Lettere - C come Cosmo
Una natura totalmente inattesa
--- Una cosa è certa, nessun filosofo fino a tempi recentissimi
ha avuto la possibilità di fondare il proprio pensiero sulla natura delle cose
(de rerum natura) su un concetto realistico di cosmo. Le conoscenze odierne
non sono certo esaustive, forse sono ancora molto distanti dal quadro completo,
ma non v’è alcun dubbio che bastino a confutare tutte le cosmologie precedenti confinandole
nel magazzino delle favole sbagliate. Lo storico che per amore di continuità cita,
per esempio, l’atomismo democriteo come lontana anticipazione della fisica dei nostri
tempi fa un gran torto a Democrito il quale riderebbe di una simile forzatura a
cui ci ha abituati un hegelismo di maniera. Lo stesso vale per quasi ogni altro
dominio di conoscenze. Per esempio l’idea di musica che circolava tra i neoplatonici
fiorentini nel ‘400 aveva ben poco di scientifico, nondimeno potrebbe essere ripresa
senza nuocere in alcun modo allo spirito della musica. Quando però si parla di cosmo
si intende l’intero, l’insieme (perlomeno dell’universo fisico) ed è quindi particolarmente
rilevante per un sistema filosofico come esso vi è descritto, le nozioni e le funzioni
incluse nel concetto, perché strettamente collegate ad altre nozioni in un complesso
di coerenze di cui la cosmologia è spesso la pietra angolare.
Conciliarsi il mondo
Con una clamorosa serie di scoperte la fisica del ‘900 ha operato
una radicale destruktion di ogni precedente modello del Reale, dell’Intero,
dell’Insieme e del Cosmo. È evidente anche a chi ne possegga una conoscenza approssimativa
che i nuovi concetti quasi non erano immaginabili prima che strumenti miliardi di
volte più acuti dei sensi naturali non costringessero la mente a pensarli a dispetto
di sé stessa. Senza quelle accurate misurazioni li avrebbe rigettati come fantasie
paradossali e assurde. Forse proprio per questo la filosofia ha stentato ad assorbirli
e in un certo senso ha preferito morire aggrappata alla logica del che è o che
non è e all’essere in quanto essere, idea-guida dell’intera sua storia,
piuttosto che abbandonarlo al destino di concetto ormai utile solo alla citazione
retrospettiva. Prima di accennare alle scoperte che hanno rifondato la cosmologia
vale la pena di ricordare a qual punto il vecchio cosmo non è stato che la proiezione
del bisogno umano di conciliare e consacrare a sé il mondo. Certo occorreva salvare
i fenomeni, per usare l’espressione platonica, ma anzitutto ci si garantiva un cosmo
sapientemente ordinato da un’Intelligenza operosa in cui la mente potesse rispecchiarsi
e ritrovarvi precisamente quei significati, quella bellezza e quelle finalità che
vi andava cercando. Oppure accontentarsi di un universo frutto del puro caso ma
pur sempre subordinato alla causalità e costituito di cose, aggregati di elementi
semplici che ognuno poteva letteralmente toccare con mano. Su questa terra invero
l’ordine naturale spesso si spezzava gettando gli esseri, umani e non, nel terrore.
I cieli tuttavia ruotavano sereni da tempo immemorabile e parevano dissociarsi dal
groviglio indistricabile di bene e male, di bello e brutto, di giusto e ingiusto
che procurava sconcerto, dolore e angoscia agli uomini. Una cosmologia dicotomica
cielo/terra corrispondeva non benissimo ma in fin dei conti piuttosto bene alla
testimonianza dei sensi e aveva il vantaggio di alloggiare nell’alto dei cieli qualsiasi
dio facesse comodo inventarsi.
La dubbia perfezione dei cieli
Non serve qui ricordare quanta parte della storia della filosofia
e delle religioni in Occidente (ma non solo) sia dipesa da tale dualismo. Ma v’è
di più. Al di sotto delle differenti cosmogonie, delle molte genesi e dei più
disparati ordinamenti divini giacevano alcune scontatezze che hanno attraversato
indisturbate i secoli. Prima fra tutte la doppia sostanzialità del reale, da un
lato l’imperfezione sublunare, dall’altro la perfezione astrale. Due mondi l’uno
o l’altro (o l’uno e l’altro) incontestabilmente reali, indipendentemente da quale
mente li pensasse e in quali termini se ne parlasse. Non meno importante, la realtà
delle cose si presentava sapientemente ordinata, v’era un ordine del mondo da scoprire,
una razionalità insita, una insondabile bellezza. Terzo, tale ordine naturale, nonostante
qualche scossone, era stabile. L’instabilità e l’incertezza erano caratteristiche
delle cose umane, ma si poteva controllarle prendendo a riferimento l’ordo naturae.
