Lettere - A come Alienazione

L'uno e l'altro
I termini latini alius e alter – da cui alieno
e altro, alienare e alterare – denotano concetti interpretabili come opposti o come
complementari. La tradizione occidentale ha preferito ricavarne degli opposti come
alienazione e altruismo. Per puro caso? No, in conseguenza dell’ontologia sottesa.
Posto l’essere a principio primo e statuito che le cose anzitutto sono, ciascuna
riconducibile a un suo proprio che è, allora è scontato che quel che esse
non sono le altera e aliena. Se il diverso in qualche modo le intacca cessano di
essere quel che sono, diventano altro. Esempio pratico, se il mio nuovo vicino è
un immigrato il mio vicinato non è più lo stesso. Se sul mio ragazzo ha gettato
gli occhi un’altra, per me lui non è più lui. La presupposizione dell’opponibilità
delle cose in base al loro essere o non essere ha permeato anzitutto la logica.
Ma è vero anche l’opposto, cioè che una ragione fondata sul porre logico non può
fare a meno del contrapporre ontico. Non è un caso che su questo punto essenziale
dell’intendere si sia registrata una consonanza tra le posizioni più disparate.
È questo anzi uno dei fenomeni della cultura occidentale di più lunga durata, tale
da sovrapporsi all’intera sua storia.
Il motore del pensiero facile
Vediamo qualche esempio. Secondo i pitagorici la realtà si esplicava
per contrari (luce/tenebre, maschio/femmina ecc.), come secondo Democrito (atomi/vuoto).
Per i cristiani delle origini tutto era in gioco tra salvezza e perdizione, così
come per i comunisti la classe operaia andava in paradiso e la borghesia all’inferno.
Le opposizioni nette sono più facili da capire delle sfumature. La gente le
preferisce. Il celebre slogan del femminismo sessantottino Né puttane né madonne,
soltanto donne, che reclamava la fine di quell’assurdo aut aut, resta tragicamente
attuale dopo oltre mezzo secolo. La dottrina nazista per cui chi non è amico (ovvero
perfettamente allineato ed ossequiente) è un nemico da abbattere è tornata attuale
nell’America di questi anni come lo è sempre stata nelle varie mafie e camorre.
L’ideologia dell’opposizione netta è un fenomeno culturale dell’Occidente incredibilmente
insensibile alle confutazioni. Nell’esperienza quotidiana l’aggiustamento e la mediazione
sono la regola per il semplice fatto che risolvono di gran lunga prima e meglio
la maggior parte dei contrasti, ma questa saggezza pratica non governa i
rapporti internazionali. Sotto ogni tavolo di trattative rumoreggia la forza
bruta delle armi. I crimini degli stati sono spesso da attribuire a un rifiuto ideologico
della confrontazione ragionata e ragionevole. L’alienazione del buon senso è un
dato storico inoppugnabile. Il leader è tanto più rispettato, anche dagli avversari,
quanto meno devia dalla fedeltà all’ideale. Similmente, ma con effetto contrario,
il femminicida infierisce sulla sua vittima perché non la accetta in alcun modo
diversa dall’idea che s’è fatto di lei.
Estremismi alienanti
L’odi et amo di Ovidio introduceva una elaborata riflessione
sul contenimento dei sentimenti. Un’eccezione, perché la mente umana cade invece
spesso in spontanei aut aut. Fin dall’antichità pre-cristiana il santo è
il perfetto, le sue virtù sono eroiche, la sua volontà incontaminata. La tentazione
è diabolica perché se cedo non sono più quel che ero, cado in perdizione. L’impurità
è un vaiolo che lascia tracce ineliminabili. Questo mondo è impuro, dunque devo
rifuggirlo. Il deserto dei sensi è il luogo della pienezza dello spirito. La morte
è preferibile alla contaminazione. Se il seme non muore non può rinascere a nuova
vita. Oggi sappiamo che il seme non muore affatto eppure la metafora sopravvive,
soprattutto nella versione odiosa che accomuna ogni sorta di estremismi: se tu non
muori io non posso rinascere. La ritorsione è un’alienazione anzitutto interiore.
