivazione tende a separare il risultato dell’azione dall’agire da cui è dipeso. Come nell’uso di funzione, stazione e impressione è normale dimenticare la loro origine rispettivamente nel fungere, sostare e premere, così una dimostrazione si stacca dalla sua origine per diventare il nome di un dato di fatto. Non tutti i deverbali comportano una tale fissazione epistemologica. Azione e comparazione, ad esempio, restano in più stretto contatto con agire e comparare. Ma, gradazioni a parte, è evidente che la grammatica dice bene quando etichetta i deverbali come sostantivi poiché nel corso della derivazione acquisiscono sostanza. Non è chiaro come ciò possa avvenire ma la trasformazione è indubbia. Il sostantivo impacchetta l’azione del verbo, la nasconde e la rende trasportabile ovunque e utilizzabile altrove mantenendo quasi solo un’assonanza, un lontano riferimento al processo sottostante.

Derivazioni sospette

L’ambiguità epistemologica non è un’eccezione che riguarda i deverbali. In italiano il gerundio, il participio presente e in particolare il participio passato, senza dire dell’infinito presente, si prestano normalmente a diventare nomi, basta anteporre ad essi un innocente articolo. Così dall’esser fatto si ottiene un fatto, dall’esser detto un detto, dallo stare uno stato. Chi perde si sentirà forse un perdente ecc. Principe di tutte le sustanziazioni è senza dubbio l’essere che sfrutta l’inutile funzione di copula per insinuare ovunque l’ontico. L’ambiguità è un cardine delle lingue indoeuropee e lo è probabilmente in qualche misura di tutti i linguaggi naturali costruiti per derivazione da radici. Non è invece un carattere dei linguaggi animali. Il cinguettio di un uccello non diventa un’astrazione trasferibile fuori contesto, non si sostanzia se non nel presente atto del cinguettare. Certo, i sostantivi non sono tutti sempre allo stesso modo sustanzianti e la sustanziazione in molti casi non è affatto abusiva. Il morire produce ineluttabilmente un morto la cui sostanza non è più la stessa del vivo. V’è inoltre la necessità pratica di distinguere l’agire dall’effetto che ottiene. Il cliente non paga il riparare ma la riparazione, non il sostituire ma la sostituzione. Inoltre la lingua è economa e col tempo sui nomi s’accumulano denotazioni e connotazioni che hanno l’effetto di desustanziarli. Sono però sempre più invadenti le tecniche, le quali a mano a mano che producono strumenti e applicazioni chiedono nomi sostantivi che la lingua s’affretta a fornire pescando nei suoi repertori. In tempi ormai lontani il linguaggio era un prodotto/produttore sociale; ora è un prodotto/produttore economico. Il padrone della lingua è il denaro.

Dove avviene la metamorfosi

Va detto che non tutti i sostantivi ipostatizzano. Quando si tratta di prodotti di attività artigianali e artistiche in cui l’inventiva e la perizia dell’agente sono determinanti per il risultato, il nome di quest’ultimo resta, quanto al suo essere o non essere quel che dice, come sospeso in attesa di accertamento. La bellezza rischia l’ipostasi ben più dei tortellini. Anche i nomi di attrezzi come vanga, tenaglie e martello, che pur sembrano inequivoci, non posseggono la stessa carica epistemica in bocca a un esperto e a un novellino. Il rapporto è invertito. L’esperto si domanderà subito quali tenaglie? Il novellino assocerà il nome a una forma particolare che riterrà unica e ideale. Il problema della sustanziazione indebita è da spostare dalla grammatica all’uso. La grammatica fornisce forme su richiesta, in base all’uso. Un sostantivo diventa una sostanza nell’uso, ossia il salto di qualità ontico dipende dal parlante. Non è il suffisso -azione a fare da solo di un dimostrare una dimostrazione. È nella mente che avviene o no la metamorfosi. Niente impedisce di continuare a pensare che dimostrazione non sia che il nome di un certo mostrare o indicare, far vedere, illustrare, senza alcuna ipostasi annessa. Se sentendo parlare di dimostrazioni tendiamo spontaneamente ad annettervi un effetto conseguito, un ragionamento che ha raggiunto la sua logica conclusione, è perché il pensiero occidentale dentro cui siamo cresciuti è tendenzialmente dimostrativo.