Quarto, il sistema mondo era matematizzabile, ossia rispondeva a una mathesis divina
che il filosofo era in grado di deingegnerizzare (reverse engineering) ed
esprimere in numeri, figure e simboli. Quinto, tale ordine era semplicemente perfetto
e bello in sommo grado, dunque rispondeva alle intenzioni di un sommo dio. Il fantasioso
ma scombinato politeismo dei miti non soddisfaceva quell’esigenza di perfezione
e bellezza. Il monoteismo, sorto in Israele come dio proprietario e proprietà del
popolo eletto, conquistò col cristianesimo il mondo greco-romano anche per questo
collimare di cosmologia idealizzata e fede in un creatore infinitamente sapiente
e provvidente. Sesto, posto il mondo sotto l’ala di un tal dio la realtà diviene
inscalfibile e intoccabile. V’era chi ne conosceva perfettamente le segrete leggi
e provvedeva a muoverla eternamente sulle proprie tracce. Non era pertanto il caso
di preoccuparsi. Settimo, le ansie umane erano dunque dovute a irriflessività. Tanto
le filosofie quanto le religioni riflettevano quel tanto che bastava a districare
il sapere dall’ansia, salvando il timore che è indispensabile alla fede come la
fede lo è a qualsivoglia dottrina. L’intenzione era di adeguare l’intelletto alle
cose, ma di fatto la filosofia serviva come la religione a esautorare la mente,
dato che quest’ultima non poteva far altro che rispecchiare, adeguandosi (adaequatio),
un ordine del reale precostituito, preesistente al suo comprendere. La distanza
tra religione e filosofia era significativa solo a riguardo delle parole necessarie
per comprendere l’ordine cosmico. Il sacerdote traduceva la Parola rivelata in linguaggio
comprensibile ai fedeli, mentre il filosofo reperiva nel linguaggio umano le risorse
logiche e retoriche per avvicinarsi al vero, all’uno, al santo ecc., nella speranza
così di indiarsi.
Un secolo di sorprese
Gli stessi fisici sono rimasti così presi alla sprovvista dalle
loro scoperte rivoluzionarie, vecchie ormai di un secolo, che solo di recente alcuni
tra loro hanno trovato come divulgarle senza fornire incautamente vecchi e nuovi
pretesti per stravolgerle. Einstein era convinto che dio non giocasse a dadi, cioè
che dalla indeterminazione della fisica quantistica non potesse conseguire un universo
obbediente a un sovrano ordine immutabile e di stupefacente bellezza. Convinti che
la natura non potesse che corrispondere ai nostri ideali di unità, semplicità, costanza,
simmetria e armonia c’è voluto del tempo per accettare che non le si attagliano.
Lo stupore ha sbalordito a lungo le menti che cominciano tuttavia infine ad assuefarsi
e a trarre conseguenze non emotivamente disturbate bensì del tutto logiche e coerenti
ai dati. Ancora Richard Feynman giocava sull’incomprensibilità della fisica subatomica,
mentre gli irriducibili tra i riduzionisti speravano di unificare l’accadere sotto
il concetto di informazione (it from bit, J. A. Wheeler), laddove si tratta
semplicemente di comprendere in qual modo le cose sembrano quel che sembrano a partire
da come effettivamente sono e insieme non sono. È di questi giorni la notizia che
è stato infine possibile catturare gli atomi di litio mentre si trasformano in onde
quantistiche, ovvero trapassano dall’essere materia all’essere probabilità. Certo
non è così che si era abituati a ragionare ma è proprio questo il punto, si ragionava
su presupposti sbagliati. Il primo di questi pretendeva che le cose fossero o non
fossero, applicando a sproposito il principio di identità che va riferito non alle
cose come sono ma all’ordine interno a un discorso che si vuole obbediente alla
logica di quel principio. Nel concetto di speculazione la specularità tra ordine
del mondo, quadro mentale e logica del discorso era il principale prerequisito del
corretto filosofare. Il desiderio di quel collimare predeterminava l’esito della
riflessione.
Nozioni di fisica
Brevemente, quali sono le nozioni della fisica contemporanea
di cui dobbiamo, come si dice, farci una ragione? La materia è quasi del tutto vuota,
quel che la rende corporea sono gli scambi di energia tra i suoi costituenti. La
materia è energia congelata che ai nostri sensi si presenta come corporea. Gli atomi
sono effetto di relazioni tra particelle; a sua volta la materia è effetto di relazioni
tra atomi. I corpi sono esiti di relazioni organiche o inorganiche tra componenti
infinitesimi che nulla sanno di quel che combinano insieme. Senza quel correlarsi
le particelle non potrebbero materializzarsi, resterebbero probabilistiche e allo
stato di onda. Analogamente, il cervello i cui neuroni, fossero anche infiniti,
non si disponessero in rete non penserebbe alcunché. Lo stesso vale per la comunicazione.