L’altro da me, il nemico, è ciò che mi invento ossessionato da un mio falso io ideale,
che mi aliena dal me mediatore ragionevole, quello che immerso consapevolmente nella
complessità delle cose sa anzitutto che esse sono & non sono. Raramente
una contrapposizione radicale risolve il problema, più spesso lo complica, eppure
l’estremismo alienante continua a prevalere sul più elementare buon senso.
Alienazione e rifiuto dell'altro
Il capitalismo sfrenato, lo spregio dell’avversario, l’impudente
autoreferenzialità del potere federale, la diplomazia della prepotenza, la libertà
mal costruita come licenza, la riduzione del discorso pubblico a mendace polemica,
l’etica del più forte, la soppressione della cultura dell’altro, l’aggressività
a sfondo religioso, l’odio stragista sono piaghe purulente del sistema America,
eppure nulla è tentato per porvi rimedio e lo sfacelo della democrazia pare ogni
giorno più probabile. Sulla sponda opposta dell’Atlantico l’Europa, costruita sul
dialogo, la mediazione e la comunità delle decisioni, è in stallo perché alcuni
suoi membri si sottraggono ai doveri di ascolto e di contrattazione che pur hanno
promesso di onorare al momento del loro ingresso nell’Unione. Io sono io e l’altro
è altro, è questo l’orizzonte della politica internazionale di questi anni. Ovviamente
non tutti possono permettersi l’io sono io delle superpotenze. Ed ecco allora le
potenze minori divenire cortigiane delle maggiori e queste spartirsi il mondo come
a Yalta. L’estremizzazione è frutto di una ragione viscerale che non possiede alcuna
intelligenza del passato e del presente. Né sa proiettare nel futuro il proprio
agire inconsulto. Sono spesso coloro che più parlano di valori famigliari quelli
che più armeggiano per peggiorare il mondo che vedrà adulti i loro figli e
nipoti.
Errate premesse e scarse conoscenze
Nella feroce, indiscriminata vendetta contro Gaza lo stato
di Israele – una nazione dell’Occidente in Medio Oriente – ha distrutto sé stesso.
La nazione vittima, sorta dalle ceneri di un’orrenda persecuzione, si è
trasformata in stato assassino. Una identità forte tradisce anzitutto sé
stessa. Ma anche l’altruismo ha ricevuto nella storia dell’Occidente un’impronta
estremistica. Il doppio messaggio biblico di un eden perduto per una singola disobbedienza
e di un dio unico (proprietario del suo popolo e proprietà del suo popolo), sommato
all’annuncio evangelico e paolino di un dio che non solo si fa uomo ma si lascia
crocifiggere per salvare l’umanità, ha radicalizzato l’opposizione greca tra essere
e non essere nonché condannato l’altruismo ad essere la faccia scoperta dell’egoismo.
Ovviamente l’altruista cristiano (ma lo stesso vale per gli adepti di altre religioni,
le monoteiste soprattutto) si propone di far del bene e talvolta opera miracoli
di solidarietà, ma nell’estremizzare questa sua intenzione rischia di scambiare
i bisogni dell’altro con i propri, fino a imporre all’altro idee di fede civiltà
progresso salvezza santità e benessere in cui l’altro non si riconosce. C’entrano
queste considerazioni con la fine della filosofia? Una lettura amichevole della
sua storia porterebbe a dire che i filosofi, pur con tutte le differenze di orientamento,
sono stati i soli a predicare nel corso dei secoli l’importanza della mediazione
concettuale e della conversazione costruttiva. È indubbio che pochi nella storia
dell’Occidente hanno più contribuito al dialogo di un Socrate, un Platone, un Aristotele,
senza dire di molti altri vissuti prima e dopo costoro. I loro straordinari contributi
hanno illuminato le coscienze nei secoli. Sarebbe dunque tentante gettare la responsabilità
addosso ad altri attori o ad altro che non sia la ragione, dea del filosofo. Ma
la ragione è per definizione la sola difesa di cui l’essere umano dispone contro
la stupidità, l’ostinazione, la violenza e l’irresponsabilità. Toccava pertanto
anche al filosofo, soprattutto al filosofo, che della ragione si dichiara apostolo,
proteggerla dall’insipienza. È invece evidente che non l’ha fatto. Venticinque secoli
di filosofia non sono serviti a fare dell’umanità una specie migliore se non nel
costruire macchine. Cioè migliore nell’alienarsi. Non l’ha saputa preservare perché
scontava false premesse o perché mancava di modi e di mezzi per elaborare una visione
non adulterata da pregiudizi? A mio parere per entrambe le cose. Non v’è dubbio
che una visione del reale congruente con il dato fisico, chimico, fisiologico ecc.