Processo e risultato

L’Occidente è dimostrativo fin dall’antichità nel senso che la realtà delle cose era pensata come evidenziabile. Poteva essere messa in mostra, accertata e stabilita. Il logos dei Greci e lo ius romano uniti in seguito alla certezza ebraica di un dio proprietario della Parola e alla fiducia cristiana nella Redenzione hanno costruito e consolidato l’ipostasi massima, l’essere. Dall’essere così inteso si ricava l’in sé, fondamento della tecnica come l’Occidente l’ha intesa, cioè come l’artificio che esegue qualcosa di specifico a prescindere. Se smontiamo dimostrare ci rendiamo conto che il suo effetto, la dimostrazione, è tutt’altro che garantito. Solo dimenticando che l’esito è sempre in forse appare il risultato. Il dimostrare implica una scena in cui una persona segnala qualcosa di notevole a un’altra persona che raccoglie l’indicazione. Una scena complessa condizionata da diversi fattori, ciascuno dei quali deve collimare con gli altri (o sparire) prima di giungere a una dimostrazione in senso stretto. Come vede la cosa chi la segnala? Come la vede chi attende alla segnalazione? Fino a che punto il linguaggio della dimostrazione è condiviso, compreso e coerente? Quale valore (etico estetico economico ecc.) attribuire al dimostrato? In quali contesti supporlo applicabile? La soluzione più comoda è quella di preventivare la collimazione di tali fattori creando ambiti di conoscenza dentro cui sia prestabilito chi è chi, cosa è cosa, quale linguaggio usare ecc.

Il grande compromesso

Il tracciato E.S.P.A. (eracliteo-socratico-platonico-aristotelico) illustra come alcune delle più acute menti dell’antichità raggiunsero il compromesso su cui è sorto il pensiero dell’Occidente. Eraclito osservò che il molteplice che continuamente muta non è uno solo. I divenienti sono tre e non appartengono allo stesso piano del reale: le cose, i pensieri e le parole. Con un’evidente forzatura il filosofo attribuì tre identità al concetto di logos. In esso pensieri, parole e cose collimano dall’origine. Quando non pare che lo facciano è solo perché il logos è divino e gli umani stentano a comprenderlo. La sistemazione eraclitea difficilmente comparve per caso nella Efeso tra VI e V secolo. All’epoca il Medio Oriente era attraversato dalle stesse domande. A Babilonia gli ebrei in esilio avevano elaborato una risposta simile, dove però al posto del logos sedeva il loro dio proprietario, garante della vendetta quando la rispondenza tra il creato, il popolo e la legge veniva a mancare a motivo della disobbedienza degli uomini. Con Socrate il progetto di Eraclito proseguì invertendo direzione. I discorsi umani sono approssimativi ma seppur con fatica possono affinarsi fino a permettere a chiunque di affacciarsi a contemplare il bello, il vero, il santo ecc., insomma il che cos’è delle cose. L’importante è non presumere di sapere, non cadere nell’autocompiacimento, aspirare alla contemplazione delle cose divine. Platone proseguì con ardimento forse eccessivo sulla strada dei suoi due maestri e giunse a postulare l’esistenza di un altro mondo perfetto nell’essere, nel conoscere e nel volere, dove le anime purificate migrano dopo la morte. Infine Aristotele, più che dubbioso della soluzione platonica, risolse introducendo campi di conoscenze indipendenti: pragmatica etica logica fisica metafisica poetica. Con ciò egli liberò la dimostrazione dal dimostrare (nel senso di cui sopra) perché una scienza circoscrive non solo il terreno, ma anche le regole, gli attori, gli atti e il linguaggio in cui esprimersi.

Domande fondamentali

Perciò in un certo senso il teorema attribuito a Pitagora, noto almeno dal V secolo, diventò davvero dimostrabile solo nel IV con Aristotele, grazie al quale il ragionamento poté essere confinato all’interno di una scienza, al riparo da domande improprie – in che senso, perché, a che scopo? – semplicemente in quanto estranee alla sfera di giudizio propria del teorema. Lo stesso vale per le arti e le tecniche. Il nostro concetto di tecnico è un sottoprodotto della dimostrazione aristotelica. Se al riparo di una certa sfera concettuale qualsiasi cosa si può smontare e in tal modo mostrare quel che essa è, sebbene limitatamente a quella sfera del sapere, allora non c’è limite teorico alla producibilità tecnica. È sufficiente creare campi di sapere con regole proprie, coerenti e rispondenti  allo scopo, sotto la cui protezione operare indisturbati. I romani assimilarono senza difficoltà la cultura greca soprattutto grazie a questa intesa di fondo sul tecnico come sapere circoscritto che sa essere efficace proprio perché non ha riguardo all’insieme. Socrate discuteva del che cos’è delle cose in piazza con chi voleva ascoltarlo. Da Aristotele in poi è diventato un argomento per filosofi e teologi. È di interesse notare che nel mondo animale il tecnico coincide col vitale ossia è parte indispensabile dello stato di natura; per l’essere umano al contrario è diventato un’aggiunta dispensabile, un artificio che si giustifica anzitutto perché produce ricchezza da investire in ancor più tecnica. Se così è allora occorre tornare a chiedersi perché, a che scopo, in che senso?



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