Lettere - B come Banalità

Come una norma diventa normale

--- Chi filosofa si preoccupa di esaminare con cura, di ragionare criticamente, di confrontarsi con chi la pensa diversamente. Di sicuro non ritiene di occuparsi di banalità. Eppure è quello che fa, ineluttabilmente, il filosofo non meno di qualsiasi altro essere, umano o no. Prima di dire in che senso e perché, occupiamoci della interessante inversione dell’aggettivo ‘banale’, storicamente connesso ai significati di restrizione obbligo ordinanza pertinenza territorialità (cfr. “Banal” su Merriam-Webster.com), per cui come da norma e regola (ciò che deve valere per tutti) abbiamo normale e regolare (ciò che si dà per scontato) così da bano (autorità locale) è derivato banale (quel che è a tutti comune, che non si distingue in nulla). Il banale non desta interesse se non quando confligge con l’orrore. È il caso di Hannah Arendt, inorridita di fronte a un Eichmann sotto processo per aver commesso un crimine della cui ferocia non si è accorto, come fosse una svista. La banalità del male è esplicita nell’ottusità dello sterminatore incosciente, tranquillamente obbediente, esecutore che si reputa irresponsabile.

Ovvietà e delimitazione

Nel concetto di banale si trovano dunque annodati due significati: 1) che è circoscritto, relativo a un ambito o a un ambiente; 2) che non ha risalto ed è risaputo, né suscita interesse, né mostra sensibilità, sia essa etica o estetica. Notiamo subito che il secondo è unanimemente aborrito: non solo atleti artisti narratori influencer scienziati tecnici militari politici e filosofi ma anche complottisti fuorilegge imbroglioni e mafiosi inorridiscono all’idea di essere giudicati ovvii e irrilevanti. Il qualunquista stesso non si sente affatto una persona qualunque. Non è così per il primo significato. Circoscrivere un ambito di azione pertinenza interesse studio ecc. a cui dedicarsi è anzi il primo passo sulla via della realizzazione personale e del successo. V’è chi si confina convinto nel proprio bano ideale fino a credersi al centro del mondo e a reputare la propria visione come quella sola che spiega e risolve. È questo il caso di taluni tra i fisici, i genetisti e gli informatici che ritengono di saper spiegare tutto ciò che accade nei termini della loro disciplina, non diversamente da come un adepto convinto del proprio culto reputa sé stesso nel giusto e chi ne è fuori nell’errore.

Invasi culturali

L’indovina che promette di leggerti il futuro sul palmo della mano ha ridotto furbamente ai minimi termini il rito che vede il sacerdote all’altare estrarre dagli evangeli il messaggio della divinità e l’analoga funzione del letterato che interpreta il poeta di cui è specialista in esemplari lezioni ex cathedra. Senza contesto non v’è messaggio. Perché un messaggio sia riconoscibile, traducibile e interpretabile serve anzitutto un invaso culturale che lo contenga. C’è un motivo se tutti i riti iniziano con una delimitazione più o meno dettagliata del dove, del quando e del perché qualcosa è manifestazione del sacro: il bosco, il monte, la primavera, il sabato, il tempio, il canto, il silenzio, il pane e il vino consacrati e via elencando. È che senza delimitazioni non si costruisce alcun sapere certo. La certezza dipende da esse. Una fede senza costrizione alcuna non potrà mai diventare una chiesa. Il declino del cristia­nesimo è da attribuire alla difficoltà che incontra da qualche secolo la vertiginosa dottrina agostiniana della verità interiore – in interiore homine habitat veritas – perché con il sopraggiungere della modernità la verità ha perduto il suo antico contesto, quello che banalizzandola la rendeva interiormente fruibile. All’atto pratico il vero o quel che passa per esserlo è piuttosto esteriore, dipende da cosa intende chi a proposito di che, ossia compare al termine di un processo banalizzante che investe la società e solo in essa e per essa l’individuo. In antico a motivo della grande penuria di scienza era più facile trarre certezze da miti, poemi e profezie. V’era perciò bisogno di autorizzare e normalizzare le credenze in riti e simboli, comportamenti e dogmi. Oggi è diventato facile, al contrario, estrapolare da contesti estremamente limitati, ma tecnicamente funzionali/-anti, teorie mediante cui illudersi di dominare l’intero. È questa una prevedibile conseguenza della volgarizzazione dello spirito critico. Quest’ultimo, a ben leggere Kant, è frutto di un laborioso processo di liberazione intellettuale e morale della persona che porta da ultimo a cogliere i limiti del sapere, la sua ineludibile banalità. Il credo ora dominante pone invece lo spirito critico come nativo, una sorta di diritto di nascita a disposizione del proprio ego per allargarsi a dire, fare e pensare quel che pare e piace. Lo si vede all’opera tanto nei bulli che accoltellano per uno sguardo di troppo, quanto nei satrapi delle nuove tecnologie che si reputano salvifici come antichi messia e nel narcisismo del potere, stupidamente autoreferenziale.