È grazie alla messa in rete che il messaggio acquista quella valenza e quel valore
che i suoi percorsi nella rete gli assegnano. Come dire che cose, pensieri e messaggi
diventano quel che sono solo dopo essere entrati in almeno due gradi di relazione.
Ma su questo occorrerà tornare più avanti nell’Alfabeto. La fisica odierna
ci dice ancora che il vuoto è pieno di energia. I tre quarti della massa dell’universo
si nascondono nel vuoto intergalattico. Ma l’energia non ha figura perché può assumerle
tutte, dunque al di là delle apparenze sia la materia che l’energia quanto al loro
essere sono e non sono.
Un diverso inizio
Dalle due fondamentali equazioni della fisica contemporanea –
E = mc2 e E = hν – Roger Penrose ricava mc2 =
hν
e dunque m = ν. Significa che l’intero cosmo come lo conosciamo, tolte la
velocità della luce (c) e la costante di Planck (h), non è che la
manifestazione, sotto forma di energia o liquida (luce) o solida (materia), della
varietà e del variare delle frequenze d’onda. Con la dispersione dell’energia (entropia)
le frequenze d’onda si attenuano, il tempo e gli spazi si dilatano incommensurabilmente
finché all’universo viene a mancare il suo solo orologio, e con ciò perde, se così
si può dire, il senso dello spaziotempo. A quel punto, l’immensamente esteso e
diffuso coincide con l’immensamente piccolo e istantaneo. Donde l’impressione che
l’osservatore ne ha di un cominciamento dal nulla (Big Bang). Questa originaria
coincidenza di essere e non essere, che il pensiero occidentale è partito con l’escludere,
deve ora diventare il nuovo inizio, la nuova normalità, il principio attivo della
riflessione prosofica. La cosmologia odierna ha inoltre qualche motivo per sospettare
che le leggi universali non siano affatto tali. Conosciamo sempre meglio l’universo
in cui ci troviamo perché è il solo in cui potevamo evolverci (principio antropico).
Le leggi universali forse sono particolari al nostro mondo. Non sembra esserci
alcuna necessità intrinseca perché l’elettrone abbia precisamente la massa che ha,
ma è certo che se ne avesse una minimamente diversa questo universo non esisterebbe.
Nuovo teatro, nuove rappresentazioni
Alla luce delle scoperte sopra accennate cosa occorre
evitare di dare per scontato a proposito del reale? Praticamente tutto quello che
gli era attribuito in precedenza. La natura non ha alcun obbligo verso le nostre
idee di esistenza essenza apparenza bellezza armonia forma semplicità verità unità
ordine logica struttura storia sviluppo decadenza intenzione fine caso… Idee di
cui la filosofia si è nutrita per millenni e che ora devono essere non un pochino
riviste ma decomposte alla luce dell’equispendibilità ontologica della energia (l’energia
può diventare qualsiasi cosa, tutte le cose sono decostruibili come dispendio energetico)
e dell’equipossibilità dell’essere e del non essere. Non ha molto senso disquisire
su cos’è vero e cosa no se non si rifonda il concetto. Servono non aggiustamenti
ma un radicale cambio di scena, un nuovo theatrum mundi. Il fondale non è
più costituito da quel che la domanda socratica sul che cos’è delle cose implicitava
perché le cose sono e parimenti non sono. La decostruzione della fisica ingenua
ha distrutto la filosofia che aveva concepito le sue visioni del mondo contando
su quella. Il problema è ora come rapportarsi prosoficamente alla nuova fisica.
Come trattare il relativo
È anzitutto importante non cadere nell’errore di invertire semplicemente la risposta sostituendo l’assoluto col relativo, il sapere certo con l’indifferenza o la preferenza. La relatività dello spazio-tempo, il principio di indeterminazione, l’intricazione quantistica, il dualismo onda-particella e il conseguente tracollo della vecchia ontologia non giustificano un relativismo purchessia, servo delle nostre fissazioni e forse galoppino dei nostri interessi di parte. Le cose sono ancora là dove sono sempre state, quel che deve cambiare è come le pensiamo. Analogamente, conoscere sempre meglio la neurologia del cervello non comporta negare ora quella libertà di pensiero di cui ci si è forse troppo vantati in passato. Negarla è un modo assurdo di mostrare che è innegabile. Lo stesso vale per i prodotti dell’intelligenza che la cIA (cosiddetta Intelligenza Artificiale) sempre più finemente simula senza nulla togliere alla complessità semiotica dei discorsi umani.

Commenti
Posta un commento