era inimmaginabile finché tecniche adeguate non hanno consentito di penetrare nelle
profondità dell’atomo e del cosmo, della genetica e della neurologia. Anche se
un geniale pensatore avesse ipotizzato la divisibilità dell’atomo o l’energia del
vuoto o i neuroni specchio sarebbe parso un fantasticatore come sembrò Giordano
Bruno con i suoi infiniti mondi.
Un principio discutibile
V’è tuttavia una fondamentale debolezza della filosofia occidentale
che essa ha ritenuto, dall’origine e fin quasi ai nostri giorni, un suo imprescindibile
punto di forza: la dottrina dell’essere. L’essere in quanto essere è stato il tormento
e l’estasi del filosofo, il suo alter ego. Parlare in nome e per conto dell’essere
è stata la sua missione come è per il profeta dar voce al suo dio. L’opposizione
tra essere e non essere in Occidente è rimasta indubitabile al di là dei tentativi
messi in campo per sanarla perché anche la composizione dialettica dei due concetti
è servita a dar corpo e corso all’essere. Perfino un sofista radicale come Gorgia
di Lentini non seppe disfarsi dell’essere se non contrapponendogli il non-essere
come controfigura schematicamente identica. Il pregiudizio ontologico è rimasto
inattaccabile fino al Novecento. Eppure sebbene difficile da impostare, un approccio
diverso non era teoreticamente impedito, anche senza attendere Derrida. In effetti
per arrivare a decostruire il concetto di essere non v’è alcun bisogno di esservi
costretti dalla fisica delle particelle. Bastava non respingere la facile osservazione,
facile perché immediata e continuativa, della correlatività tra 1. ciò che
affermiamo essere (o non essere) e 2. quell’affermarlo di cui siamo 3. gli
agenti. Questi tre cofattori non mancano mai di operare insieme. Nulla è, niente
ha significato e non si forma alcun pensiero in assenza di tale co-operazione. I
cofattori stessi non sussistono, né sono pensabili ed esprimibili se non in quanto
co-operano. Separatamente svaniscono. L’essere pertanto è immediatamente decostruibile
come fluida risultanza di tre fattori correlativi che né sono né non sono. Di essi
distintamente nulla può dirsi. Ma se per de-ontificare l’essere non serve altro
che esaminare la minuta esperienza, per indursi a tale esame è indispensabile rinunciare
all’eros ontologico.
Fame di sostanza
V’è una brama d’essere alla base della filosofia occidentale
che ne rode le interiora al modo in cui lungo gli stessi secoli la fame di divinità
morde l’anima del mistico. Addirittura è spesso il mistico colui che riesce meglio
a lasciarsi alle spalle il bisogno di sostanzialità perché l’idea di un Assoluto,
sciolto da ogni legame terreno, implica insieme l’affermazione e la negazione di
tutte le apparenze, inclusa quella dell’essere che pur sembra la più necessaria
e ovvia (sarà infine Hegel a tentare di trasporre il mistico nel razionale). Così
il bisogno filosofico di fondazione e fondatezza ha paradossalmente impedito alla
filosofia di cogliere l’insussistenza dell’idea fondante. Come dire che fin dal
suo sorgere la filosofia si è alienata nell’essere, cioè proprio là dove ha creduto
di trovare il principio.
N.B.
Le immagini della serie Lettere sono state prodotte perlopiù a partire da una successione di richieste a DALL-E o altro software di IA. Su tale base sono poi state poco o tanto modificate e adattate all'argomento del post mediante elaboratore di immagini (Magix Foto Clinic 4.0).
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