La mente prova gusto a rinchiudersi

La banalità è premessa e conseguenza ineludibile di qualsivoglia detto, atto e fatto. Per intenderne pienamente il perché occorre radicalizzare il pensiero critico che non è affatto giunto a compiutezza dopo Kant ma è invece degenerato, a dispetto del grosso impegno profuso nel Novecento per portarlo a maturazione. Penso ai contributi neokantiani, agli esistenzialismi, allo strutturalismo, alla fenomenologia e al momento postmoderno, sorti per reazione al pensiero unico dei totalitarismi, alle guerre ideologiche e all’invadenza dell’artificio, ossia del banale per definizione. L’alfabetizzazione autocritica purtroppo non attrae perché disillude la mente togliendole quelle trepide speranze di abbracciare l’intero che l’hanno primamente mossa. Su questo punto dolente anche i più profondi tra i pensatori hanno preferito continuare a illudersi. Nel proprio pensiero dell’essere Heidegger non ha riconosciuto il puro banale ma ha creduto di sfiorare il divino, non diversamente da Plato­ne, Aristotele, Tommaso, Bruno, Spinoza e Hegel. La filosofia è rimasta vittima della propria illusione di fondo perché non si è alfabetizzata abbastanza, temendo più di ogni cosa la disillusione, come un amateur di storie horror che si rifiuti di smontare i meccanismi orrorifici per non perdere il piacere di inorridire. Questo Alfabeto critico prova a esplorare di voce in voce alcune delle ragioni per cui ogni conoscenza può dirsi banale. Il chiarimento non sarà completo se non con le lettere X Y Z. Per ora basterà ripetere che, illusioni a parte, non v’è sapere possibile senza la concorrenza di tre cofattori che possiamo etichettare provvisoriamente come mondo, mente e medium.

Tre infiniti

L’indispensabile concorrere di tre fattori è già di per sé banalizzante. Un sapere effettivamente illimitato dovrebbe infatti padroneggiare non uno ma tre infiniti: l’infinità delle cose, esaminata da un’infinità di menti, esposta in un’infinità di linguaggi. Serve solo un pizzico di riflessione per rendersi conto che tre infiniti, l’uno esponente dell’altro, confinano qualunque sapere in un’inevitabile banalità. V’è però da segnalare un corollario incoraggiante. Infatti se è vero che qualsiasi conoscenza è costituita di aggregati banali, ossia infinitamente circoscritti, è pur sempre concesso e abbastanza facile, grazie a quei tre infiniti, oltrepassarne i limiti. Il risultato per la mente che si rifiuta di illudersi non sarà pertanto né un ripiegare scettico, né un dialettico superamento, quanto piuttosto un nuovo aggregato a tre facce. Ciò non toglie che la conoscenza trovi così modo di espandersi. Occorre però prestare attenzione. Se il vecchio aggregato mondo-mente-medium è ora rigettato e il nuovo accolto come risolutivo e finalmente in tutto rispondente non avviene alcuna alfabetizzazione riguardante il processo che permette il differenziarsi della conoscenza. Si resta vittime di una convinzione qualsiasi perché, separandola dal procedimento su cui è precariamente fondata, la si può credere assolutamente valida rischiando con ciò di cadere nella stupidità.

Gestire lo stupore

Questo rischio ha preoccupato in particolare i filosofi. Nei dialoghi di Platone, ad esempio, è particolarmente evidente, pur sempre nella viva speranza di giungere in questo mondo o in un aldilà al sapere ultimo e incontaminato, la volontà di intrecciare diverse opinioni su diversi aspetti dell’esperienza espresse in termini sempre rivedibili, e ciò al fine di non cadere nella presunzione di sapere che coincide con l’idiozia. I filosofi hanno spesso parlato dello stupore (thauma) come arma contro il credere passivo, potente molla che spinge la mente ad aprirsi all’ignoto. Il sorprendente parrebbe l’esatto contrario del banale. Nella vita però contano poco le definizioni. Contano gli effetti. Stupidità e stupore condividono la stessa radice perché la meraviglia può indurre reazioni opposte. Talvolta provoca la mente a rivedere, approfondire, correggersi; altre volte la stupefazione la trascina in un vortice di banali certezze da cui non riesce più a liberarsi, né ci prova perché la meraviglia decade in adesione convinta a una causa, una fede, una scienza, una tecnica, un gioco, una visione del mondo che non vede la propria banalità. Rompere gli argini è sempre possibile ma non senza una forza interiore dirompente e talvolta devastante che le culture globalizzate e infiltrate fino al midollo da un’economia predatoria non hanno più mezzi per smuovere né saprebbero come motivare. Così, ad esempio, v’è chi colto da stupore per gli scacchi o la storia o gli algoritmi o i manga vi si ficca e vi trascorre l’intera esistenza scoprendovi sorpreso ogni giorno nuovi contenuti e nuove forme. Ottimamente, purché quel dedicarsi non diventi un imbucarsi.

La banalità assoluta

Evitare l’idiozia parrebbe dover essere un moto spontaneo della coscienza ma non è così. Spontaneo è piuttosto il moto opposto che induce non solo a contentarsi di qualsiasi punto di vista ci appaia convincente ma spesso a propugnarlo ciecamente come fosse l’unica risposta possibile all’infinità delle questioni. L’eterno ritorno del fascismo si comprende meglio se si considera questo fondo autoritario a cui la coscienza attinge per confinare anzitutto sé stessa in una convinzione rassicurante. A parte i mistici solo due altri tipi umani hanno osato confrontarsi in campo aperto con l’assoluto senza preclusioni: i pazzi e, meno bene, i filosofi. V’è qualche chance di riuscire in un simile intento? Si potrà mai uscire dal banale 1 (il circoscritto) senza finire nel banale 2 (l’insignificante)? La filosofia occidentale dava ciò per scontato, era la sua promessa e la sua missione. È morta per non aver saputo contrastare la propria banalizzazione grazie a un sapere che la comprendesse e superasse. L’idea iniziale era di giungere a dare una descrizione così confacente e complessiva dell’Intero da invertire il banale (ciò che si ritrova ovunque ed è presente in ogni caso) da quel che è meno interessante in quel che più importa conoscere. La banalità assoluta coincideva per il filosofo con la circoscrizione concettuale del Tutto. Era un progetto realistico? Per rispondere occorre esaminare da vicino l’orizzonte del relativo, là dove pare confinare con l’assoluto.



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